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lunedì 28 dicembre 2009

Solo tra i fantasmi: 2666 di Roberto Bolaño

di Marcela VALDES. Tradotto da Manuela Vittorelli, Tlaxcala


Originale: Alone Among the Ghosts: Roberto Bolano's '2666


traduzione di  Ilide Carmignani
2009 , pp.  963
€ 22,00


La parte dell'autore
Poco prima di morire per insufficienza epatica nel luglio del 2003, Roberto Bolaño disse che avrebbe preferito il mestiere del detective a quello dello scrittore. Aveva 50 anni, ed era già ampiamente considerato il più importante romanziere latinoamericano dopo Gabriel García Márquez. Ma nell'intervista pubblicata dall'edizione messicana di “Playboy” Bolaño fu esplicito. “Mi sarebbe piaciuto essere un investigatore della omicidi, molto più che uno scrittore” disse alla rivista. “Di questo sono assolutamente sicuro. Una serie di omicidi. Qualcuno che possa tornare, nottetempo, sulla scena del delitto, e non avere paura dei fantasmi.”
I polizieschi e le uscite provocatorie erano due passioni di Bolaño – una volta definì James Ellroy uno dei migliori scrittori viventi in lingua inglese – ma il suo interesse per le storie di piedipiatti non si limitava esclusivamente alla trama e allo stile. I racconti polizieschi sono essenzialmente indagini sui moventi e i meccanismi della violenza, e Bolaño – che era andato a vivere in Messico nel 1968, l'anno del massacro di Tlatelolco, ed era finito in carcere durante il golpe militare del 1973 nel suo paese, il Cile – era ossessionato anche da questo. Il grande tema della sua opera è il rapporto tra arte e infamia, mestiere e crimine, scrittore e Stato totalitario.
Di fatto, tutti i suoi romanzi della maturità esaminano la reazione degli scrittori ai regimi repressivi. Stella distante (1996) si misura con gli squadroni della morte e i desaparecidos in Cile creando la figura di un poeta trasformatosi in serial killer. I detective selvaggi (1998) esalta una banda di giovani poeti che tenzonano contro gli scrittori finanziati dallo Stato durante gli anni delle guerre sporche del Messico. Amuleto (1999) ruota attorno a una poetessa di mezza età che sopravvive all'irruzione delle forze governative nell'Università Autonoma del Messico nascondendosi nei bagni. Notturno cileno (2000) ritrae un salotto letterario in cui gli scrittori fanno festa mentre nella stessa casa vengono torturati i dissidenti. E 2666, l'ultimo romanzo postumo di Bolaño, si ispira anch'esso a un fatto di cronaca agghiacciante: l'uccisione, a partire dal 1993, di più di 430 donne e ragazze nello Stato messicano di Chihuahua, precisamente a Ciudad Juárez.
Spesso le vittime scompaiono mentre vanno a scuola o tornano a casa dal lavoro o quando escono per andare a ballare con le amiche. Giorni o mesi dopo rispuntano i loro corpi – gettati in una fossa, nel deserto o in una discarica cittadina. Le maggioranza delle vittime è morta per strangolamento; alcune sono state accoltellate o carbonizzate o uccise con armi da fuoco. Un terzo mostra segni di stupro. Alcune recano segni di tortura. Le più anziane sono trentenni; le più giovani sono bambine delle elementari. A gennaio di quest'anno sono state uccise almeno quattro donne e ragazze. A partire dal 2002 questi omicidi hanno ispirato un film hollywoodiano (Bordertown, con Jennifer Lopez), diversi libri di saggistica, una serie di documentari e moltissime manifestazioni in Messico e all'estero. Secondo Amnesty International, più della metà dei cosiddetti “femminicidi” non ha portato a una condanna.
Bolaño era stato affascinato da questi casi irrisolti molto prima che gli omicidi diventassero una cause célèbre. Nel 1995 scrisse dalla Spagna una lettera a una vecchia amica di Città del Messico, l'artista visiva Carla Rippey (la bella Catalina O'Hara dei Detective selvaggi), alludendo al fatto che da anni lavorava a un romanzo intitolato “I dolori di un vero poliziotto”. Benché avesse altri manoscritti da sottoporre agli editori, questo libro, scrisse Bolaño, “è IL MIO ROMANZO”. Ambientato nel Nord del Messico, in una città chiamata Santa Teresa, il romanzo ruotava attorno a un professore di letteratura con una figlia quattordicenne. Il manoscritto aveva già superato le “ottocentomila pagine”, si vantava; era “un groviglio delirante che sicuramente non verrà capito da nessuno”.
<i>The Gardens of Ciudad Juárez</i>, 2006 Carla Rippey  
Carla Rippey
I giardini di Ciudad Juárez, 2006


Certo così pareva allora. Quando spedì questa lettera Bolaño aveva 43 anni, ed era più che mai vicino al fallimento. Pur avendo pubblicato due libri di poesia, scritto un romanzo a quattro mani e passato cinque anni a partecipare con i suoi racconti ai concorsi letterari spagnoli, era così al verde da non potersi neanche permettere una linea telefonica e la sua opera era praticamente sconosciuta. Tre anni prima si era separato dalla moglie; più o meno in quel periodo gli era stata diagnosticata la malattia epatica che lo avrebbe ucciso otto anni dopo. Benché Bolaño vincesse molti dei concorsi ai quali partecipava, i suoi romanzi venivano regolarmente respinti dagli editori. Ma alla fine del 1995 ebbe inizio la sua straordinaria ascesa.
Il punto di svolta fu un incontro con Jorge Herralde, fondatore e direttore di Editorial Anagrama. Herralde non riuscì ad accaparrarsi la Letteratura nazista in America – i cui diritti erano già stati acquistati da Seix Barral – ma invitò Bolaño a fargli visita a Barcellona. Lì Bolaño gli parlò dei suoi problemi finanziari e della disperazione per le molte lettere di rifiuto ricevute. “Gli dissi che [...] mi sarebbe piaciuto molto leggere i suoi altri manoscritti, e subito dopo mi portò Stella distante (scoprii in seguito che era stato anch'esso respinto da altre case editrici, compresa Seix Barral)” ricorda l'editore in un saggio. Herralde trovò il libro straordinario. Da allora pubblicò tutte le opere narrative di Bolaño: nove libri in sette anni.
A quei tempi, mentre i suoi romanzi conquistavano un numero sempre maggiore di lettori, Bolaño faticava sul suo groviglio delirante. Era un lavoro di scrittura, certo, ma anche di indagine. Ambientando il suo romanzo a Santa Teresa, una città immaginaria nel Sonora, invece che nella vera Ciudad Juárez, Bolaño poté sfumare la linea di confine tra ciò che sapeva e ciò che inventava. Ma lo preoccupava profondamente riuscire a comprendere le circostanze in cui si trovavano Juárez e i suoi abitanti. Bolaño conosceva già l'arido e desolato paesaggio della regione – aveva viaggiato nel Nord del Messico durante gli anni Settanta – ma i femminicidi erano cominciati solo sedici anni dopo la sua partenza per l'Europa, e non aveva mai visitato Juárez. Poiché non conosceva nessuno in quella città, si limitava a ciò che riusciva a trovare sui giornali e in rete. Grazie a queste fonti dovette capire che Juárez era diventata il luogo perfetto in cui commettere un crimine.
Già abbeveratoio degli americani durante il Proibizionismo, Juárez prosperò rapidamente negli anni Novanta, dopo l'entrata in vigore del NAFTA. Spuntarono centinaia di impianti di assemblaggio, che attirarono centinaia di migliaia di poveri provenienti da tutto il Messico e disposti ad accettare lavori pagati talvolta solo 50 centesimi l'ora. Le stesse caratteristiche che avevano reso Juárez appetibile agli occhi degli industriali del NAFTA – buone vie di comunicazione, vicinanza di un esteso mercato dei beni, abbondanza di manodopera non organizzata – la resero un crocevia ideale del narcotraffico. Nel 1996 per la città passavano 42 milioni di persone e 17 milioni di veicoli all'anno, rendendola uno dei più trafficati punti di transito della frontiera tra Stati Uniti e Messico e luogo ideale per gli sconfinamenti illegali. La città si trasformò in un crocevia di commerci lucrosi e illeciti; in quel momento cominciarono a spuntare i cadaveri di ragazze appartenenti a famiglie povere e operaie.
Juárez e la sua controparte immaginaria non avevano molto in comune con i centri culturali in cui Bolaño aveva ambientato la maggior parte dei suoi romanzi: perfino Stella distante si svolge nella maggiore città universitaria del Cile meridionale. Tra le baraccopoli di Santa Teresa non ci sono laboratori di scrittura né bande di poeti ribelli. Come tutta la narrativa di Bolaño, anche 2666 è pieno di scrittori, artisti e intellettuali, ma questi personaggi vengono tutti da altri luoghi: dall'Europa, il Sud America, gli Stati Uniti e Città del Messico. Intrappolata nei calanchi del Messico settentrionale, la stessa regione in cui Cormac McCarthy fa scatenare la sua banda di allegri assassini in Meridiano di sangue, Santa Teresa è un luogo letteralmente e culturalmente arido.
Il legame tra questo deserto industriale e le ambientazioni dei precedenti romanzi di Bolaño spicca, come una lettera scarlatta, sulla copertina del libro. La diabolica data 2666 – che non appare mai nelle pagine di 2666 – ci porta a scavare in Amuleto, dove spunta negli incubi lucidi di una donna chiamata Auxilio Lacouture. Auxilio è assediata da visioni infernali fin dalle prime pagine del romanzo, quando getta uno sguardo in un vaso di fiori e vede “tutto quello che la gente ha perduto, tutto quello che genera dolore e che è meglio dimenticare”.
In seguito, mentre cammina per le strade di Città del Messico, ha un'altra brutta allucinazione. È notte fonda. Le strade sono vuote e ventose. A quell'ora, dice Auxilio, l'avenida Reforma “si trasforma in un tubo trasparente, in un polmone di forma cuneiforme nel quale passano le esalazioni immaginarie della città” e l'avenida Guerrero “somiglia sopra ogni altra cosa a un cimitero […] un cimitero del 2666, un cimitero dimenticato sotto una palpebra morta o mai nata, le acquosità prive di passione di un occhio che volendo dimenticare qualcosa ha finito per dimenticare tutto”.
2666, come tutta l'opera di Bolaño, è un cimitero. Nel 1998, nel suo discorso di accettazione del Premio Rómulo Gallego, Bolaño rivelò che tutto ciò che aveva scritto era in un certo senso “una lettera d'amore o d'addio” ai giovani che erano morti nelle guerre sporche dell'America Latina. I suoi romanzi precedenti commemoravano i morti degli anni Sessanta e Settanta. Le sue ambizioni per 2666 erano più grandi: scrivere un referto d'autopsia per i morti del passato, del presente e del futuro.


martedì 17 novembre 2009

Benvenuto, compagno Maobama


di Pepe ESCOBAR, 16/11/2009. Tradotto da Manuela Vittorelli, Tlaxcala
Originale: Welcome, comrade Maobama

PECHINO – Caro compagno Maobama,

È un grande onore riceverla qui nella capitale settentrionale del Regno di Mezzo e vederla rendere omaggio al cuore del mondo multipolare del XXI secolo.

Ci scusi se ci discosteremo per un po' dalle sottili regole della diplomazia, ma visto che ammiriamo la sua integrità, la sua onestà e le sue magnifiche doti intellettuali ci permetta di rivolgerci a lei con una certa franchezza.

Innanzitutto, le nostre congratulazioni per il successo sul mercato cinese de Il coraggio della speranza, che ha già venduto 140.000 copie. Ma ci scusi se non potremo crogiolarci nell'ardore delle folle stupefatte e infuse di “coraggio della speranza” come a Berlino, in Ghana, al Cairo, a Londra o a Parigi. Di certo Sasha e Malia sarebbero entusiaste se lei riuscisse a comprare a Houhai per pochi poveri yuan una maglietta commemorativa del compagno Maobama. La casacca e il berretto grigioverdi della Rivoluzione Culturale le donerebbero moltissimo.

Siamo d'altronde molto lieti che lei si sia appena definito “il primo presidente americano del Pacifico”, vantando perfino un fratellastro che risiede nella nostra prosperosissima zona economica speciale, lo Shenzhen.

Notiamo un'interessante convergenza tra “Pacifico” e la nostra dottrina dell'heping jueqi, “ascesa pacifica”. In fondo siamo tutti pacifisti; se conosce la nostra dottrina saprà che spiega chiaramente perché la Cina non rappresenti una “minaccia” per gli Stati Uniti. Dopo tutto, la nostra spesa militare è inferiore del 20% alla vostra, e molto più bassa di quelle di Giappone, India e Russia messi insieme.

Per quanto riguarda la nostra vena pacifista, il Presidente Hu Jintao – con il quale ha avuto una serie di approfondite discussioni – l'ha evidenziata molto chiaramente già durante l'amministrazione del suo predecessore George W. Bush, annunciano i suoi “quattro no” (no all'egemonia; no alla politica della forza; no alla politica dei bocchi; no a una corsa agli armamenti) e i suoi “quattro sì” (sì alla costruzione della fiducia; si all'attenuazione delle difficoltà; sì allo sviluppo della cooperazione; sì a evitare lo scontro).

Abbiamo notato che ha anche scelto di definirci un “partner essenziale” nonché un “competitore”. Sì, siamo molto competitivi. Sta praticamente nel DNA, quando si è stati una grande potenza mondiale per 18 degli ultimi 20 secoli. Se la dottrina della “rassicurazione strategica” elaborata dai vostri think tank significa rispettare anche il nostro spirito competitivo oltre ai nostri usi e principî, di certo per noi non ci sono problemi.

A proposito, siamo estremamente lieti che sabato scorso abbia scelto Tokyo, in Giappone, per rassicurarci sul fatto che “gli Stati Uniti non vogliono contenere la Cina”. Ma ci chiedevamo se i suoi generali – che praticano avidamente la dottrina del dominio ad ampio spettro – la stessero ascoltando.



Caro compagno, ci sono alcune cose che dobbiamo chiarire subito. Non intendiamo piegarci alle pressioni degli Stati Uniti sulla nostra politica monetaria. Ascolti Liu Mingkang, presidente della Commissione cinese di controllo sulle banche. Nel corso di una conferenza svoltasi qui ha Pechino ha appena spiegato che un dollaro molto debole e tassi di interesse americani molto bassi stanno creando “rischi inevitabili per la ripresa dell'economia globale, soprattutto delle economie emergenti”, e questo “ha un grave impatto sui prezzi degli asset globali e incoraggia la speculazione sui mercati azionari e su quelli immobiliari”. Temiamo che, più che rappresentare soluzione, voi facciate parte del problema. Se le capitasse di incontrare delle persone normali, per le strade di Pechino – oh, le scoccianti regole dei servizi di sicurezza – le chiederebbero perché la Cina debba ascoltare i predicozzi americani quando gli Stati Uniti stampano dollari come pazzi e si aspettano che la Cina gli regga il gioco.

Per quando riguarda la nostra parte del mondo, speriamo che abbia l'occasione di apprezzare la ragionevolezza dei nostri principî economici, dimostrata dalla crescita della produzione industriale, delle vendite al dettaglio e degli investimenti in capitale fisso e da una deflazione moderata, come esposto da Sheng Laiyun, portavoce dell'Ente Nazionale di Statistica. Nel 2009 la nostra economia crescerà dell'8%. Perché? Perché abbiamo trascorso gli ultimi 11 mesi a lavorare 24 ore al giorno, investendo produttivamente nella nostra economia, perfezionando la nostra politica monetaria e lanciando provvedimenti fiscali per sostenere alcuni settori industriali. Prevediamo un boom dei consumi fino al prossimo capodanno cinese, il 14 febbraio 2010. Dunque la nostra priorità è continuare a crescere; poi potremo pensare a svalutare lo yuan.

Caro compagno, siamo certi che si meraviglierebbe della potenza dei nostri tre maggiori settori industriali. È un peccato che non abbia avuto il tempo di visitare il Delta del Fiume delle Perle, la fabbrica del mondo, il nostro centro manifatturiero regno di infinite catene di montaggio. Avrebbe anche potuto dare un'occhiata al Delta dello Yang-Tze – cuore della nostra industria ad alto impiego di capitale e della produzione di automobili, di semiconduttori e di computer. E se solo avesse avuto il tempo di farsi un giro a Zhongguancun, fuori Pechino: la nostra Silicon Valley.

Una semplice occhiata a uno dei nostri quattro enormi complessi info-tecnologici, pieni di piccole imprese e di giovani industriosi, motivati e dall'eccellente formazione, le farebbe capire come la tecnologia sia diventata il nuovo oppio della Cina (senza guerra annessa, come quella impostaci dall'Impero Britannico nell'Ottocento). Ci fa sognare un tempo in cui le innovazioni tecnologiche nasceranno in Cina per poi diffondersi nel mondo. Sì, avremo anche una forza lavoro a buon mercato, ma gran parte di noi ha una forza lavoro straordinariamente motivata, regolamentata da buoni criteri sanitari e scolastici, dotata di un'immensa disciplina e pronta a lavorare senza sosta per il raggiungimento degli obiettivi produttivi.

Caro compagno, passiamo a questioni più controverse. A proposito di quella vostra piccola guerra in Afghanistan. Ormai vi sarete accorti che è stata la Cina a vincere la “guerra al terrore”. E ciò spiega ampiamente perché la Cina sia ora molto più influente degli Stati Uniti in Asia Orientale e in molte altre parti del mondo.

Capirà che finché il Pentagono è tutto impegnato in Asia Occidentale dobbiamo stare molto attenti. Seguiamo attentamente le strategie elaborare dai vostri think tank. Ci diverte soprattutto la strategia del nostro vecchio amico Henry Kissinger, che propone di integrare la Cina in un nuovo ordine mondiale imperniato sull'asse statunitense: in fin dei conti, questo equivale ancora all'egemonia americana. Ci sono altri e ben più preoccupanti aspetti insiti nell'accerchiamento della Cina da parte di un sistema di basi militari e da un'alleanza militare strategica controllata dagli Stati Uniti: di fatto, una nuova guerra fredda. Non possiamo rispettare questa strategia, giacché può solo portare alla frammentazione dell'Asia e del Sud del mondo.

Stia certo che siamo in grado di gestire da soli sia la Corea del Nord che l'Iran, armoniosamente e senza scontri. E per tornare all'Afghanistan, riteniamo che la migliore soluzione dovrebbe essere individuata nell'ambito dell'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO), della quale siamo cofondatori insieme alla Russia. Questo è un problema asiatico – in termini sia di narcotraffico che di fondamentalismo religioso – che andrebbe dibattuto e risolto nella cerchia delle potenze asiatiche.

Caro compagno, si sarà forse accorto che il Consenso di Washington è in tutto e per tutto morto. Ciò che è emerso è quello che potremmo chiamare Consenso di Pechino. La Cina ha dimostrato al Sud del mondo che “esiste un'alternativa”, una “terza via” fatta di sviluppo economico indipendente e di integrazione nell'ordine mondiale. Abbiamo dimostrato che, diversamente dal pacchetto a “taglia unica” del Consenso di Washington, lo sviluppo economico deve essere “locale” in ogni caso. Il nostro amato Piccolo Timoniere Deng Xiaoping l'avrebbe chiamato “sviluppo con caratteristiche locali”.

Abbiamo dimostrato che gli Stati in via di sviluppo del Sud del mondo devono unirsi, e non per sostenere l'unilateralismo statunitense ma per organizzare un nuovo ordine mondiale basato sull'indipendenza economica e al contempo rispettoso delle differenze politiche e culturali. Abbiamo intrapreso la nostra yellow BRIC road e non ci siamo solo noi, Brasile, Russia, India e Cina; ci sono anche tutti gli altri Stati del Sud del mondo. Tuttavia siamo consapevoli che il ricco Nord tenterà sempre di cooptare certi paesi del Sud per ostacolare un cambiamento gerarchico in cui il mondo possa credere, e che è, come forse già sa, incarnato dalla Cina.

Avrà anche capito perché la Cina abbia costantemente battuto le istituzioni economiche e finanziarie controllate dal Nord. Dopo tutto, offriamo ai paesi del Sud del mondo contratti migliori per accedere alle loro risorse naturali. Ci siamo impegnati in vasti e complessi progetti di costruzione delle infrastrutture che finiscono sempre per costare meno della metà rispetto ai prezzi applicati dai paesi del Nord. I nostri prestiti sono finalizzati più attentamente; non sono soggetti a fraintendimenti politici; e non portano con sé tariffe esorbitanti per le consulenze.

Avrà capito che i principali paesi produttori di petrolio hanno dirottato le loro risorse in eccesso verso il Sud. Paesi ricchi di petrolio dell'Asia Occidentale hanno cominciato a investire pesantemente nell'Asia Orientale e Meridionale un po' del surplus che avrebbero normalmente destinato all'Europa e agli Stati Uniti.

Si sarà accorto, compagno, che la contro-rivoluzione monetarista è morta. Dunque la questione ora non è se l'Asia e il Sud del mondo continueranno a usare il dollaro statunitense come valuta di scambio – questo, ovviamente, continuerà per anni. La questione a lungo termine è se continueranno ad affidare i surplus delle loro partite correnti a istituzioni controllate dal Nord, o se lavoreranno piuttosto per l'emancipazione del Sud. I suoi istinti egalitari potranno simpatizzare con quest'ultima soluzione, ma siamo certi che la classe dirigente degli Stati Uniti la contrasterà con le unghie e con i denti.

Ci scusi per quella che può essere vista come impertinenza, compagno. Naturalmente – seguendo la lezione del grande maestro Lao Tzu – siamo anche consapevoli delle nostre mancanze. Sappiamo bene che per un quarto della nostra popolazione di 1,3 miliardi di persone sarebbe un suicidio adottare il sistema di produzione e consumo noto come stile di vita americano. Sappiamo che dobbiamo fare di più per proteggere l'ambiente. Il nostro Piano Quinquennale 2006-2010, per esempio, ha posto come obiettivo una riduzione del 20% del consumo di energia, e la nostra politica industriale ha chiuso quasi 400 sottosettori industriali e ne ha limitati altri 190. Sappiamo bene cosa si rischia se, entro il 2025, non meno di 300 milioni di contadini si trasferiranno nelle nostre città, dove le auto, comprese le vostre Buicks americane, già fanno apparire piccolo il numero di biciclette.

Capiamo anche quante distorsioni siano implicite nella nostra cieca riproduzione del modello di sviluppo occidentale. Per farle un esempio, quando i nostri visitatori vanno al mega-centro commerciale The Place, nel distretto finanziario centrale di Pechino, e guardano il più grande schermo sospeso del mondo – che trasmette immagini generate al computer – si lamentano dello spreco di energia che comporta. È una droga per la quale non abbiamo ancora trovato la cura. Non ne abbiamo mai abbastanza di centri commerciali, e di concessionarie di SUV, di Hummer e di Ferrari a Jinbao Dajie, la strada dello shopping.

Siamo ben consapevoli delle centinaia di scioperi e dei diffusi disordini sociali che si verificano ogni mese e che coinvolgono soprattutto la nuova classe lavoratrice cinese – i giovani migranti interni – che costituisce la spina dorsale della nostra invidiabile industria di esportazione. Negli Stati Uniti non ci crederete, ma naturalmente in Cina esiste un movimento dei lavoratori – non uno, ma molti, spontanei e relativamente poco articolati, estremamente attivi praticamente in tutte le città del paese.

Noi vi prestiamo attenzione, e facciamo il nostro meglio per occuparci delle loro vertenze. Il Presidente Mao metteva sempre in guardia contro il luan – il caos – e niente ci preoccupa più della rivolta sociale nelle aree urbane e rurali. Ecco perché abbiamo mutato la nostra politica, tentanto di correggere le ineguaglianze derivanti dallo sviluppo e varando nuove leggi che offrono maggiori diritti ai lavoratori.

Nello stesso tempo, ricordiamo sempre come le riforme del compagno Deng Xiaoping dovettero occuparsi innanzitutto e soprattutto del settore agricolo. Per questo oggi il Presidente Hu si concentra tanto sullo sviluppo dell'istruzione, della prevenzione sanitaria e dell'assistenza sociale nelle campagne. Ecco come vediamo lo sviluppo di una “società armoniosa”.

Riassumendo, compagno Maobama. Speriamo davvero che lei apprezzi la favolosa anatra alla pechinese in compagnia del compagno Hu Jintao, e che conduca con lui un franco scambio di vedute. E, a proposito, se ha bisogno di un corso accelerato sulla politica cinese, non perda tempo ad ascoltare i suoi think tank: spedisca un diplomatico in un negozio di DVD a comprare una copia (pirata) della Città proibita di Zhang Yimou, con Chow Yun-fat e la nostra splendida Gong Li. Sta tutto lì: il culto della segretezza e della dissimulazione; la logica e la crudeltà dei clan rivali; il senso di tragedia politica; e come, in Cina, la ragion di Stato abbia la meglio su tutto. Certo, in fin dei conti possiamo essere una società violenta, ma è una violenza interiorizzata. Il luan del Presidente Mao è la nostra più profonda paura; temiamo soprattutto il male che possiamo infliggere a noi stessi. Se riusciremo a controllare noi stessi potremo essere un vero Regno di Mezzo, tra cielo e Terra. “Potenza superglobale” è solo senno di poi.

Comunque, come disse il compagno Deng, diventare ricchi è meraviglioso – tanto più quando si diventa il banchiere dell'attuale superpotenza globale. Saremo sempre qui per lei quando ne avrà bisogno. La preghiamo solo di non chiederci di svalutare lo yuan. Possa essere benedetto e condurre una propizia e prospera amministrazione, e possiate lei e la sua famiglia vivere una lunga e fruttuosa vita.

Con deferenza,
La Repubblica Popolare Cinese