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mercoledì 5 maggio 2010

Un sistema trincerato: grandi e piccole apartheid in Israele



di Jonathan COOK جونثان كوك
Tradotto da  Curzio Bettio, Tlaxcala

Discorso pronunciato dall’autore alla quinta conferenza internazionale di Bilin sulla resistenza popolare dei Palestinesi, tenutasi nel villaggio di Bilin, in Cisgiordania, il 21 aprile 2010.
Gli apologisti di Israele sono veramente preoccupati all’idea che Israele venga sottoposta a speciali esami critici e ad una sua messa in discussione.
Tuttavia, io desidero affermare che nella maggior parte dei dibattiti che riguardano Israele effettivamente si affronta l’argomento in modo estremamente leggero: che molte delle caratteristiche dell’organizzazione di governo di Israele verrebbero considerate eccezionali o straordinarie in qualsiasi altro Stato democratico.
Questo non è sorprendente in quanto, come argomenterò, Israele non è una democrazia liberale e tanto meno uno “Stato ebraico e democratico”, come affermano i suoi sostenitori. Israele è uno Stato a discriminazione razziale, non solo nei territori occupati della West Bank e di Gaza, ma anche all’interno dello stesso Israele.
Oggi, nei territori occupati, la natura di apartheid del regime israeliano è inconfutabile -- anche se questo viene poco menzionato dai politici dell’Occidente o dai media. Comunque, all’interno di Israele questa situazione passa largamente sotto silenzio e nascosta.
Ora, il mio obiettivo è di tentare di rimuovere il velo, almeno un poco.
Dico “almeno un poco” in quanto avrei bisogno di ben più tempo di quello assegnatomi per fare giustizia su questo tema.
Esistono, per esempio, più di 30 leggi che in modo esplicito impongono discriminazioni tra Ebrei e non-Ebrei – una diversa modalità di rapportarsi dello Stato con un quinto della popolazione di Israele, costituito da Palestinesi che dovrebbero godere in apparenza della completa cittadinanza. Inoltre, ci sono molte altre leggi e pratiche amministrative israeliane che producono conseguenze di segregazione su base etnica, anche se questa discriminazione non si manifesta direttamente.
Allora, invece di cercare di scorrere in modo frettoloso tutti questi aspetti dell’apartheid israeliana, voglio concentrarmi su pochi aspetti rivelatori, su questioni che ho registrato di recente.

Primo, esaminiamo la natura dei diritti di cittadinanza in Israele.
Qualche settimana fa ho incontrato Uzi Ornan, un signore di 86 anni, professore all’università Technion, Istituto Israeliano di Tecnologia ad Haifa, che possiede una delle poche carte di identità in Israele che attestano una nazionalità di “Israelita”. Per molti altri Israeliani le loro carte e i loro documenti personali attestano la loro nazionalità come “Ebreo” o “Arabo”.
Per gli immigrati la cui ebraicità è accettata dallo Stato, ma messa in discussione dalle autorità rabbiniche, sono state approvate qualcosa come altre 130 classificazioni di nazionalità, principalmente in relazione alla religione personale o al paese di origine. La sola nazionalità che non troverete sulla lista è “Israeliano”.
Questo è il motivo preciso per cui il prof. Ornan con altre due dozzine di persone hanno portato la questione davanti ai tribunali: costoro desiderano essere registrati come “Israeliano”. La loro è una battaglia di vasta portata e di molte implicazioni – e per questa sola ragione hanno la certezza di perdere. Perché? È in gioco molto più di una etichettatura etnica o nazionale.
Israele esclude la nazionalità di “Israeliano” per assicurarsi, a realizzazione avvenuta della sua auto-definizione come “Stato ebraico”, di essere in grado di assegnare diritti di una superiore cittadinanza alla “nazione” collettiva di Ebrei sparsi in tutto il mondo, piuttosto che al complesso dei cittadini effettivamente presenti nel suo territorio, che include molti Palestinesi.
In pratica, Israele fa questo per creare due classi principali di cittadinanza: una cittadinanza ebraica per “i cittadini ebrei” e una cittadinanza araba per “i cittadini arabi”.
Entrambe le cittadinanze sono frutto dell’invenzione di Israele e fuori di Israele non hanno alcun significato.
Questa differenziazione di cittadinanza viene riconosciuta dal diritto israeliano: la Legge del Ritorno, per gli Ebrei, rende l’immigrazione praticamente automatica per qualsiasi Ebreo del mondo che desidera insediarsi in Israele; e la Legge di Cittadinanza, per i non-Ebrei, determina su una base completamente separata i diritti di cittadinanza per la minoranza palestinese del paese.
Ancora più importante, quest’ultima legge abolisce il diritto dei parenti dei cittadini palestinesi, che erano stati espulsi con la forza nel 1948, di ritornare alle loro case e alla loro terra.
In altri termini, in Israele esistono due sistemi legali di cittadinanza, che impongono differenziazioni fra i diritti dei cittadini, che si fondano su chi fra loro è Ebreo o Palestinese.
In buona sostanza, questo corrisponde alla definizione di apartheid, come enunciata dalle Nazioni Unite nel 1973: “Qualsiasi provvedimento legislativo e altre misure deliberati per impedire ad un gruppo o a gruppi razziali la partecipazione alla vita politica, sociale, economica e culturale di un paese e la deliberata creazione di condizioni per ostacolare il pieno sviluppo di un gruppo e di altri gruppi.”
La clausola include i seguenti diritti: “il diritto a vivere e a ritornare nel proprio paese, il diritto alla nazionalità, il diritto alla libertà di movimento e di residenza, il diritto alla libertà di opinione ed espressione.”
Questa separazione di cittadinanza è assolutamente essenziale al consolidamento di Israele come Stato ebraico. Fossero tutti i cittadini ad essere definiti uniformemente Israeliani, se esistesse solo un’unica legge concernente i diritti di cittadinanza, allora ne deriverebbero conseguenze veramente drammatiche.
La conseguenza più significativa potrebbe essere che la Legge del Ritorno potrebbe cessare di essere applicata agli Ebrei o essere applicata allo stesso modo ai cittadini palestinesi, consentendo a costoro di riportare in Israele i loro parenti esiliati – il molto temuto Diritto al Ritorno.
In un periodo più o meno lungo, la maggioranza ebraica di Israele potrebbe essere erosa e Israele potrebbe diventare uno stato bi-nazionale, probabilmente a maggioranza palestinese.
Vi potrebbero essere alcune altre conseguenze prevedibili derivate da una paritaria cittadinanza. Ad esempio, potrebbero i coloni ebrei essere in grado di conservare il loro status privilegiato nella West Bank, se i Palestinesi di Jenin o di Hebron avessero parenti all’interno di Israele con gli stessi diritti degli Ebrei? Potrebbe l’esercito di Israele continuare ad esercitare le sue funzioni di esercito di occupazione in uno stato propriamente democratico? E potrebbero i tribunali, in uno stato di cittadini con pari diritti, continuare a girare lo sguardo da un’altra parte per non vedere le brutalità dell’occupazione? In ogni caso, sembra estremamente improbabile che lo status quo potrebbe essere conservato.
In altre parole, l’intero edificio delle norme israeliane di apartheid all’interno di Israele supporta e mantiene il castello delle norme discriminatorie all’interno dei territori occupati. Essi si sostengono a vicenda o cadono insieme.

Poi, prendiamo in esame la questione del controllo della terra.
Il mese scorso ho conosciuto una coppia di Ebrei israeliani eccezionale, gli Zakai. La loro eccezionalità consiste soprattutto nel fatto che hanno sviluppato una profonda amicizia con una coppia di Palestinesi abitanti in Israele. Sebbene io abbia documentato per tanti anni la situazione israelo-palestinese, non mi ricordo di essermi mai imbattuto in un Ebreo israeliano che avesse un amico palestinese sull’esempio di questi Zakai.
Vero, ci sono molti Ebrei israeliani che rivendicano un amico “arabo” o “palestinese”, nel senso che loro scherzano con un tipo di cui frequentano la rivendita di hummus (ceci o una salsa a base di ceci, insaporita con olio, aglio, limone, paprika e tahina, la pasta di semi di sesamo tostati) o che ripara la loro auto. Vi sono anche Ebrei israeliani – e questi costituiscono un gruppo estremamente importante – che si confrontano con i Palestinesi in battaglie politiche, come sta avvenendo qui a Bilin o a Sheikh Jarrah a Gerusalemme. In questi posti, Israeliani e Palestinesi, contro ogni previsione, si sono impegnati per instaurare una genuina amicizia, essenziale se si vuole sconfiggere il sistema di apartheid di Israele.
Ma la relazione che intercorre fra gli Zakai e i loro amici Beduini, i Tarabin, non è quel tipo di amicizia. La loro amicizia non si è modellata, o concretata, su una lotta politica, a sua volta incorniciata dall’occupazione israeliana; non si tratta di un’amicizia interessata; non ha obiettivi che vadano più in là di questa loro amicizia. Si tratta di un’amicizia – o almeno questo è sembrato a me – fra uguali in modo sincero. Un’amicizia di completa intimità.
Quando ho fatto visita agli Zakai, subito ho riscontrato quale incredibile ed insolito punto di vista sia presente in Israele.
La ragione della profonda separazione culturale ed emozionale fra il mondo ebraico e quello palestinese non è difficile da scandagliare: gli Ebrei e i Palestinesi vivono in mondi fisici completamente separati. Loro vivono separatamente in comunità segregate, separate non per scelta ma da leggi e procedure legalmente imposte. Anche in quel pugno di centri abitati cosiddetti “misti”, Ebrei e Palestinesi di solito vivono separati, in distinti e chiaramente delimitati quartieri residenziali.
E quindi non c’é da essere sorpresi se la vera questione che mi ha condotto dagli Zakai era se un cittadino palestinese avesse titoli per vivere in una comunità ebraica.
Gli Zakai volevano affittare ai loro amici, i Tarabin, la loro casa nel villaggio agricolo di Nevatim nel Negev – attualmente una comunità esclusivamente ebraica. I Tarabin avevano un serio problema abitativo nella loro comunità beduina confinante.
Ma quello che gli Zakai immediatamente scoprivano era che esistevano oppressivi ostacoli sociali e legali a che i Palestinesi uscissero dai ghetti in cui si presumeva dovessero vivere. Non solo la municipalità eletta di Nevatim opponeva decisamente il suo rifiuto all’ingresso di una famiglia beduina nella loro comunità, ma a questo si opponevano anche i tribunali israeliani.
Nevatim non è un caso eccezionale. Esistono più di 700 comunità rurali di questo tipo – specialmente kibbutzim e moshavim – che escludono che i non-Ebrei possano vivere al loro interno. Questi Ebrei controllano la maggior parte del territorio abitabile di Israele, quindi territorio che apparteneva ai Palestinesi: o profughi della guerra del 1948, o cittadini palestinesi che hanno viste le loro terre confiscate da leggi speciali.
Oggi, dopo queste confische, almeno il 93% del territorio di Israele è nazionalizzato -- vale a dire, è tenuto in custodia non per i cittadini di Israele ma per gli Ebrei di tutto il mondo. (Qui, ancora una volta, dobbiamo sottolineare una di quelle importanti conseguenze della cittadinanza differenziata che abbiamo appena esaminato.)
L’accesso alla maggior parte di questa terra nazionalizzata è diretto da commissioni di controllo, sovrinteso da organizzazioni sioniste para-governative ma completamente indipendenti come l’Agenzia Ebraica e il Fondo Nazionale Ebraico.
La loro funzione è quella di assicurare che l’accesso a tali comunità rimanga vietato ai cittadini palestinesi, così come gli Zakai e i Tarabin hanno potuto riscontrare nel caso di Nevatim.
I funzionari di Nevatim hanno sostenuto con forza che la famiglia palestinese non aveva diritto nemmeno di prendere in affitto, lasciamo perdere di comprare, una proprietà in una “comunità ebraica”. Effettivamente, questa posizione è stata sorretta dall’Alta Corte di Israele, che ha deliberato che la famiglia doveva adeguarsi al verdetto della commissione di controllo, il cui vero scopo era quello di escluderla!
Ancora, la Convenzione ONU del 1973 sul “crimine di apartheid” è istruttiva: l’apartheid include provvedimenti “atti a dividere la popolazione entro linee di demarcazione razziale attraverso la creazione di riserve separate e di ghetti per i membri di un gruppo o gruppi razziali…[e] l’espropriazione delle proprietà fondiarie appartenenti a un gruppo o gruppi razziali o a membri degli stessi.”
Se i cittadini ebrei e palestinesi sono stati tenuti separati, come effettivamente è avvenuto – e un sistema educativo differenziato e pesanti limitazioni a matrimoni interconfessionali hanno rinforzato questa segregazione fisica e le differenze di sensibilità e di modi di pensare – come hanno potuto gli Zakai e i Tarabin stringere una così stretta amicizia?
Il loro caso è un interessante esempio di fortuna strepitosa, come ho scoperto quando li ho incontrati.
Weisman Zakai è figlio di genitori ebrei iracheni che sono emigrati in Israele nei primi anni di questo Stato. Allora, lui e Ahmed Tarabin si sono conosciuti da ragazzi negli anni sessanta, frequentando i mercati della povera città di Beersheva, lontana dal centro del Paese. Entrambi riscontrarono che quello che avevano in comune vinceva le divisioni apparenti che si sarebbe supposto li dovessero tenere separati e timorosi l’uno dell’altro. Entrambi parlavano la lingua araba in modo fluente, entrambi erano esclusi dalla società ebraica, in prevalenza ashkenazita, [Gli ebrei ashkenaziti popolarono le aree orientali europee e la Russia: parlavano (e parlano) yiddish, una lingua derivata dal gotico, con elementi ebraici entrati ai tempi della conversione dei kazari all'ebraismo, N. del T.] ed entrambi condividevano la passione per le automobili.
Nel loro caso, il sistema di apartheid israeliano ha fallito nel suo intento di tenerli fisicamente e sentimentalmente separati, ha fallito nel renderli timorosi, e perfino ostili, uno contro l’altro.
Però, come gli Zakai hanno imparato a loro spese, rifiutandosi di vivere secondo le norme del sistema di apartheid imposto da Israele, questo sistema li ha respinti ed isolati. Agli Zakai è stata vietata la possibilità di affittare ai loro amici ed ora vivono relegati come paria nella comunità di Nevatim.

Per ultimo, consideriamo il concetto di “sicurezza” all’interno di Israele.
Come abbiamo visto, la natura di apartheid delle relazioni fra cittadini ebrei e palestinesi è tenuta in ombra nelle sfere legali, sociali e politiche. Non rispecchia la “meschina apartheid” che era caratteristica del marchio infamante del Sud Africa: gabinetti pubblici, panchine e autobus separati. Comunque, in un caso, questa meschina modalità discriminatoria appare in tutta la sua evidenza – e si verifica quando Ebrei e Palestinesi entrano ed escono dal Paese attraverso i passaggi di confine e attraverso l’aeroporto internazionale “Ben Gurion”. Qui la maschera viene rimossa e il differente status di cittadinanza goduto da Ebrei e Palestinesi viene completamente alla luce.
Questa lezione è stata appresa da due fratelli palestinesi di mezza età, che ho intervistato questo mese. Residenti di un villaggio vicino a Nazareth, sono stati per molto tempo sostenitori del Partito Laburista ed orgogliosamente mi hanno mostrato una foto sbiadita di loro che avevano organizzato un incontro conviviale in favore di Yitzhak Rabin all’inizio degli anni novanta.
Ma, durante il nostro incontro si sono dimostrati arrabbiati ed amareggiati, giurando che non avevano mai più votato per un partito sionista.
Il loro amaro risveglio era avvenuto tre anni fa, quando si erano recati in viaggio d’affari verso gli Stati Uniti con un gruppo di agenti assicurativi ebrei. Per il volo di ritorno, erano arrivati all’aeroporto John Fitzgerald Kennedy (JFK) di New York e qui riscontravano che i loro colleghi ebrei passavano in pochi minuti attraverso i posti di controllo di sicurezza della compagnia aerea israeliana El Al. Intanto, loro dovevano passare due ore per essere interrogati e per vedere i loro bagagli minuziosamente ispezionati.
Quando finalmente ricevevano il permesso di passare, veniva loro assegnata un’agente di custodia il cui compito era quello di tenerli sotto continua sorveglianza – davanti a centinaia di altri passeggeri – finché si imbarcavano sull’aeroplano. Quando uno dei due fratelli si era recato in bagno senza prima ricevere il permesso, la guardia lo reguardiva in pubblico e il comandante della sicurezza minacciava di impedirgli di salire sull’aereo se prima non porgeva le sue scuse.
Finalmente, questo mese il tribunale accordava ai fratelli 8.000 dollari di indennizzo per quello che definiva come un trattamento nei loro confronti “offensivo e non necessario”.
Due particolari su questo caso devono essere sottolineati.
Il primo è che la squadra di sicurezza della El Al ha ammesso in tribunale che entrambi i fratelli non costituivano un rischio per la sicurezza di nessun tipo. La sola motivazione per lo speciale trattamento riservato ai due fratelli era la loro appartenenza nazionale ed etnica. Si trattava di un caso trasparente di un disegno razziale.
Il secondo particolare da tenere presente è che la loro esperienza non è nulla di straordinario rispetto a quello che capita ordinariamente ai cittadini palestinesi che viaggiano da e verso Israele. Incidenti simili, e ben peggiori, avvengono ogni giorno durante procedure di sicurezza di questa natura.
L’eccezionale in questo caso è stato che i fratelli hanno intentato contro la El Al un’azione legale costosa e che ha richiesto molto tempo.
Hanno fatto così, io presumo, perché si sono sentiti tanto malamente traditi. Avevano fatto l’errore di prestar fede alla propaganda (hasbara) dei politici israeliani di tutti i partiti, che dichiaravano che i cittadini palestinesi potevano godere dello status di parità con i cittadini ebrei, quando si fossero mostrati fedeli allo Stato. I fratelli avevano supposto che diventando Sionisti sarebbero divenuti cittadini di prima classe. Arrivando a questa conclusione, non avevano compreso la realtà discriminatoria insita in uno Stato ebraico.
Al punto di controllo sicurezza all’aeroporto, il più colto, rispettabile e ricco cittadino palestinese sarà sempre trattato peggio del più screditato cittadino ebreo o di un Ebreo che abbraccia posizioni estremiste o perfino di un cittadino ebreo con un curriculum vitae da criminale.
Il sistema di apartheid di Israele è quello di conservare i privilegi agli Ebrei in uno Stato ebraico.
E nel momento in cui questo privilegio è sentito visceralmente essere più vulnerabile dalla normalità degli Ebrei, nell’esperienza di vita e di morte del volare a migliaia di piedi sopra la terra, i cittadini palestinesi devono mostrare la loro condizione di estranei, di nemici, chiunque essi siano e qualsiasi cosa abbiano, o non abbiano, fatto.
Le norme di apartheid, così come ho dimostrato, si applicano ai Palestinesi all’interno di Israele e nei territori occupati.
Ma la discriminazione nei territori è peggiore di quella esercitata all’interno di Israele? Dovremmo preoccuparci di più per una “grande” apartheid nella West Bank e a Gaza rispetto ad una più fievole apartheid all’interno di Israele? Un tale argomento dimostrerebbe da parte nostra una pericolosa idea sbagliata rispetto alla indivisibile essenza dell’apartheid israeliana nei confronti dei Palestinesi e rispetto ai suoi obiettivi.
Sicuramente, corrisponde al vero che l’apartheid nei territori è molto più aggressiva che all’interno di Israele. Vi sono due ragioni per questo. La prima è che l’apartheid sotto occupazione è sovrintesa in modo molto meno stretto dai tribunali civili israeliani rispetto a quello che avviene all’interno di Israele. Per dirla senza tanti giri di parole, qui in Cisgiordania è possibile farla franca più facilmente.
La seconda ragione, e più significativa, tuttavia, resta nel fatto che il sistema di apartheid di Israele nei territori occupati è costretto ad essere più aggressivo e crudele – e questo perché qui la battaglia non è ancora vinta. L’aggressione della potenza occupante per portarvi via le vostre risorse – la vostra terra, l’acqua e il lavoro – è in fase di sviluppo, ma il risultato finale si deve ancora decidere. Israele deve affrontare nel tempo considerevoli pressioni e una legittimazione internazionale che sta dissolvendosi, quanto più opera per sottrarvi i vostri beni. Ogni giorno che voi resistete rende questo suo impegno un poco più arduo.
Per contrasto, in Israele, le norme di apartheid sono fortificate – la sua vittoria è stata conseguita da decenni. I cittadini palestinesi possiedono una cittadinanza di terza o quarta classe; dagli Ebrei gli è stata sottratta quasi tutta la loro terra; gli Ebrei hanno permesso loro di vivere solamente in ghetti; il sistema educativo dei Palestinesi viene controllato dai servizi di sicurezza; i Palestinesi possono compiere solo pochi lavori che questi Ebrei non vogliono fare; i Palestinesi possono votare, ma non possono partecipare al governo o ottenere un qualsiasi cambio di politica; e via così.
Senza dubbio, purtroppo dovete affrontare un destino analogo. L’apartheid mascherata che i Palestinesi devono affrontare all’interno di Israele è la fotocopia di un tipo di apartheid mascherata – ma più legittimata – di quella progettata per i Palestinesi nei territori occupati, almeno per quelli a cui è concesso di rimanere nei loro Bantustan. E per questa vera ragione, rendere visibile e sconfiggere l’apartheid all’interno di Israele è vitale per il successo della resistenza alle dicriminazioni che qui hanno messo radici.
Questo è il motivo per cui dobbiamo lottare contro l’apartheid di Israele dovunque venga imposta – a Jaffa o a Gerusalemme, a Nazareth o a Nablus, a Beersheva o a Bilin. È la sola lotta che può portare giustizia ai Palestinesi.

April 23, 2010
 Demonstration
Manifestazione a Bilin il 23 aprile. Foto FLV / Palestine Monitor


Originale da: CounterPunch-Israel's Big and Small Apartheids: An Entrenched System Articolo originale pubblicato il 26-4-2010
L’autore
Curzio Bettio è membro di Tlaxcala, la rete internazionale di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala:
http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=10461&lg=it

giovedì 29 aprile 2010

Residente (sotto occupazione) altrove / Accesso negato: L'Ordine No. 1650 relativo alla Prevenzione dalle Infiltrazioni emesso dall'esercito israeliano

di Amira  HASS, 25-4-2010. Tradotto da Curzio Bettio, Tlaxcala
Definire un Palestinese con una residenza nella Striscia di Gaza come un “infiltrato” punibile se trovato nella West Bank – come presunto da un’ordinanza militare attualmente messa in applicazione – è solo un ulteriore anello di una catena di passaggi che Israele ha compiuto, il cui effetto cumulativo è di considerare la Striscia di Gaza come entità separata dalla società palestinese nel suo complesso.
Le limitazioni di spazio consentono solo un esemplificativo elenco di misure di questa natura. Tuttavia anche l’osservazione di questo elenco in forma ridotta può servire per ricordare quello di cui si ha bisogno per analizzare la totalità delle norme dell’occupazione militare nel contesto delle loro precedenti e la loro applicazione sul campo.  

Infatti, questo è quello che hanno fatto gli esperti di diritto dell’organizzazione Hamoked, Centro per la Difesa dell’Individuo, quando hanno messo in guardia contro le implicazioni del nuovo Ordine No. 1650 relativo alla Prevenzione dalle Infiltrazioni (Emendamento No. 2).
1972
Le Forze di Difesa di Israele consentono (Nota bene: loro danno il permesso!) ai Palestinesi di muoversi attraverso tutta la regione  (Israele, la Striscia di Gaza e la West Bank), utilizzando un “permesso d’uscita generale”. La speranza in Israele è che l’integrazione economica provocherà il venir meno delle aspirazioni nazionali. Ma il risultato, non intenzionale, si risolve nella libertà di movimento per tutti i Palestinesi. Per la prima volta dal 1948, i Palestinesi da un capo all’altro di Israele e dei territori fanno l’esperienza di essere un popolo che vive all’interno dei medesimi confini, sotto il medesimo regime. La famiglia unisce, il lavoro unisce, l’amicizia e la scuola uniscono, - i vincoli si forgiano e si rinnovano da entrambi i lati della Linea Verde.
La regola generale: “Il diritto di tutti i Palestinesi alla libertà di movimento viene rispettato, fatta eccezione per alcune categorie determinate dalle autorità di Israele.”
1988-1989
La prima Intifada: viene introdotta nella Striscia di Gaza una carta magnetica, valida per un anno, per coloro che hanno l’autorizzazione speciale ad entrare in Israele. In assenza di posti di blocco e controllo, risulta relativamente facile aggirare questa restrizione.
1991
15 gennaio, alla vigilia della Guerra del Golfo: viene cancellato il permesso di uscita generale dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza. Da adesso, è necessario un permesso individuale.
Gli studenti di Gaza, impegnati negli studi nella West Bank non ricevono più i permessi di entrare in Israele e non possono quindi frequentare le scuole. Famiglie “separate” (tra la West Bank e Gaza) si possono vedere fra loro sempre meno, in assenza di permessi.
La polizia va alla ricerca quotidiana nelle città di Israele di lavoratori palestinesi e controlla se sono in possesso di permessi validi per stare in Israele (come rivela l’organizzazione Worker's Hotline, spesso persone vengono ritenute trasgredire al permesso, se colte in un cinema o in una caffetteria e non sul posto di lavoro indicato dal permesso.) Centinaia sono arrestati e multati, sebbene generalmente la polizia sia facilmente elusa. Inoltre, la polizia non viene rafforzata a Gerusalemme Est e la gente si è convinta che qui non c’è bisogno di un permesso per rimanere nella loro capitale religiosa, culturale ed economica.
Colloqui di pace sono intrapresi alla Conferenza di Madrid. 
1993
Marzo. Viene imposta una “chiusura generale” sui territori (i permessi esistenti vengono revocati), dopo di che il divieto di vivere a Gerusalemme senza permesso individuale è applicato in maniera più stringente (comunque, è erroneo da parte dei Cisgiordani affermare attualmente che la politica di chiusura odierna abbia avuto inizio nel marzo 1993).
Settembre. La Dichiarazione di Principi fra l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina ed Israele stabilisce che entrambe le parti riconoscono Gaza e la West Bank come un’unica entità territoriale. 
Viene messa in atto un’intensa attività costruttiva all’uscita settentrionale della Striscia di Gaza, che si realizza in un checkpoint che controlla ogni giorno in modo asfissiante migliaia di persone.  Questo posto di controllo viene gestito dall’Amministrazione Civile e dalle Forze di Difesa di Israele. Gli altri punti di attraversamento della Striscia di Gaza sono stati dismessi.
La chiusura diventa una realtà permanente che esiste al presente. Il numero di permessi di viaggio che Israele garantisce varie di volta in volta, ma il principio rimane lo stesso: viene negata la libertà di movimento a tutti i Palestinesi, fatta eccezione per coloro che rientrano in un numero di categorie determinato da Israele (lavoratori, uomini di affari, ammalati, collaborazionisti, funzionari dell’Autorità Palestinese, ecc.) 
1994
Maggio. I poteri civili a Gaza vengono trasferiti da Israele ai Palestinesi. Viene trovata una parziale soluzione al problema dei permessi di uscita: i residenti  a Gaza escono attraversando il varco di Rafah, da qui vanno verso la Giordania ed entrano nella West Bank via il Ponte di Allenby. Questa soluzione è usata soprattutto dagli studenti e dalle persone che hanno famigliari in Cisgiordania. 
1995
Ottobre. L’Accordo ad Interim (vengono trasferiti i poteri civili anche nella West Bank ). La clausola 28 dell’Accordo stabilisce che i Palestinesi hanno l’autorità di cambiare un indirizzo sulla carta d’identità, ma la variazione deve essere comunicata all’Amministrazione Civile.
1996
Contrariamente a quello che era stato stabilito negli Accordi di Oslo, funzionari israeliani dell’Amministrazione Civile informano i Palestinesi che un cambiamento di indirizzo da Gaza alla West Bank comporta l’autorizzazione israeliana. L’autorizzazione viene concessa solo ad alcuni fra coloro che sollecitano il cambio di indirizzo e questo avviene secondo criteri oscuri.
1997
Agli abitanti di Gaza viene impedito di uscire via il Ponte di Allenby o di passare da qui per entrare nella West Bank, senza essere in possesso di permessi individuali concessi da Israele. 
1999
Ottobre. Viene introdotto un “passaggio di sicurezza” fra Gaza e la West Bank lungo un percorso meridionale. 
2000
Fine di settembre. Esplode la seconda Intifada. Il passaggio di sicurezza viene chiuso.
Israele impedisce che gli studenti di Gaza vadano a frequentare le scuole in Cisgiordania. 
Israele congela i cambi di indirizzo da Gaza alla West Bank.
2001
Entrare nella Striscia di Gaza per chiunque non sia di Gaza viene ridotto al minimo (in genere nei casi di morte di parenti di primo grado).
2002
Per la prima volta, le autorità dichiarano che i cittadini di Gaza presenti nella West Bank sono residenti illegali. Molti vengono deportati a Gaza, quando scoperti casualmente durante controlli di documenti di identificazione o nell’attraversamento dei checkpoint.
2004
Novembre. Le forze armate israeliane irrompono in un appartamento a Bir Zeit, nei pressi di Ramallah, arrestano e deportano a Gaza quattro studenti di ingegneria. 
2005
Gli attraversamenti di “sganciamento” della Striscia di Gaza sono dichiarati varchi “internazionali”.
2007
L’uscita da Gaza è consentita solo in casi umanitari estremi (e a coloro che sono in connessione con l’Autorità Palestinese). 
Per la prima volta dal 1967, Israele istituisce un permesso che consente di rimanere nella West Bank ai cittadini di Gaza che si trovano nella West Bank (in linea con il permesso di residenza richiesto a coloro che si trovano in Israele). Molte richieste di permesso sono respinte. Migliaia di Palestinesi senza permesso sono scoraggiati ad attraversare i varchi di controllo interni della  West Bank, per paura di essere presi e deportati. Perciò, vivono come prigionieri nelle loro città di residenza.
2009
Marzo. Lo Stato di Israele dichiara che i Palestinesi di Gaza non hanno titoli per vivere nella Cisgiordania. Questo avviene tramite una nuova normativa che viene alla luce grazie alle petizioni di Hamoked, Centro per la Difesa dell’Individuo, rivolte all’Alta Corte di Giustizia. 
Lo Stato insiste nel concedere permessi a risiedere nella West Bank solo per i seguenti gruppi: ammalati cronici che possono essere curati solo nella Cisgiordania; minori sotto i 16 anni con solo un genitore che vive in Cisgiordania, e minori che non hanno parenti che li possano accudire nella Striscia di Gaza; persone oltre i 65 anni che richiedono cure infermieristiche e non hanno chi li possa assistere nella Striscia. Tutti gli altri – coloro che sono in salute, non sono orfani, non sono persone anziane che vivono da sole senza assistenza – non hanno il diritto di vivere nella West Bank.
2010
Aprile. Un’ordinanza militare con effetto immediato definisce tutti coloro che risiedono nella West Bank senza un permesso come “infiltrati” e delinquenti che devono essere puniti. 


Originale da: Haaretz-Otherwise occupied / Access denied
Articolo originale pubblicato il 25 April 2010
L’autrice

Curzio Bettio è membro di Tlaxcala, la rete internazionale di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala:
http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=10427&lg=it


mercoledì 24 marzo 2010

Verità e conseguenze dell’invasione di Gaza

Estratto dal nuovo libro di Norman Finkelstein ,“This Time We Went Too Far – Questa volta siamo andati troppo in là”
Tradotto da Curzio Bettio, Tlaxcala

Originale da: Truth and Consequences in the Gaza Invasion
Questo articolo è stato estratto dal nuovo importante libro di Norman Finkelstein sull’aggressione a Gaza,“This Time We Went Too Far – Questa volta siamo andati troppo in là” pubblicato questo mese da OR Books. Per acquistare una copia del libro si prega di consultare OR Books. Questo volume non è disponibile nelle librerie o presso altri rivenditori online.


Lo sdegno dell’opinione pubblica suscitato dall’invasione di Gaza non è arrivato inaspettato, piuttosto ha segnato il nadir, il punto più basso di una curva che rappresenta il costante declino dell’appoggio ad Israele. Come suggerito dai dati di inchieste presso Americani ed Europei, sia Gentili che Ebrei, negli ultimi dieci anni la pubblica opinione è diventata sempre più critica nei confronti della politica di Israele. Le immagini orrende di morte e di distruzione diffuse in tutto il mondo durante e dopo l’invasione hanno accelerato questo sviluppo di criticità.
Un anno dopo, il britannico Financial Times in un suo editoriale recitava: “Il ripetersi sempre più pesante e la brutalità della guerra in questa regione instabile ha spostato l’opinione pubblica internazionale, rammentando ad Israele di non essere sopra alla legge. Israele non può più a lungo dettare i termini della discussione e del confronto.”
Un sondaggio negli Stati Uniti, che registrava le reazioni dopo l’attacco a Gaza, metteva in evidenza come gli USAmericani che si esprimevano dichiarandosi sostenitori di Israele precipitavano dal 69% di prima dell’attacco al 49% nel giugno 2009, mentre coloro che ritenevano che gli USA dovevano appoggiare Israele piombavano dal 69% al 44%.
Consumato dall’odio, sospinto da autogiustificazioni e confidando di poter controllare o intimidire la pubblica opinione, Israele procedeva a Gaza come se potesse farla franca per un assassinio di massa alla piena luce del giorno. Ma, mentre il sostegno ufficiale dell’Occidente ad Israele restava fedelmente compatto, la carneficina scatenava un’ondata di sdegno popolare in tutto il mondo.
Che questo derivasse dal fatto che l’aggressione avveniva sulla scia della devastazione procurata da Israele in Libano, o per la spietata persecuzione di Israele nei confronti della gente di Gaza, o per la pura vigliaccata dell’assalto, l’invasione di Gaza è sembrata segnare un punto di svolta nell’opinione pubblica, che richiama alla mente la reazione internazionale al massacro del 1960 a Sharpeville nel Sud-Africa dell’apartheid.

Era prevedibile che organizzazioni ufficiali delle comunità della diaspora ebraica con collegamenti di vecchia data con Israele conferissero un appoggio a scatola chiusa. Ma, allo stesso tempo, organizzazioni ebraiche progressiste di nuova costituzione prendevano le distanze in misura più o meno rilevante. Mentre nel passato gli Ebrei tradizionalmente avevano appoggiato le guerre di Israele, durante questa invasione la maggior parte esprimeva perplessità, fatta eccezione per una minoranza sempre più ridotta di anziani che si schierava prendendo le difese di Israele e una minoranza in espansione di giovani che causticamente lo denunciavano.
Fra il dissociarsi crescente degli Ebrei più giovani dalla bellicosità di Israele e l’aumento delle perplessità degli Ebrei in generale nel fornire ad Israele appoggio, il massacro di Gaza registrava il crollo del sostegno fino a questo momento incondizionato alle guerre di Israele.
Per giunta, mentre le dimostrazioni contro la guerra in molti paesi occidentali erano etnicamente eterogenee (includevano una significativa presenza di Ebrei!), le dimostrazioni “pro” Israele erano composte quasi esclusivamente da Ebrei.
Il fatto che l’opposizione attiva alla politica di Israele, per esempio nei campus universitari, si sia diffusa da nuclei arabo-musulmani verso la generalità di opinione, mentre l’appoggio energico ad Israele era ristretto ad una frazione dell’insieme etnico ebraico, questo è un evidente indicatore di che direzione hanno preso le cose. È passato il tempo dello “splendore” di Israele, sembra irrevocabilmente, e l’Israele deturpato che in anni recenti è andato a sostituirsi nella assunzione pubblica di consapevolezza è motivo di crescente imbarazzo. Non è che il comportamento di Israele sia divenuto tanto peggiore di quello in precedenza, ma piuttosto è la documentazione di questo comportamento che, finalmente, è venuta alla luce ed è andata diffondendosi.

La verità non può più a lungo essere negata o venire respinta. La documentazione del conflitto arabo-israeliano esposta da valenti storici è in netto contrasto con la versione volgarizzata del calibro di Exodus di Leon Uris.
Le prove delle violazioni dei diritti umani da parte di Israele raccolte da importanti organizzazioni degne di fiducia non possono conciliarsi con il suo decantato impegno alla “purezza delle armi.”
Le deliberazioni di istituzioni politiche e giudiziali di assoluto rilievo pongono pesanti dubbi sull’impegno conclamato di Israele per una risoluzione pacifica del conflitto.
Per tanto tempo i “supporter” di Israele hanno sviato l’impatto di questa registrazione di documenti raccolti, brandendo le spade gemelle dell’Olocausto e del “neo anti-Semitismo.” Ci si prefiggeva che gli Ebrei non sottostassero agli standard convenzionali morali/legali dopo le sofferenze uniche che avevano dovuto sopportare nel corso della Seconda Guerra Mondiale e si affermava che il criticismo nei confronti della politica di Israele era motivato da un odio sempre rinascente verso gli Ebrei. Tuttavia, a parte l’inevitabile indebolimento derivato da overdose, queste armi si sono dimostrate molto meno efficaci una volta che l’insieme delle critiche verso Israele irrompeva nel flusso dell’opinione pubblica.
Incapaci di smussare le critiche contro Israele, ora gli apologeti come per magia fanno spuntare bizzarre teorie per giustificare questo ostracismo.

George Gilder, guru della reaganomics, postula che un sistema di libero mercato singolarmente libera potenziale umano e allora in un tale sistema gli Ebrei sono e devono essere “rappresentati in modo elitario nelle gerarchie più alte” dato che loro sono forniti di maggior talento. Per converso, se gli Ebrei non esercitano il predominio, questo avviene in quanto si impone un sistema economico men-che-ideale. L’anti-Semitismo scaturisce dal risentimento procurato dalla “superiorità e eccellenza ebraica” e dalla “manifesta supremazia degli Ebrei su tutti gli altri gruppi etnici,” mentre l’odio per Israele è dettato dal fatto che Israele si è evoluto (sotto la tutela ispirata di Benjamin Netanyahu) in un perfetto sistema a libero mercato che “condensa il genio degli Ebrei,” rendendolo “una delle potenze capitaliste guida ” ed oggetto delle invidie nel mondo: “Israele è odiato soprattutto per le sue virtù.” Se figurano Ebrei in posizione preminente fra i critici di Israele, questo è dovuto al fatto che “eccellono senza alcuna difficoltà in tutti i settori intellettuali tanto da sorpassare tutti i rivali anche nell’arena dell’anti-Semitismo.”
Invece, l’Occidente deve preservare e proteggere Israele dal “mondo delle chimere e delle fantasie a somma-zero della vendetta jihadista e di morte ” e dalle “masse di barbari”, perché il genio ebraico ha permesso all’umanità di “svilupparsi e prosperare”: gli Ebrei sono “essenziali alla razza umana.”
“Se Israele venisse distrutto, l’Europa capitalista andrebbe incontro alla stessa sorte e l’America, come epitome di capitalismo produttivo e creativo stimolato dagli Ebrei, si troverebbe in pericolo”; “Israele si trova all’avanguardia della futura generazione tecnologica e sulla linea del fronte di una nuova guerra razziale contro il capitalismo e l’individualità e il genio ebraico”; “Proprio come le economie liberiste sono necessarie per la sopravvivenza del genere umano del pianeta, così la sopravvivenza degli Ebrei risulta vitale per il trionfo delle economie liberiste. Se Israele venisse schiacciato o distrutto, dovremo soccombere alle forze che ovunque prendono come obiettivo il capitalismo e la libertà.”

Dall’altra parte dell’Atlantico, Robin Shepherd, direttore per gli affari internazionali alla Henry Jackson Society, con sede a Londra, afferma che Israele ha dovuto subire forti critiche in Occidente non tanto per il suo atteggiamento rispetto ai diritti umani ma in quanto si tratta di uno Stato democratico, capitalista, che combatte in prima linea a fianco degli Stati Uniti contro la minaccia portata alla “civiltà” dall’ Islam radicale: “Israele è divenuto un nemico non per qualcosa che ha fatto” ma “perché si trova dalla parte opposta della barricata.” La “principale piattaforma che genera tensioni in Occidente” per questa “ondata travolgente di isteria, inganno e distorsione contro lo Stato ebraico” è costituita da Marxisti totalitaristi e da simpatizzanti liberal-sinistrorsi che, delusi dal proletariato occidentale ed insoddisfatti per le lotte di liberazione nel Terzo Mondo, hanno fatto causa comune con l’“Islam militante” per distruggere l’ordine mondiale liberal-capitalista. Quantunque questi critici di Israele non siano anti-Semiti nel senso tradizionale “soggettivo” di disprezzare gli Ebrei in quanto tali, costoro sono colpevoli di anti-Semitismo “oggettivo”, visto che Israele è assolutamente centrale per l’identità ebraica nel mondo contemporaneo.
Ma l’opposizione ad Israele molto probabilmente proviene anche dai sangue blu dell’ancien régime che desiderano restaurare le gerarchie del vecchio mondo, prima che gli Ebrei arrivassero a sconvolgerle. Questa cospirazione “neo-anti-Semitica” largamente diffusa comprende “la maggior parte” di coloro che accusano Israele di commettere crimini di guerra e altre violazioni del diritto internazionale. Allora, è ben inteso che dietro alla condanna di Israele da parte di Amnesty International e della Corte Internazionale di Giustizia, dei Nobel per la pace Jimmy Carter e Mairead Corrigan Maguire, del Financial Times e della BBC si nasconde la mano diabolica della congrega fra radicali di sinistra, fanatici islamici ed aristocratici latifondisti.
Per quelli che desiderano saperne di più, Shepherd “caldamente” raccomanda il film The Case for IsraelLa causa in favore di Israele di Alan M. Dershowitz.
Sebbene queste giustificazioni dell’isolamento di Israele siano carenti di credibilità, è fuori dubbio che le azioni di Israele siano in caduta precipitosa. Mentre Israele aveva guadagnato in Occidente molti simpatizzanti dopo le sue splendide vittorie nel giugno 1967, in anni recenti Israele è stato relegato in uno status quasi di paria, specialmente in Europa.
Una ricerca del 2003 dell’Unione Europea ha definito Israele come la più grande minaccia alla pace mondiale. Un sondaggio di opinione del 2008 indicava Israele come il più grosso ostacolo al conseguimento della pace nel conflitto israelo-palestinese. In un sondaggio Servizio dal Mondo della BBC realizzato alla vigilia dell’invasione di Gaza, non meno di 19 su 21 paesi presi in considerazione esprimevano un predominante punto di vista negativo su Israele.

Intanto, in un articolo dal titolo “Second Thoughts about the Promised Land – Ripensamenti sulla Terra Promessa,” l’ Economist riportava nel 2007 che, sebbene “molti Ebrei della diaspora ancora danno il loro sostegno forte ad Israele…il loro grado di incertezza sta aumentando.”
Voci di Ebrei in dissenso hanno cominciato a coagularsi in Gran Bretagna, Germania e in tutto il mondo, sfidando l’egemonia delle organizzazioni ufficiali ebraiche che ripetono a pappagallo la propaganda di Israele.
Negli Stati Uniti l’immagine nel suo complesso e le tendenze forse non sono così pronunciate, ma sono non meno degne di nota. Sulla base di dati forniti da sondaggi si può ampiamente affermare che gli USAmericani avevano su Israele punti di vista favorevoli in maniera consistente e simpatizzavano molto più per Israele che per i Palestinesi. Ora anche gli Statunitensi in modo schiacciante appoggiano un approccio USA imparziale nell’ambito del conflitto israelo-palestinese e più di recente hanno espresso “equanimi livelli di simpatia ” per entrambe le parti, mentre una sostanziale minoranza ritiene che la politica degli USA sia incline (od oscilli troppo) a favore di Israele; una robusta maggioranza di USAmericani “pensano che Israele non stia facendo bene la sua parte nel metttere in atto tentativi di risolvere il conflitto”; e in certe occasioni gli Statunitensi hanno sostenuto l’uso di sanzioni per frenare Israele.
Significativamente, una maggioranza di Statunitensi inoltre sono favorevoli all’insediamento di due Stati sui confini del giugno 1967, fatto che comporta il totale ritiro di Israele dai territori occupati durante la guerra del giugno. “Sì, i sondaggi rilevano un forte appoggio per Israele,” osservava nel 2007 M. J. Rosenberg, direttore per l’analisi politica del Forum sulle Politiche di Israele, a proposito delle recenti tendenze; comunque, “questo appoggio ad Israele, che ben esiste, è largo ma non troppo radicato.”
Questo fenomeno può essere riscontrato quasi ogni giorno nella rubrica “Lettere alla Redazione”. Ogni volta che appare un editoriale su Israele, specialmente se contiene critiche, vengono indirizzate al direttore tantissime lettere. Molte appoggiano le posizioni di Israele. E quasi senza eccezione, queste lettere sono scritte da Ebrei. Quella larga maggioranza [di USAmericani non Ebrei] che presumibilmente è sostenitrice di Israele in effetti non interviene mai.
Secondo un sondaggio del 2007 della Lega Anti-Diffamazione (ADL) l’opinione favorevole degli Statunitensi nei confronti di Israele si trova segnatamente ad un livello inferiore rispetto alla loro favorevole opinione verso la Gran Bretagna e il Giappone, mentre è allo stesso livello di quella relativa all’India e al Messico. Quasi la metà di coloro che hanno risposto al sondaggio ritiene che gli USA dovrebbero collaborare con gli Stati arabi “moderati”, “anche a spese di Israele.”
La metà o più degli interpellati ritenevano di stigmatizzare Israele ed Hezbollah allo stesso modo per la guerra in Libano dell’estate 2006 ed appoggiavano una (più) neutrale presa di posizione degli Stati Uniti.
Per di più, in anni recenti, influenti congregazioni religiose, come la Chiesa Presbiteriana USA, il Consiglio Mondiale delle Chiese, la Chiesa Unita di Cristo e la Chiesa Unita Metodista, tutte hanno sostenuto iniziative, compreso il disinvestimento azionario e dismissioni d’impresa, per forzare Israele a mettere fine all’occupazione.

Un’indagine del 2005 condotta dal sondaggista ebreo Steven M. Cohen rilevava che “l’attaccamento degli Ebrei statunitensi ad Israele si è indebolito sensibilmente negli ultimi due anni…, dando continuità ad un andamento che dura da tempo.”
Gli interpellati dal sondaggio che ribadivano le loro preoccupazioni per Israele erano in numero inferiore rispetto ad altri di sondaggi precedenti di analoga natura.
Sorprendentemente, non vi è un parallelo declino nelle altre dimensioni di identità ebraica, compresa l’osservanza religiosa e l’affiliazione comunitaria.
La ricerca riscontrava che era un 26% ad affermare di essere “veramente” attaccato emozionalmente ad Israele, in confronto al 31% che dichiarava lo stesso sentimento in una simile inchiesta condotta nel 2002.
Circa i due terzi, il 65%, ribadiva di seguire attentamente le notizie riguardanti Israele, in diminuzione dal 74% del 2002, mentre il 39% dichiarava di discutere frequentemente sulla questione Israele con amici ebrei, in diminuzione dal 53% del 2002.
Inoltre, Israele veniva meno come componente dell’identità ebraica personale di coloro che erano stati coinvolti nell’inchiesta. Quando veniva loro proposta una selezione di fattori, come la religione, la comunità e la giustizia sociale, così come “l’atteggiamento generoso nei confronti di Israele,” e si richiedeva, “Per lei personalmente, l’essere ebreo comporta qualche conseguenza?,” il 48% dichiarava che Israele aveva una “qualche” importanza, rispetto al 58% del 2002.
Ancora, il 57% affermava che “l’atteggiamento generoso nei confronti di Israele è una parte veramente importante del mio essere ebreo,” confrontato con il 73% di una inchiesta consimile del 1989.
Un sondaggio del 2007 del Consiglio Ebraico Americano rilevava che il 30% di Ebrei si sentiva “abbastanza distante” o “decisamente distante” da Israele.
Cohen pronostica: “A lungo andare prevedo una polarizzazione nella comunità ebraica degli USA, da una parte un piccolo numero in crescita più devoto e attaccato ad Israele, d’altro canto un gruppo più ampio che si lascia trasportare lontano.”
Un sondaggio del 2006 metteva in evidenza che, fra gli Ebrei USAmericani sotto i 40 anni, almeno un terzo si sentiva “abbastanza distante” o “decisamente distante” da Israele, mentre un sondaggio del 2007 trovava che fra gli Ebrei di età inferiore ai 35 anni un buon 40% registrava uno “scarso attaccamento” a Israele (solo un 20% dimostrava un “alto attaccamento”). E cosa straordinaria, meno della metà rispondeva affermativamente che “la distruzione di Israele sarebbe stata una tragedia personale.”
L’ex presidente dell’Agenzia Ebraica recentemente suonava l’allarme per il fatto che “meno del 24% dei giovani Ebrei nel Nord America fanno parte di organizzazioni ebraiche. Meno del 50% degli Ebrei del Nord America sotto i 35 anni provano un forte senso di appartenenza al popolo ebraico. Meno del 25% di Ebrei del Nord America sotto i 35 anni si definiscono Sionisti.”

Nei campus nazionali l’appoggio ad Israele si limita a quegli studenti ebrei che fedeli al sionismo sono riuniti nelle Hillel. Uno studio commissionato da organizzazioni di sostegno ebraico riporta : “Gli studenti ebrei dei college sono indiscutibilmente meno attaccati ad Israele rispetto a quelli delle generazioni precedenti. Israele sta perdendo la battaglia nei cuori e nelle menti di questa schiera.” Infatti, di quasi mezzo milione di studenti ebrei che frequentano istituti di studi superiori, “solo circa il cinque per cento hanno qualche frequentazione con la comunità ebraica.”
Perplessità nei confronti di Israele, che confina con la disaffezione, può essere riscontrata anche in influenti settori della società statunitense, nel pubblico dei lettori e sempre nelle personalità di spicco della vita intellettuale degli Stati Uniti.
Un recente sondaggio ha riscontrato che la maggioranza degli opinion-leader negli USA considera l’appoggio ad Israele come la “ragione più importante dei contrasti che gli Stati Uniti hanno in tutto il mondo.” 
In un saggio del 2003 sulla Review of Books di New York, lo storico ebreo Tony Judt sosteneva che “Israele oggi è un male per gli Ebrei ” e metteva in dubbio sia la vitalità economica che l’appetibilità di uno Stato ebraico.
John J. Mearsheimer dell’Università di Chicago e Stephen M. Walt dell’Harvard Kennedy School, erano i coautori nel 2006 di un autorevole documento che riportava alle giuste proporzioni la storia idealizzata dell’immagine di Israele e in cui si asseriva che Israele era diventata una “passività strategica ” per gli Stati Uniti.
Un libro dell’ex Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, provocatoriamente intitolato Palestine Peace Not Apartheid - Pace in Palestina, no apartheid, deplorava la politica di Israele nei Territori Occupati di Palestina e assegnava ad Israele la diretta responsabilità di avere trascinato il processo di pace in un vicolo cieco.
Sebbene la lobby ebraica abbia scatenato contro questi interventi contrattacchi al vetriolo, le sue solite calunnie presuntive di anti-Semitismo e di negazionismo dell’Olocausto non hanno fatto breccia. Quando, nel 2006, le pressioni della lobby hanno portato alla cancellazione di una conferenza già programmata di Tony Judt, egli ha assunto immediata celebrità nei circoli intellettuali degli Stati Uniti. I suoi critici, come quel Abraham H. Foxman della Lega Anti-Diffamazione, venivano derisi per “scagliare spaventose accuse di anti-Semitismo” e per essere un “anacronismo.” Carter, nondimeno, veniva accusato di essere un plagiario, in paga degli sceicchi arabi, un anti-semita, un apologeta del terrorismo, un simpatizzante dei Nazi e un negazionista al limite del lecito dell’Olocausto. Tuttavia, il libro di Carter è finito nella lista dei bestseller del New York Times e vi è rimasto per mesi, vendendo qualcosa come 300.000 copie in brossura. Sebbene snobbato dal presidente della Brandeis University, al contrario Carter riceveva una standing ovation dal corpo studentesco quando si era recato a parlare presso quella istituzione ebraica storica. (Metà dell’auditorio usciva dalla sala quando il professore di diritto di Harvard Alan M. Dershowitz si era alzato per replicare a Carter).
Mearsheimer e Walt hanno dato alle stampe per i tipi della casa editrice Farrar, Straus e Giroux, il loro libro, The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy - La Israel Lobby e la politica estera degli Stati Uniti, che è diventato anch’esso un bestseller del Times. [N.d.tr.: sorprendentemente edito in italiano da Mondadori]
Si tratta di un ulteriore testimonianza delle fortune declinanti di Israele; nel corso della durata in carica del primo ministro Ehud Olmert, anche Foxman e il sempiterno supporter di Israele Elie Wiesel si sono dati a stigmatizzare Israele per avere mancato di perseguire la pace.

Il malcontento pubblico, che iniziava a ribollire nei confronti della politica di Israele in anni recenti, ha raggiunto il punto di ebollizione dell’indignazione nel corso dell’invasione di Gaza.
Malgrado il blitz propagandistico orchestrato da Israele con estrema oculatezza; malgrado l’inclinazione in modo schiacciante filo israeliana dei servizi informativi dei mezzi di comunicazione, specialmente durante i primi giorni dell’aggressione; e malgrado il sostegno all’assalto ufficialmente dichiarato in Occidente – malgrado tutto questo, grandi manifestazioni popolari in tutta l’Europa Occidentale (Spagna, Italia, Germania, Francia, e Gran Bretagna) hanno fatto scomparire per dimensioni le dimostrazioni in favore di Israele.
Un’ondata di occupazioni studentesche si sono diffuse rapidamente per tutta la Gran Bretagna, comprendendo Oxford, Cambridge, Manchester, Birmingham, London School of Economics, School of Oriental and Asian Studies, Warwick, King’s, Sussex, e Cardiff.
Perfino in tradizionali bastioni di appoggio ad Israele come il Canada, dove la propensione filo israeliana del sistema politico di estrema destra e dei media è particolarmente intensa, una pluralità di settori dell’opinione pubblica ha disapprovato l’aggressione e l’Unione canadese del Pubblico Impiego approvava una mozione che proponeva un boicottaggio accademico di Israele.
Dichiarando dopo il cessate-il-fuoco che “gli avvenimenti di Gaza ci hanno colpito profondamente,” un gruppo di 16 fra giudici e inquirenti di tutto il mondo di grandissima esperienza – fra cui Antonio Cassese (Primo Presidente e Giudice del Tribunale Internazionale per i Crimini nella ex Jugoslavia e Presidente della Commissione di Inchiesta dell’ONU per il Darfur) e Richard Goldstone (Procuratore Generale del Tribunale Internazionale per i Crimini nella ex Jugoslavia e nel Rwanda e Presidente della Commissione di Inchiesta dell’ONU per il Kosovo) facevano appello per un’“inchiesta internazionale sulle gravi violazioni delle leggi di guerra commesse da tutte le parti in conflitto a Gaza.”

Non stupisce il fatto che gli apologeti di Israele attribuiscano la diffusa indignazione per l’invasione di Gaza all’anti-Semitismo. Può essere postulata la norma generale che più profondo è l’abisso in cui affonda la condotta criminale di Israele più alto è il livello dei decibel degli strilli di anti-Semitismo. Abraham H. Foxman dichiarava che “gli Ebrei devono affrontare una epidemia, una pandemia di anti-Semitismo. Si tratta di un anti-Semitismo il più intenso, il più diffuso, il peggiore che si possa ricordare in tempi recenti.” Questo fomentare paure da parte di Foxman non era una novità, visto che aveva pronosticato tempo addietro nel 2003 che l’anti-Semitismo stava sollevando “una grave minaccia alla sicurezza del popolo ebraico, come quella che si era dovuto affrontare negli anni Trenta.”
Proprio come nel passato, i risultati di sondaggi usati per dare fondamento a queste esagerazioni registravano “indicatori” di “opinioni del più pernicioso anti-Semitismo,” tali da riscontrare che “larghi settori dell’opinione pubblica in Europa continuano a ritenere che gli Ebrei ancora parlino troppo di quello che è capitato loro durante l’Olocausto.” Secondo il “filosofo” della comunicazione Bernard-Henri Lévy, di Parigi, chi mette in dubbio che l’olocausto nazista sia stato uno “spartiacque morale nella storia dell’uomo” dovrebbe essere considerato un anti-Semita.
Alcuni episodi, certamente sgradevoli, di presunto anti-Semitismo in Europa si sono manifestati in e-mail e scritte murali, mentre l’anti-semitismo europeo, nonostante la montatura propagandistica, impallidiva rispetto al pregiudizio contro i Musulmani. (Un aumento di animosità nei confronti di Ebrei e Musulmani, negli ultimi anni le due curve tendono a correlarsi, appare in parte dovuto ad una rinascita di etnocentrismo fra gli Europei più anziani, meno educati e politicamente conservatori.)
Tuttavia è più vicino al vero che la messa in atto da parte di uno Stato, auto-proclamatosi ebraico, di azioni sfrenate omicide ripetute in Libano e a Gaza, e l’aperto sostegno a questi comportamenti violenti conferito da parte di organizzazioni ufficiali ebraiche di tutto il mondo, siano stati la causa di deplorevoli, anche se completamente prevedibili, “esternazioni” secondo cui tutti gli Ebrei in generale venivano ritenuti responsabili.
Se, come ha asserito il Forum israeliano di Coordinazione dell’Opposizione all’anti-Semitismo, vi è stata “una rapida impennata in numero e in intensità dei casi di anti-Semitismo” durante il massacro di Gaza; se “con il cessate-il-fuoco vi è stato un marcato decremento in numero e in intensità dei casi di anti-Semitismo”; e se “un’altra vampata nella regione, simile all’operazione scatenata contro Gaza, probabilmente causerebbe una ancor più severa esplosione di attività anti-Semite contro le comunità ebraiche nel mondo,” allora un metodo efficace per combattere l’anti-Semitismo potrebbe essere per Israele quello di smetterla con i massacri.
È anche vero che il divario crescente fra il sostegno ufficiale ad Israele guerrafondaio e la repulsione popolare contro questo può alimentare teorie di complotti anti-Semitici.
Ad esempio, in Germania la dirigenza politica e l’insieme dei mezzi di comunicazione non sopportano alcuna posizione critica nei confronti di Israele a causa della “speciale relazione” che vede la sua origine nella “storica responsabilità” della Germania.
Il cancelliere Angela Merkel ha superato gli altri leader europei nell’abbracciare la causa di Israele durante l’invasione di Gaza. Tuttavia, recenti sondaggi hanno mostrato come il 60% dei Tedeschi respinge la nozione di obblighi particolari della Germania nei confronti di Israele, (i giovani rifiutano tutto questo per il 70%), il 50% ritiene che Israele sia un paese aggressivo e il 60% pensa che Israele persegua i propri interessi in modo spietato.
Più in generale, Gideon Levy richiamava alla mente “la scena surreale al momento culminante del brutale assalto a Gaza, quando i capi dell’Unione Europea si erano recati in Israele e pranzavano con il primo ministro facendo bella mostra di un appoggio unilaterale per la parte cha stava provocando morte e distruzione.” E sebbene fosse stato Israele a rompere la tregua e a scatenare l’invasione, i leader europei intrattenevano colloqui con gli Stati Uniti (e con il Canada) su come ostacolare l’accesso alle armi non agli aggressori ma alle vittime!
È solo questione di tempo prima che gli Europei comincino a chiedersi, se non lo hanno già fatto, per ordine di chi la loro politica estera si muova con queste modalità.

Ascrivere il disgusto popolare dei Gentili per il massacro di Gaza all’anti-Semitismo si è dimostrato del tutto irrazionale a fronte del diffuso e palese dissenso ebraico. Mentre organizzazioni ebraiche ufficiali delle comunità diffondevano dichiarazioni in favore di Israele, proliferavano organizzazioni ebraiche ad hoc che presentavano istanze che deploravano l’invasione.
Più significativamente, Ebrei di notevole importanza nella vita delle comunità ebraiche censuravano le azioni di Israele, sebbene con toni in generale smorzati. Quando Israele era pronto a lanciare l’offensiva di terra dopo una settimana di attacchi aerei, un gruppo di Ebrei più illustri della Gran Bretagna, pur dichiarandosi “profondi e appassionati sostenitori” di Israele, esprimevano “orrore” all’aumentare “ delle perdite di vite umane da entrambe le parti ” e raccomandavano ad Israele di cessare immediatamente le operazioni militari contro Gaza.
In una nota più aspra, Gerald Kaufman, membro del Parlamento britannico ed ex ministro ombra per gli affari esteri, dichiarava durante un dibattito sulla questione di Gaza alla Camera dei Comuni: “Mia nonna si trovava ammalata a letto quando i Nazisti fecero irruzione nella sua città natale di Staszow. Un soldato tedesco la colpì a morte nel suo letto. Mia nonna non è morta per fornire una copertura ai soldati di Israele per andare ad ammazzare nonne palestinesi a Gaza.”
Kaufman arrivava ad accusare il governo di Israele di avere “crudelmente e cinicamente sfruttato il continuo senso di colpa fra i Gentili per il massacro di Ebrei nell’olocausto come giustificazione dei loro assassini di Palestinesi.”
Intanto, in Francia, il popolare scrittore ebreo Jean-Moïse Braitberg richiedeva al presidente di Israele di rimuovere il nome di suo nonno dal momumento di Yad Vashem dedicato alle vittime dell’olocausto nazista, “cosicché non possa essere usato per giutificare l’orrore che viene riversato sui Palestinesi.”
In Germania, Evelyn Hecht-Galinski, figlia dell’ex presidente del Consiglio Centrale degli Ebrei in Germania, scriveva : “Non il governo di Hamas eletto regolarmente, ma il brutale occupante…deve essere posto sul banco degli imputati all’Aja,” mentre la sezione germanica degli Ebrei europei per una Pace Giusta pubblicava una dichiarazione che sottolineava come “gli Ebrei Tedeschi Dicevano NO alle Uccisioni commesse dall’Esercito Israeliano.”
In Canada, otto donne ebree che occupavano il Consolato di Israele invitavano “tutti gli Ebrei a pronunciarsi contro questo massacro,” e il celebre pianista canadese Anton Kuerti dichiarava:
“Gli incredibili crimini di guerra che Israele sta commettendo a Gaza . . .mi fanno vergognare di essere Ebreo.”
In Australia, due romanzieri di fama ed un ex ministro del governo federale firmavano un appello di Ebrei che condannavano Israele per la sua aggressione gravemente spropositata.
L’amministrazione Bush e il Congresso degli Stati Uniti sostenevano Israele in modo inqualificabile nel corso di tutta l’invasione. Una risoluzione, che assegnava la totale colpevolezza delle morti e delle distruzioni ad Hamas, passava all’unanimità al Senato e alla Camera con 390 voti a favore e 5 contrari.
Molto del flusso di informazioni nei media negli Stati Uniti, in modo altrettanto sfacciato, era in linea con la parte in causa israeliana. Il giornalista Max Blumenthal osservava : “Dal capodanno, un drappello osannante Israele ha trasformato le pagine di opinione dei maggiori quotidiani usamericani in uno spazio personale dei più violenti e rumorosi. Di tutti i contributi editoriali pubblicati dal Washington Post, Wall Street Journal, e New York Times, da quando Israele ha iniziato la guerra contro Gaza, . . . solo uno ha offerto uno scettico punto di vista sull’aggressione.”
La concezione del New York Times di editoriali… equilibrati veniva conseguita giustappunto mediante le fantasie di Jeffrey Goldberg sul male non redimibile di Hamas e con le raccomandazioni di Thomas Friedman per Israele ad infliggere “pesanti sofferenze alla popolazione di Gaza.”
Il suo rivale cittadino, il New York Daily News, pubblicava un editoriale di apertura del Rabbino Marvin Hier che incalzava i leader mondiali a “non. . . ricostruire più Gaza ” anche se “molti civili soffriranno ”, dato che “i terroristi e coloro che li appoggiano non hanno diritto a ricevere aiuti importanti per la loro crudeltà, per i loro misfatti e per la loro omertà.” E questo è il fondatore e decano del Centro Simon Wiesenthal e del suo Museo della Tolleranza!
Nel bel mezzo di questa atmosfera da linciaggio anche organizzazioni per i diritti umani, come Human Rights Watch, riservavano per Hamas la loro più forte condanna.
Nonostante questa elite riversasse torrenti di veleno, i sondaggi dell’opinione pubblica mostravano che, pur con dure critiche ad Hamas, solo circa il 40% degli USAmericani approvavano l’attacco di Israele, mentre fra coloro che votavano Democratico (il partito di affiliazione di molti Ebrei) il consenso crollava al 30%.
In una teatrale esibizione di indipendenza, che richiamava alla mente Jimmy Carter come autore di Palestine Peace Not Apartheid, l’icona liberal Bill Moyers stigmatizzava Israele sul suo popolare programma di questioni pubbliche Bill Moyers Journal, quantunque in un contesto assai critico nei confronti di Hamas: “Uccidendo indiscriminatamente vecchi, bambini, intere famiglie, distruggendo scuole ed ospedali, Israele ha fatto esattamente ciò che fanno i terroristi.”
Come Carter, anche Moyers immediatamente finì sotto il tiro di Abraham H. Foxman, che lo accusava di “razzismo, revisionismo storico ed indifferenza al terrorismo,” e del professore di diritto ad Harvard Alan M. Dershowitz, che screditava Moyers per “la sua falsa moralistica equidistanza ” fra il terrorismo di Hamas e l’esercito di Israele, che “inavvertitamente aveva ammazzato qualche civile palestinese che era stato usato da Hamas come scudo umano.”
Ma ancora come Carter, Moyers riusciva a guadagnare terreno, visto che altri liberal si erano levati in sua difesa, e ad uscire illeso dopo la raffica di diffamazioni.

Quando si scatenò l’invasione di Gaza e le immagini sconvolgenti del massacro trasmesse dal vivo da Al-Jazeera non potevano più oltre essere ignorate, cominciarono a presentarsi crepe nel flusso delle informazioni dei media moderati.
Sotto il titolo inquietante “Si sta esaurendo il tempo di una soluzione a due Stati?” il notiziario televisivo più seguito negli Stati Uniti 60 Minutes mandava in onda un segmento di programma devastante sui coloni ebrei nella West Bank, che includeva scene strazianti di “Arabi che subivano l’occupazione delle loro abitazioni ” da parte di soldati israeliani.
La pagina editoriale di destra del Wall Street Journal pubblicava un articolo del professore di diritto George E. Bisharat dal titolo di testa “Israele sta commettendo crimini di guerra.”
Il giornalista del New York Times Roger Cohen, di solito tanto compassato, confessava in un paio di colonne di “vergognarsi per le azioni di Israele.” In un secondo articolo, Cohen considerava che “l’espansione continua di Israele mediante gli insediamenti, l’assedio a Gaza, la West Bank rinchiusa da muri e lo sfrenato ricorso alla forza ad alta tecnologia” era “progettata precisamente per colpire a randellate, indebolire e umiliare il popolo palestinese, fino a far svanire la sua dignità e il sogno di uno Stato palestinese.”
L’ex editore della New Republic e lo scrittore conservatore Andrew Sullivan giudicava che l’attacco israeliano era “tutt’altro che una esigenza moralmente stringente…Si tratta di una guerra decisamente unilaterale,” ed etichettava come “thugs” [N.d.tr. : i thugs erano membri di una setta religiosa indiana di strangolatori] i sodali con la destra ebraica per “il terribile massacro di uomini che ora veniva inflitto da Israele (e finanziato in parte dagli USAmericani).”
Philip Slater, autore dello studio sociologico The Pursuit of Loneliness, dichiarava: “La Striscia di Gaza è poco più di un grande campo di concentramento israeliano, in cui i Palestinesi vengono aggrediti a piacere, privati di cibo, carburante, energia, perfino privati di strutture ospedaliere…Diventerebbe difficile avere una qualche stima per loro, se non sparassero in risposta qualche razzo! ”
Intanto il Consiglio Comunale di Cambridge, Massachusetts, un enclave liberal e sede dell’Università di Harvard, adottava una risoluzione “che condannava gli attacchi e l’invasione di Gaza da parte dell’esercito israeliano e il lancio di razzi contro la gente di Israele,” e un gruppo di professori universitari statunitensi lanciava una campagna nazionale che faceva appello al boicottaggio accademico e culturale di Israele.
Un sondaggio condotto fra Ebrei statunitensi riscontrava che il 47% approvava con forza l’aggressione israeliana, ma, in netto contrasto con la usuale solidarietà sempre e comunque, il 53% era o equidistante (il 44% approvava “solo un po’” o disapprovava “solo un po’”) o decisamente disapprovava (il 9%).
Osservatori di esperienza nel campo delle comunità ebraiche statunitensi sottolineavano un “cambio di marea dopo Gaza.”
A prescindere dai “settori più conservatori filo-israeliani delle comunità,” M. J. Rosenberg del Israel Policy Forum notava che “si faceva poca mostra di sostegno per questa guerra. A New York, una città in cui nel passato erano state fate marce di ‘solidarietà’ che avevano visto la partecipazione anche di 250.000 persone, solo 8.000 persone si erano recate a Manhattan per una dimostrazione della comunità in una domenica soleggiata.”
In pubblico contrasto con la leadership tradizionale ebraica, organizzazioni ebraiche di recente costituzione come J Street [N.d.tr. : un gruppo di pressione politica con l’obiettivo di rappresentare gli ebrei americani di sinistra] delimitavano un terreno di mediazione che “riconosceva che né gli Israeliani né i Palestinesi avevano il monopolio di essere nel giusto o nell’errore,” e raccomandavano “di liberare il Medio Oriente dall’approccio piuttosto limitato di noi-contro-loro.”
Costituito nel 2008, J Street si propone come controparte liberal dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC). È ancora troppo presto per prevedere se J Street, che attualmente si uniforma ad una agenda politica vagamente progressista, sebbene si definisca anche “vicinissimo” a Kadima, il partito politico israeliano guidato da Tzipi Livni, si calcificherà in una “leale opposizione” o accentuerà il suo criticismo nei confronti della politica di Israele, quando la spaccatura che divide gli Ebrei statunitensi da Israele si allargherà.
Anche l’organizzazione “American Jews for a Just Peace” metteva in circolazione una petizione rivolta ai “Soldati Israeliani per Cessare i Crimini di Guerra,” e “Jews Say No” manifestava davanti all’Organizzazione Sionista Mondiale e agli uffici dell’Agenzia Ebraica, e “Jews against the Occupation” calavano uno striscione sull’autostrada nella West Side di New York City che affermava “Jews Say: End Israel’s War on Gaza NOW! – Gli Ebrei affermano: la Guerra di Israele contro Gaza deve finire ORA!
Negli ambienti intellettuali ebraici liberal, solamente alcuni perenni fautori di Israele, la maggior parte dei quali si erano imbarcati a destra dopo il giugno 1967, si sono avventurati a vele spiegate in difesa dell’invasione.
Era del tutto ovvio per il filosofo morale Michael Walzer che Israele avesse esaurito le opzioni non-violente prima dell’aggressione e che Hamas portasse la responsabilità per la morte di civili. Per Walzer la sola “difficile questione” consisteva nel fatto se Israele si fosse impegnato al massimo per ridurre il numero di queste vittime.
Era del tutto ovvio per Alan M. Dershowitz che Israele avesse fatto “tutti gli sforzi possibili per evitare l’uccisione dei civili” e che in questo non fosse riuscita perché Hamas aveva ricercato una stategia del tipo “bimbo morto”, vale a dire quella di costringere Israele ad ammazzare bambini palestinesi in modo da raccogliere le simpatie internazionali.
Era del tutto ovvio per l’editore di New Republic Martin Peretz che l’assedio di Gaza non risultasse così tanto spietato dal suo attento esame delle scarpe dei Palestinesi: “Bisogna guardare attentamente alle loro scarpe ‘sneakers’, visibilmente nuove e, senza dubbio, costose.”
Era del tutto ovvio per lo scrittore Paul Berman che, se una “possibilità” esiste per Hamas di minacciare di genocidio Israele in un giorno futuro, “se ad Hamas e ai suoi alleati e a coloro che la pensano nello stesso modo come Hezbollah viene permesso di prosperare senza alcun ostacolo, e se allo stesso modo viene concesso al governo dell’Iran e al suo programma nucleare di progredire,” allora Israele avrebbe il diritto di scatenare subito un attacco.
Dopo un tale ammasso di ipotetici affastellati di condizionali è difficile immaginare quale paese al mondo potrebbe dirsi al sicuro da un attacco proditorio e quale paese potrebbe non ricevere giustificazioni nel lanciare arbitrariamente un attacco.
Se, a prescindere da questa congrega di difensori di Israele, Ebrei liberal riconoscevano che l’attacco di Israele costituiva un problema di natura morale, cionondimeno non potevano sopportare che i loro panni sporchi venissero messi in piazza alla vista dei Gentili. Dunque, riviste e giornali di opinione destinati ad un pubblico di Ebrei dell’alta borghesia cittadina, come il New Yorker e il New York Review of Books, sorvolavano sul massacro di Gaza.
Comunque, un folto gruppo molto influente di intellettuali Ebrei, di dominio pubblico liberal, non sono stati in silenzio: la nuova generazione di bloggers ebraici liberal e collaboratori regolari con siti web liberal-democratici, come Salon.com e Huffington Post, meno dipendenti dalla classe dirigente, editori ebrei, inserzionisti, finanziatori e social networks, parlava da e per una generazione che ha raggiunto la maggiore età quando in larga misura la mitologia sionista è stata espulsa e sostituita da equilibrate ricerche storiche.La classe dirigente politica di Israele è andata evolvendo con modalità reazionarie e squallide. La documentazione sui diritti umani in Israele è stata sottoposta ad inchieste laceranti da parte delle organizzazioni sociali per i diritti umani.
La paranoia Olocausto-indotta e lo spaccio di accuse di anti-Semitismo tangibilmente contrastano con la quotidiana realtà di una assimilazione ebraica ovunque trionfante, dalla Ivy League [N.d.tr.: lega delle otto principali università del nord-est degli Stati Uniti] a Wall Street, da Hollywood a Washington, dai circoli d’élite all’altare del matrimonio.
Professionalmente, mentalmente ed emozionalmente emancipati dai ceppi del passato, questi Ebrei frequentatori assidui di Internet sono passati all’offensiva denunciando l’invasione di Gaza dal suo inizio.
Il simbolismo potrebbe a mala pena essere evitato. Mentre i sostenitori di Israele, che non si danno mai per vinti, come Walzer, Dershowitz, e Peretz sono stati abbarbicati fin dalla loro gioventù alla barca sionista, la generazione di giovani intellettuali noti ebrei che ora si presentano su Internet ne sono saltati fuori. “Li compatisco per il loro odio nei confronti del loro retaggio,” Peretz ha sibilato. “Sono solo strida fastidiose.”

Ecco le strida fastidiose nelle loro parole!
Ezra Klein (età 25 anni; blogger per American Prospect) nel secondo giorno dell’invasione così diffondeva: “Il lancio di razzi risulta senza dubbio ‘profondamente disturbante’ per gli Israeliani. Ma hanno fatto traboccare il vaso i tanti checkpoints, le strade chiuse o riservate, la limitazione dei movimenti, la terribile disoccupazione, l’oppressione inflessibile, le umiliazioni quotidiane, gli insediamenti illegali - ah, scusate! ‘avamposti’ – costruzioni ‘profondamente disturbanti’ per i Palestinesi, e decisamente molto più lesive ed oltraggiose. E i 300 morti Palestinesi dovrebbero creare qualche disturbo anche a noi tutti!”
Adam Horowitz (età 35 anni; blogger per Mondoweiss) nel quarto giorno dell’invasione, in risposta ad un editoriale di Benny Morris in prima pagina del New York Times, diffondeva: “Evidentemente, lei vede solo le reazioni e non le cause. Lei elenca le reazioni ad Israele e alla colonizzazione ebraica della Palestina storica portata avanti da Israele senza citare l’elefante nella stanza, che le mura che avviluppano Israele sono del tutto auto-prodotte.”
Matthew Yglesias (età 28 anni; blogger per Think Progress) nel sesto giono dell’invasione diffondeva: “Mentre Israele dichiarava il desiderio di abbandonare i Palestinesi di Gaza nella loro enclave minuscola, sovrappopolata, economicamente non vitale, il ‘disimpegno’ del 2005 da Gaza non ha mai comportato il permesso ai Palestinesi di controllare i confini o di esercitare la piena sovranità su questa loro area. Il progetto fondamentalmente prospettava che, se i Palestinesi cessavano le violenze contro Israele, allora la Striscia di Gaza avrebbe avuto un tarttamento simile a quello di una riserva indiana.”
Dana Goldstein (età 24 anni; blogger per American Prospect) nel dodicesimo giorno dell’invasione diffondeva: “Io voglio credere che l’esperienza storica, collettiva dell’Ebraismo e del Sionismo produca qualcosa di meglio, qualcosa di più umano, di ciò per cui siamo stati testimoni in Medio Oriente in questa ultima settimana.”
Glenn Greenwald (età 42 anni; blogger per Salon.com) nel tredicesimo giorno dell’invasione diffondeva: “Questa non più dirsi una guerra, questo è un massacro unilaterale senza pari,” e il
30 gennaio 2009, “Proprio non è possibile compiere effettivi progressi nelle intenzioni domestiche di rinvigorire la Costituzione e di revocare le nostre espansioni militari e di intelligence, se allo stesso tempo siamo impotenti e ciecamente sosteniamo Israele nelle sue varie guerre (e di conseguenza trasciniamo anche noi stessi in queste guerre).”
Il 20 febbraio 2009 Greenwald rispondeva ad una insinuazione mossagli da Jeffrey Goldberg di essere un “picchiatore contro Israele che odia gli Ebrei”: “la gente come Jeffrey Goldberg . . . ha così tanto abusato, manipolato e sfruttato le accuse di ‘anti-Semitismo’ e di ‘anti-Israele’ per fini scorretti e scopertamente politici che questi termini si sono svuotati di significato, hanno perso quasi del tutto il loro stimolo e di fatto sono diventati così banali da assumere caratteristiche caricaturali…Infatti, gente come Goldberg è diventata extra rancida e sprezzante nella sua retorica, precisamente perché sa che questi espedienti retorici hanno cessato di funzionare.” “Vi è un deciso cambio di marea quando la politica usamericana discute di Israele,” concludeva Greenwald, “Queste persone non possiedono più la capacità di soffocare il dissenso tramite tattiche di criminale intimidazione e sanno che è per questo che ora non possono fare altro che alzare il volume dei loro attacchi insultanti. La devastazione di Gaza da parte di Israele, con l’uso di bombe, armamenti, denaro e copertura diplomatica statunitense, e l’intrappolamento della popolazione civile di Gaza priva di difese sono così brutali ed orrende da guardare che era inevitabile un cambiamento del punto di vista della gente sul conflitto in Medio Oriente.”
Subito dopo la fine dell’invasione di Gaza, la falange dei blogger liberal ebrei ancora una volta ha reso pan per focaccia alla lobby israeliana quando questa ha cercato di bloccare la nomina da parte dell’amministrazione Obama di Chas Freeman, un funzionario critico nei confronti della politica di Israele.
Un altro indizio decisamente eclatante è stato uno sketch dal titolo “Strip Maul – Colpi di maglio sulla Striscia” mandato in onda su Daily Show di Comedy Channel, il 5 gennaio 2009. Il conduttore del programma televisivo, il comico Jon Stewart, è ebreo ed ha un enorme seguito fra i giovani. Egli metteva in ridicolo l’appoggio unanime, instupidito e dominato da stereotipi, dei politici verso Israele, ricevendo boati di approvazione dal pubblico in studio (“Questo è il nastro di Möbius dei problemi in discussione – esiste solo un’unica parte!”); [N.d.tr.: il nastro di Möbius, dal nome del matematico tedesco August Ferdinand Möbius, è un esempio di superficie non orientabile. Le superfici ordinarie, intese come le superfici che nella vita quotidiana siamo abituati ad osservare, hanno sempre due "lati" (o meglio, facce), per cui è sempre possibile percorrere idealmente uno dei due lati senza mai raggiungere il secondo, salvo attraversando una possibile linea di demarcazione costituita da uno spigolo (chiamata "bordo"). Per queste superfici è possibile stabilire convenzionalmente un lato "superiore" o "inferiore", oppure "interno" o "esterno". Nel caso del nastro di Möbius, invece, tale principio viene a mancare: esiste un solo lato e un solo bordo.]; rivolgeva l’attenzione verso “la segmentazione e l’assedio di Gaza che schiacciavano le persone”; e paragonava la situazione di un Palestinese a quella di qualcuno costretto “a vivere nel mio corridoio di ingresso e obbligato a passare attraverso posti di controllo ogni volta che deve prendere un s**t. (Una qualsiasi cosa in qualche altra parte della casa) ”
La metamorfosi generazionale che ha riguardato Israele si è resa molto più evidente nei campus universitari.
Inside Higher Ed riportava in un articolo: “In molti campus è stato riscontrato un deciso slittamento verso un più evidente sentimento filo palestinese e anti-Israele, causato, in parte, dall’aggressione bellica a Gaza di questo inverno.”
Ampie sale per conferenze di collegi universitari traboccavano di partecipanti alle assemblee che condannavano il massacro a Gaza. Mentre i gruppi “filo” israeliani, che di solito erano usi protestare dentro e fuori le conferenze, ora praticamente non si erano fatti vedere.
Gli studenti della Cornell University delineavano dei tracciati con 1.300 bandiere nere in commemorazione dei morti di Gaza. (Più tardi, l’esposizione veniva distrutta da un atto vandalico).
Gli studenti dell’Università di Rochester, dell’Università del Massachusetts, della New York University, della Columbia University, dell’Haverford College, del Bryn Mawr College, e dell’Hampshire College organizzavano lanci di petizioni, proteste e sit-in per raccogliere contributi finanziari in favore di studenti palestinesi e per sostenere il disinvestimento dalle imprese di armamenti e dalle compagnie che facevano affari con gli insediamenti illegali di Israele. Gli studenti dell’Hampshire College esercitavano con successo pressioni sugli amministratori del college per disinvestire dalle corporation statunitensi che traevano direttamente vantaggi dall’occupazione.
Sebbene le organizzazioni filo-israeliane dichiarassero che “i campus dei college e delle università…erano diventati focolai di una nuova virulenta pressione di anti-Semitismo,” in molti campus a giocare un ruolo guida erano stati gli studenti ebrei attraverso i comitati locali di “Students for Justice in Palestine ” e giovani attivisti ebrei creativi ed impegnati in “Birthright Unplugged” e in “Anarchists Against the Wall”, a fianco di singoli personaggi come Anna Baltzer, autrice del saggio Witness in Palestine, che era andata scuola per scuola offrendo la sua personale testimonianza sugli orrori giornalieri che si rivelavano in Palestina.
I legami di solidarietà che sono andati ad instaurarsi tra giovani Ebrei e giovani Musulmani in opposizione all’occupazione – i gruppi animatori in molti campus erano costituiti da radicali ebrei laici e giovani donne musulmane osservanti – danno ragione alla speranza che una giusta pace duratura possa ora essere acquisita.
Dopo avere parlato del massacro di Gaza presso una università del Canada, gli organizzatori mi hanno offerto un distintivo che recava la scritta “I ♥ GAZA.” Ho appuntato il distintivo sul mio zainetto e mi sono diretto all’aeroporto. Quando stavo in coda per salire in aereo, un passeggero dietro di me mi sussurrò “Mi piace il suo distintivo.” Eh sì, ho pensato, i tempi stanno proprio cambiando. Un paio di ore più tardi chiedevo un bicchiere d’acqua all’assistente di volo. Porgendomi il bicchiere si chinava verso di me e anche lui mi sussurrava“Mi piace il suo distintivo.” Eh sì, ho pensato, qui sta succedendo veramente qualcosa!