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domenica 4 aprile 2010

La strategia usamericana in Afghanistan e in Pakistan: da Bush ad Obama – Da un fallimento ad una risoluzione?

di Hans-Christof von SPONECK, 27-3-2010. Tradotto da Curzio Bettio, Tlaxcala
Il “Grande Gioco” del secolo diciannovesimo, descritto da Rudyard Kipling (nel suo romanzo del 1901“Kim”), partecipato dall’India britannica e dalla Russia imperiale per conquistare l’accesso all’India e alle acque calde del Mare Arabico, continua. Oggi, vi partecipano molti nuovi giocatori, ma le questioni praticamente sono sempre le stesse. Non si deve dimenticare che la Gran Bretagna è stata uno dei più importanti giocatori in, e per, l’Hindukush già nei primi giorni del colonialismo. Perciò, non deve destare sorpresa che il governo di Londra, il 28 gennaio 2010, abbia organizzato una conferenza internazionale sull’Afghanistan. Questo conferma in modo convincente il continuo interesse britannico nei confronti di questa area geo-politicamente strategica.   
Coinvolgimento degli Stati Uniti nell’area
Per quanto concerne gli Stati Uniti, il loro coinvolgimento nell’area durante il diciannovesimo secolo è stato veramente trascurabile.
Nel ventesimo secolo gli USA hanno partecipato per procura alle mosse strategiche nell’area. Questa indiretta presenza usamericana si è materializzata mediante i collegamenti con i servizi segreti del Pakistan, l’Inter-Services Intelligence (ISI), e attraverso le forniture segrete di armamenti ai Mujaheddin afghani per “dare alla Russia il suo Vietnam”, come affermato da Zbigniev Brzezinski, dal 1977 al 1981 Consigliere per la Sicurezza Nazionale nell’amministrazione Carter. In seguito agli eventi dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti hanno assunto la parte principale nel plasmare la politica internazionale per l’Afghanistan durante il ventunesimo secolo. 
 
Ambiti del conflitto
Nel 2010 le crisi in Afghanistan e Pakistan sempre più profonde si stanno sviluppando su un’area geografica molto estesa.
Esiste un cerchio esterno di conflitto in cui la NATO guidata dagli USA si oppone alla Russia e alla Cina, membri decisivi della Shanghai Cooperation Organisation (SCO), che contrastano la sua politica in Afghanistan-Pakistan. La SCO è un’alleanza regionale che vede come membri associati la maggior parte dei paesi dell’Asia centrale, fra i quali l’India, il Pakistan, l’Iran e la Mongolia.
La dottrina della NATO del 1999 e la conseguente divulgazione del paradigma che la sicurezza energetica è l’elemento principale della politica della NATO hanno intensificato il braccio di ferro con la Russia e la Cina. Questi due paesi respingono con fermezza l’accerchiamento dell’Occidente e l’interferenza in quella che considerano la loro sfera di tradizionale influenza.
Inoltre, vi è un cerchio più interno di conflitto con il centro in Afghanistan e Pakistan.
È qui dove le divisioni etniche in Afghanistan e la controversia storica fra Afghanistan e Pakistan sul ‘Pashtunistan’ determinano le politiche locali. Il trattato del 1893 fra l’India britannica e la Russia imperiale zarista ha lasciato la sua eredità nella configurazione di un confine artificiale che divide le comunità che parlano Pashtu. Qualsiasi amministrazione degli Stati Uniti alle prese con questo cerchio di conflitto più interno dovrebbe avere una approfondita conoscenza di questo panorama etnico.  
 
Per capire la situazione locale
Altre circostanze locali e regionali devono essere prese in considerazione. Fra queste, la sfiducia dei leader locali nei confronti delle autorità centrali di Kabul, Peshawar ed Islamabad.
Le autorità pachistane di Islamabad non hanno dimenticato che, al tempo dell’indipendenza nel 1947, la Provincia di Frontiera Nord-Occidentale (NWFP) era propensa ad optare per l’India piuttosto che per il Pakistan!
Tradizionalmente, le divisioni religiose più profonde fra Sunniti e Sciiti si sono verificate in Afghanistan. Gli Sciiti della zona di Hazara nell’Afghanistan centrale, della Provincia di Helmand e di altre parti dell’Afghanistan sud-occidentale sono da sempre in conflitto con la maggioranza sunnita di Kabul.
Da quando l’Iran ha allargato la sua sfera di influenza nell’area afghano-pachistana (AfPak area), in Pakistan gli antagonismi fra Sunniti e Sciiti si sono accentuati.
Feudalesimo, povertà e corruzione [1], tutto questo è stato parte integrante della vita nell’area AfPak.
Bisogna considerare tre fattori che hanno considerevole influenza sulle crisi attuali nei due paesi.
Le Nazioni Unite identificano l’Afghanistan come uno dei paesi più poveri nel mondo con una aspettativa di vita media di soli 42 anni, con un’alfabetizzazione negli adulti di circa il 28% e una mortalità nei bambini sotto i cinque anni del 297 per 1000. Il quadro nella cintura tribale del Pakistan che attraversa il confine con l’Afghanistan non è molto differente.
L’India non ha mai del tutto accettato che tre delle sue Province occidentali (Sind, Baluchistan e NWFP) e parti del Punjab le siano state sottratte nel 1947 per formare il Pakistan odierno. Questo spiega in qualche maniera l’interesse che l’India ha dimostrato fin da allora nel conservare un forte punto di appoggio politico in Afghanistan.
Cina e Russia, dal cerchio più esterno, non influenzano da sole gli sviluppi nell’area AfPak, ma esistono molti altri attori che altrettanto bene agiscono nel cerchio più interno, allo scoperto o dietro le quinte.
A contribuire in modo ulteriore alla complessità della crisi vi è la mentalità da bazar degli Stati dell’Asia centrale. Per ragioni monetarie e di altra natura, i governi di questi Stati hanno allacciato contrattazioni sia con la Russia che con gli Stati Uniti e quindi si dimostrano giocatori imprevedibili ed inaffidabili nella regione. Le recenti trattative in Kyrgystan riguardanti la base aerea di Manas servono da perfetto esempio. Sia la Russia che gli Stati Uniti hanno cercato di spuntare il miglior prezzo e alla fine gli Stati Uniti hanno fatto la miglior offerta per ottenere la concessione della base in affitto. 
Il mondo musulmano in questa zona, nel Medio Oriente ed altrove si è opposto ai piani espansionistici usamericani. La maggioranza dei popoli che vivono nelle regioni dell’Asia centrale sono di fede musulmana. Questo costituisce un fattore importante che ogni amministrazione degli Stati Uniti deve tenere ben presente. Il Presidente degli USA Obama lo deve avere fatto quando al Cairo nel giugno 2009 ha rivolto il suo discorso conciliante ai popoli musulmani.
Allo stesso modo, gli Afghani e i Pakistani avranno preso nota della sua enfatica sottolineatura relativa ai diritti per la libertà religiosa e per lo sviluppo economico e, cosa più importante, del punto di vista di Obama che nessun sistema di governo dovrebbe essere imposto da un paese ad un altro paese.  
Sfide difficili per gli Stati Uniti
Gli Stati Uniti e i loro alleati devono affrontare difficili sfide nel mettere in attuazione i loro piani nell’area AfPak, sotto le migliori circostanze. Il problema è che non ci sono “migliori” circostanze.
Prima di tutto, vi è  una completa mancanza di fiducia fra la maggioranza della popolazione che vive nella regione AfPak nei confronti della NATO guidata dagli USA e nei governi coinvolti.
La cooperazione segreta di un tempo si è trasformata in scontro in campo aperto. Da non dimenticare che nell’area gli Stati Uniti avevano cooperato con Osama bin Laden, arruolando, armando ed indottrinando le milizie anti-Sovietiche. Gli amici di ieri dei Mujahedeen sono i nemici dei Mujahedeen di oggi. In una intervista del giugno 2009 rilasciata al settimanale tedesco ‘Der Spiegel’, l’ex Presidente Pervez Musharraf concludeva: “Oggi, gli Usamericani sono odiati in Pakistan. Gli Stati Uniti ci hanno lasciato in eredità 30.000 Mujahedeen che loro hanno procurato ed addestrato!”
Come in Iraq, gli Stati Uniti hanno mancato di preparazione non-militare e di addestramento a comprendere e a trattare con la complessità delle situazioni locali, e questo spiega molti dei fallimenti dell’intervento.
Penetrata in profondità  nella psicologia statunitense vi è la percezione che gli Stati Uniti siano chiamati sempre ad esibire una globale leadership in tutti i campi e con ogni mezzo. Malgrado la nuova retorica da parte dell’attuale amministrazione Obama, questa percezione non è svanita. Elementi di una mentalità bi-partisan ‘PNAC’ (il neo-liberista ‘Project for a New American Century’ degli anni Novanta) rimangono presenti e visibili e non sono di buon augurio per i futuri sviluppi nella regione AfPak.
Le complicazioni di natura differente che gli USA e i loro alleati devono affrontare nell’area AfPak sono un terreno collinoso – eccellente per la guerriglia, sfavorevole per un moderno esercito – e linee di rifornimento complicate date le grandi distanze e, come accennato, l’inaffidabilità dei partner dell’Asia centrale.  
 
L’amministrazione Bush nella regione AfPak – una storia di fallimenti
In seguito all’attacco dell’11 settembre 2001 contro le torri gemelle di New York, il coinvolgimento in Afghanistan degli Stati Uniti con azioni di anti-guerriglia sotto copertura si è trasformato in operazioni di contro-terrorismo in campo aperto. Si è intensificata l’assistenza militare USA al Pakistan.
Gli obiettivi dell’amministrazione Bush erano triplici: la sconfitta di Al-Qaida, la distruzione delle basi di appoggio dei Taliban ed una determinazione cieca a portare la democrazia in Afghanistan e all’intero mondo musulmano. Al di là di queste generali aspirazioni, il governo degli Stati Uniti, durante la presidenza di George W. Bush, non ha mai avuto una strategia per l’Afghanistan o per il Pakistan, e tanto meno una strategia per l’area AfPak.
Comunque, come nel caso dell’Iraq, vi è stata molta sperimentazione tattica nel dispiegamento delle truppe, nel mescolare le operazioni militari e l’assitenza umanitaria e nel sollecitare l’appoggio di gruppi locali. 
Durante questi anni sono stati investiti sempre più tempo e denari per la sicurezza delle stesse truppe. La diffidenza e l’odio per la presenza straniera, in particolar modo per l’esercito degli Stati Uniti, si sono di continuo accresciuti. Le informazioni trapelate sul crudele trattamento riservato ai prigionieri afghani nella base aerea usamericana di Bagram, l’equivalente di Guantanamo in Afghanistan, hanno alimentato la lotta contro le truppe statunitensi. Il recente attacco terroristico all’interno dell’avamposto della CIA usamericana a Khost nei pressi del confine Afghano-Pakistano da parte di un membro dell’esercito afghano, che ha causato la morte di sette operativi di intelligence statunitensi e di un reporter canadese, è la prova evidente della profondità dell’odio che è stato accumulato nel paese contro gli invasori stranieri.
Quello che non avrebbe dovuto costituire sorpresa a Washington era la facilità con cui i rivoltosi di etnia Pashtu si muovevano avanti ed indietro attraverso le aree di confine fra Afghanistan e Pakistan. Per costoro, questo è territorio di rifugio in entrambi i versanti del confine.
La risposta statunitense è  stata quella di mettere in atto operazioni segrete delle Forze Speciali e di impiegare droni pilotati automaticamente contro la fascia tribale del Pakistan. Questo ha elevato i rischi e la complessità della crisi. La dirigenza politica del Pakistan giustificava in maniera riluttante queste incursioni usamericane. Gli Stati Uniti compensavano con assistenza finanziaria e strutture militari, necessarie per rafforzare sia l’esercito che il governo del Pakistan contro un’opposizione sempre più larga nei confronti del presidente Asif Ali Zadari e il gabinetto del primo ministro Yousaf Raza Gilani.
Questo approccio statunitense è stato per decenni il modello della cooperazione fra gli Stati Uniti e il Pakistan. Quello che costituisce la differenza di questi tempi è solo l’entità dei contributi statunitensi.
Lo stato d’animo del popolo, sia in Afghanistan che in Pakistan, è diventato progressivamente ostile all’aumentare del numero di vittime locali. Sono manifestazioni di collera delle popolazioni gli attacchi ben pianificati contro centri di rifornimento della NATO nell’area di Peshawar e contro convogli militari nella strada che collega il Pakistan all’Afghanistan.
Per rendere la situazione ancora più complessa, il servizio segreto del Pakistan, l’ISI, continua a fare un abile doppio gioco nel nord del Pakistan e attraverso il confine con l’Afghanistan, cooperando sia con le autorità statunitensi che con i gruppi locali. 
Qual è stato il ruolo delle Nazioni Unite nella crisi AfPak? Presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU non è avvenuta alcuna discussione in merito e sono state destinate in modo limitato assistenza umanitaria e risorse per la ricostruzione nazionale.
L’ONU e le sue agenzie sono state attive nell’occuparsi dei profughi da entrambe le parti del confine. Comunque, tanto i dirigenti dell’ONU che quelli della NATO hanno elogiato la cooperazione tra l’Organizzazione mondiale e l’Alleanza.
Kai Eide, il coraggioso Inviato Speciale delle Nazioni Unite per l’Afghanistan, che avrebbe dovuto lasciare il suo ufficio in marzo [N.d.tr.: Le dimissioni del capo della missione Onu in Afghanistan, annunciate con quattro mesi di anticipo sulla scadenza naturale del mandato, il norvegese Kai Eide si dimette il 12 dicembre 2009, sono la ciliegina sulla torta di uno sfilacciamento generale dell'opzione “civile”, già messa a dura prova dalla marcia indietro di Obama suggellata dalla decisione di inviare 30mila nuovi soldati americani cui si aggiungerebbero altri 10mila uomini Nato tra cui mille italiani.], nel dicembre 2009 dichiarava al Consiglio di Sicurezza dell’ONU che, a suo parere, l’Afghanistan straziato dalla guerra si trovava sull’orlo di diventare incontrollabile.    A livello politico, durante gli anni dell’amministrazione Bush, l’ONU aveva rivestito un ruolo poco più di legittimazione della presenza della NATO in Afghanistan.
Questo non deve sorprendere, visto che il presidente Bush non ha dato molto spazio al multilateralismo, né in Iraq né in Afghanistan.
Una conoscenza dell’amministrazione statunitense geo-strategicamente limitata si è palesata in una grave sottovalutazione del peso politico della Russia e dei paesi confinanti con l’Afghanistan, come la Cina, i paesi dell’Asia centrale e l’Iran.
L’amministrazione Bush semplicisticamente riteneva che la superiorità militare degli Stati Uniti fosse bastante a promuovere la causa in Afghanistan, a diffondere nell’area il pluralismo e a marginalizzare la Russia.
In assenza di una strategia, gli USA avevano solo obiettivi politici limitati. Il governo Bush cercava di rafforzare la struttura dell’esercito e della polizia dell’Afghanistan e provvedeva al loro addestramento. Questo non è differente dall’approccio statunitense in Iraq.
Per di più, molti analisti e specialisti di intelligence venivano inviati in Afghanistan per cercare di dare la caccia ad Al-Qaida e ai Taliban.
Durante questi anni, la produzione di oppio in Afghanistan ha raggiunto nuovi record.
L’Ufficio dell’ONU per le Droghe e il Crimine con sede a Vienna valutava che nel 2008 i campi di papavero afghano avevano reso qualcosa come 8.000 tonnellate di oppio. La reazione degli Stati Uniti oscillava da un atteggiamento di laissez-faire alla distruzione di raccolti e laboratori. Poco veniva fatto per promuovere la sostituzione dei raccolti e nulla per ridurre il consumo di oppio afghano all’estero. I mezzi di sostentamento dei contadini dell’Afghanistan e le loro tradizioni venivano completamente ignorati.   
L’amministrazione Obama nella regione AfPak – opportunità per una risoluzione
È ancora troppo presto per trarre delle conclusioni sulle politiche della nuova amministrazione degli Stati Uniti rispetto alle problematiche dell’area Afghanistan e Pakistan. Quello che si può dire è che la barra delle ambizioni statunitensi è stata abbassata.
Nel suo discorso del giugno 2009 al Cairo il presidente Obama sottolineava come “nessun sistema di governo può essere imposto da un qualche paese ad un altro paese”.
Tuttavia nulla veniva detto su come portare democrazia, libertà e diritti umani in Afghanistan.
Gli obiettivi dichiarati dal governo Obama, non dissimili da quelli del governo Bush, sono lo smembramento, lo smantellamento e la sconfitta di al-Qaida e dei Taliban e quello di garantire che i paradisi sicuri per questi gruppi in Afghanistan e in Pakistan non costituiscano più a lungo una minaccia per gli Stati Uniti.
Comunque, è importante sottolineare come la retorica del presente governo statunitense e la sua sensibilità di interagire con le problematiche della regione sono decisamente più positive e costruttive rispetto al modo di porsi dei governi precedenti.
Esiste il proposito di collaborare con i Taliban “moderati”, qualsiasi cosa questo comporti.
I giorni della parola d’ordine “Noi li staneremo dovunque essi siano” sono finiti. Basti considerare l’osservazione conciliante del Segretario di Stato Hillary Clinton: “I soggetti che noi adesso combattiamo, li abbiamo addestrati noi venti anni fa. Dobbiamo essere prudenti – stiamo raccogliendo quello che abbiamo seminato!” 
Di tutto rilievo è l’atteggiamento più duro che gli Stati Uniti stanno assumendo con il governo Karzai di Kabul.
Un punto importante della posizione critica degli Stati Uniti si riferisce alla corruzione esercitata dal Gabinetto afghano e dal suo troppo esteso sistema burocratico. Sono state sospese le video-conferenze bisettimanali tra i presidenti statunitense ed afghano che avevano luogo nei giorni dell’amministrazione Bush.
Il presidente Obama insiste: “Dobbiamo ascoltare le voci degli Afghani”. Ed in Afghanistan non mancano proprio le voci. Recentemente, un abitante di un villaggio afghano rimarcava: “Noi desideriamo amici, non padroni. Le priorità devono essere priorità per gli Afgani. I diritti importanti ora per noi sono l’agricoltura e l’istruzione.”
In una lettera indirizzata al Presidente Obama, un Taliban afghano ha scritto: “Noi vogliamo che lei ripudi le politiche guerrafondaie della precedente amministrazione statunitense e ponga fine alle guerre anti-umanitarie in Iraq (!) e in Afghanistan.”
Si sono sentite anche voci dal Pakistan sulla crisi AfPak. Un Chitrali, che vive nelle vicinanze del confine afghano, arrabbiato faceva rilevare: “Prego, bisogna fare opportune distinzioni fra atti di terrorismo, atti di criminalità e azioni di protesta locali dopo decenni di promesse mai mantenute dal governo per una migliore fornitura dell’acqua, per strutture sanitarie e per la risoluzione delle controversie territoriali.” 
Inoltre, si fanno sentire voci dal governo e dall’esercito del Pakistan, che chiedono che gli Stati Uniti dovrebbero comprendere le necessità di sicurezza del Pakistan ed invertire la loro politica di favore nei confronti dell’India.
La retorica del presidente echeggia queste voci. La sua sfida è di tradurre le sue prese di posizione in azioni tangibili. E non è affatto garantito che le operazioni usamericane nella regione AfPak non possano diventare il tallone di Achille di Obama.
Obama non prevede l’opzione del ritiro delle truppe dalla regione AfPak.
Da quando la nuova amministrazione è entrata in carica, tre riviste di strategia militare sono state pubblicate di seguito, dal consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti generale Lute, dal capo dello Stato Maggiore ammiraglio Mullen e dal generale Petraeus, capo del Comando Centrale delle Forze statunitensi.
Intanto il contingente militare degli Stati Uniti in Afghanistan è aumentato di 30.000 unità, con un aumento delle perdite usamericane che a metà gennaio 2010 arrivano quasi a 1000 caduti. Finalmente, dai comandanti usamericani sono stati mesi in atto tentativi per ridurre al minimo le perdite di civili. Lo scorso anno, Robert Gates, ministro della difesa degli Stati Uniti affermava: “L’uccisione accidentale di Afghani costituisce una delle nostre più gravi vulnerabilità strategiche.” In questa osservazione avrebbe dovuto includere anche le perdite civili del nord Pakistan.
Le operazioni di droni a cavallo del confine “hanno creato più nemici di quelli che si voleva eliminare”, questo il punto di vista di un consigliere militare straniero al generale Petraeus. Il numero esatto di vittime provocate dagli attacchi dei droni usamericani telecomandati non è ancora noto, ma certamente in aumento nelle aree tribali del Pakistan del nord.
Le due guerre statunitensi in Iraq e in Afghanistan hanno ridotto le potenzialità militari degli Stati Uniti ad un minimo storico. La crisi economica e finanziaria globale ha ulteriormente invalidato la libertà di azione usamericana.
Figure politiche importanti degli Stati Uniti, compreso il presidente Obama, hanno ribadito pubblicamente, senza mai fare riferimento all’accresciuta incapacità statunitense, che il governo degli Stati Uniti si aspetta dall’Europa un significativo aumento del sostegno economico e militare per le operazione nell’area AfPak.
Queste aspettative costituiscono un test importante sulla consistenza dei vincoli delle relazioni transatlantiche, dal momento che l’Europa verosimilmente sta eludendo queste aspettative. Gli alleati europei della NATO sono effettivamente sottoposti a forti pressioni politiche nel loro ambiente domestico, tali da riconsiderare la loro partecipazione all’avventura AfPak.
Immediatamente prima della conferenza di Londra sull’Afghanistan (28 gennaio 2010), il ministro della difesa della Germania, Theodor zu Guttenberg, puntualizzava come la Germania avrebbe presentato alla conferenza una strategia unilaterale per l’Afghanistan per un “maggior impegno per la ricostruzione e la formazione professionale nazionale”.
Il ministro degli esteri Guido Westerwelle minacciava anche di boicottare la conferenza, se l’incontro di Londra si sarebbe limitato solo ad un dibattito sui contributi addizionali di truppe.
In precedenza, aveva dichiarato al Parlamento germanico che, solo quando obiettivi e strategia fossero stati chiariti in modo definitivo, allora sarebbe stato possibile considerare per l’Afghanistan il problema di “contenuto” ( in linguaggio diretto, la questione dell’aumento di truppe).
Risulta anche interessante il fatto che nel suo discorso aveva fatto riferimento alla delicata questione di un eventuale ritiro di truppe dall’Afghanistan. Non sarebbe stata una sorpresa se a seguito della riunione di Londra, si fosse scoperto che le sue dichiarazioni erano state puramente un abile mossa politica del governo tedesco per preparare l’opinione pubblica ad un prossimo incremento nel dispiegamento di truppe tedesche in Afghanistan.
È importante considerare qui che resta da vedere se il presidente Obama sia in grado di trovare persone con autentica conoscenza delle questioni nell’area specifica. Il suo inviato speciale, Richard Holbrooke, ha dato dimostrazione evidente di non rientrare in questa categoria. Un consigliere deputato alla sicurezza nazionale, responsabile per l’Afghanistan, che di recente si è dimostrato completamente ignaro della molto discussa linea Durand ( il contestato confine fra Afghanistan e Pakistan, dal nome di Sir Mortimer Durand, ministro degli esteri nell’India britannica del 1893), non è molto affidabile!  
Le due amministrazioni degli Stati Uniti: dall’“entrata nei conflitti” all’uscita?
Mettendo a confronto l’approccio di Bush con quello di Obama rispetto alle problematiche che interessano l’Afghanistan e il Pakistan, si possono registrare prese di posizione del tutto consimili accanto a differenze significative. Entrambe le amministrazioni ritengono che la leadership degli Stati Uniti sia una pre-condizione per la pace, il benessere e la democrazia nel mondo. Qualsiasi alternativa alla leadership statunitense sarebbe fonte di anarchia internazionale.
Entrambe le amministrazioni hanno sperimentato il dispiegamento di truppe di rilevante entità, l’equilibrio fra le operazioni militari e civili e l’allargamento di negoziati a livello regionale e locale.
Evidente nelle due amministrazioni il deficit di conoscenza geo-strategica.
Comunque, il presidente Obama e la sua squadra riconoscono queste carenze e stanno tentando di porvi rimedio. Questo riguarda il confronto che si sta profilando fra la NATO e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, le divisioni etniche e religiose in Afghanistan e in Pakistan, le delicate situazioni locali trans-frontaliere e, naturalmente, gli interessi particolari di Iran ed India in Afghanistan.
Per ultimo, in entrambe le amministrazioni era presente la convinzione che il meccanismo di un aumento impetuoso del livello delle truppe statunitensi impegnate sul campo per uno specifico periodo di tempo avrebbe comportato una soluzione militare.  
Sembra che l’amministrazione Obama abbia cominciato a domandarsi se un intervento fondamentalmente militare possa risolvere la crisi nella regione AfPak.
Entrambi i governi si sono dimostrati consapevoli della situazione potenzialmente pericolosa di un Pakistan come potenza nucleare e hanno impegnato le autorità pakistane negli sforzi per intensificare la protezione delle strutture nucleari nel paese.
Le più importanti differenze negli approcci delle due amministrazioni si sono manifestate al livello retorico.
La disposizione del governo Obama ad ascoltare anche i protagonisti costituisce una differenza notevole rispetto alla precedente leadership a Washington. Una volta ancora, il dialogo e la diplomazia per gli Stati Uniti sono strumenti soddisfacenti nelle relazioni internazionali. Inoltre, l’attuale governo è più energico nel richiedere la ripartizione degli oneri politici, finanziari e militari.
Il presidente Obama è molto più orientato al multilateralismo che il suo predecessore e amerebbe vedere per le Nazioni Unite un ruolo più decisivo e una maggiore attenzione per lo sviluppo nell’area AfPak ed in altre regioni del mondo.
Le relazioni fra gli Stati Uniti e i governi dei paesi dell’Asia centrale come il Tajikistan, l’Uzbekistan, il Kyrgyzstan e il Kazakhstan si sono complicate con l’andar del tempo. L’attuale governo usamericano si rende conto della natura delicata di queste relazioni.
Visto che il Pakistan è divenuto parte integrale della crisi, ora gli Stati Uniti sono alla ricerca di una chiara definizione delle questioni nell’area AfPak, tenendo ben presente la necessità di proteggere le installazioni nucleari del Pakistan.
Nella lotta contro il terrorismo, si è aperto un nuovo fronte nello Yemen. Questo è avvenuto nella assenza completa di conoscenza da parte dell’opinione pubblica, fino all’arresto del 25 dicembre 2009 di Abdulmutallah, figlio di un banchiere nigeriano, che aveva tentato di far precipitare un jet delle linee statunitensi sulla città di Detroit. Il mondo veniva a sapere così che lo Yemen stava diventando un pericoloso covo di al-Qaeda e roccaforte usata per l’addestramento di giovani Musulmani, come questo Abdulmuttalah.
Così lo Yemen è stato annoverato dagli Stati Uniti, e naturalmente dalla NATO, nel conto dei punti caldi attorno al cerchio più interno dell’area AfPak, e in quella zona veniva ulteriormente elevato il livello complesso delle operazioni militari sotto copertura e in campo aperto.
Il presidente Obama si rende conto che sta scattando l’ora della politica sia a Washington che a Brussels e nelle altre capitali di Europa. Una presenza a tempo indeterminato degli Stati Uniti e dei loro alleati della NATO e i costi sempre crescenti, l’occupazione militare e il numero delle perdite, sia afghane che straniere, non sono più a lungo accettabili dai parlamenti e certamente non dalla pubblica opinione nei singoli paesi dell’Unione Europea.
Un diplomatico europeo, di cui si è conservato l’anonimato, è stato citato dai media per avere dichiarato: “Tutti noi, a porte chiuse, ci raccontiamo che prima ce ne andiamo dall’Afghanistan, meglio è!”
Inoltre è abbastanza sicuro che quelli che stanno nel cerchio più esterno al conflitto, i paesi dell’Asia centrale, la Cina e la Russia intensificheranno la loro resistenza ai progetti dell’Occidente in Afghanistan e Pakistan.
I piani provocatori della NATO di espandere la sua sfera di influenza, inglobando come membri i paesi dell’Est, e così completando l’accerchiamento della  Russia e della Cina, daranno origine solo ad ulteriori conflitti nell’area e provocheranno una ancor più pericolosa corsa agli armamenti, compreso lo sviluppo dei sistemi d’arma nucleari.
La Russia condivide a breve termine le preoccupazioni dell’Occidente nei confronti del fondamentalismo islamico, dei Taliban e della droga e per queste ragioni offre un qualche appoggio alla NATO, ad esempio consente il trasporto di materiali letali e non-letali attraverso il suo territorio per ferrovia o per via aerea. Questo non è in contraddizione con le fondamentali obiezioni della Russia alla presenza USA/NATO nel suo “cortile dietro casa”. I dirigenti della NATO dovrebbero tenere questo ben presente quando si lamentano del tiepido sostegno della Russia all’avventura della NATO. 
La fiducia in sé e la risolutezza in continuo crescendo della Cina concorrono a lanciare nuove sfide all’Alleanza occidentale in Afghanistan. Il comportamento della Cina alla Conferenza Climatica dell’ONU tenutasi a Copenhagen, la sua sfida alle politiche degli Stati Uniti e dell’Unione Europea verso l’Iran, l’audacia dei suoi programmi di investimenti civili in Afghanistan e, da non sottovalutare, la recente decisione di partecipare con la sua marina militare al pattugliamento delle acque territoriali della Somalia sono indicatori di un più diretto e palese interventismo cinese nelle future crisi globali, compresa questa dell’Afghanistan.   
 
L’urgenza di un cambiamento
L’amministrazione Obama ha avuto una buona partenza in politica estera. Le opportunità di andare oltre le intenzioni per la risoluzione dei conflitti globali, compreso quello che interessa l’area AfPak, non si presenteranno per più di tanto tempo. Queste possibilità devono essere afferrate senza indugio.
Il discorso di Obama del 1o dicembre 2009 su una nuova politica degli Stati Uniti nei confronti dell’ Afghanistan fornisce ulteriori chiarimenti su queste intenzioni e dà conferma delle politiche precedenti, negando sicurezza ai rifugi di Al Qaeda e dei rivoltosi Taliban, arrestando l’impeto dei Taliban, impedendo la caduta del governo afghano e rafforzando le forze militari e di polizia dell’Afghanistan.
Si suppone che l’arrivo in aggiunta di 30.000 uomini di truppa statunitensi e un’addizionale di 7.000 uomini delle truppe della coalizione possano favorire il meccanismo del cambiamento.
La novità nella proposta di Obama consiste nella maggior condivisione delle responsabilità con le autorità civili e militari dell’Afghanistan non solo a livello centrale, a Kabul, ma anche a livello regionale e, in modo particolare, a livello locale “per creare le condizioni per il trasferimento totale delle responsabilità agli Afghani” e per intensificare le relazioni degli Stati Uniti con il vicino   Pakistan.
Quello che manca è una conferma da parte del governo degli Stati Uniti di avere compreso la vitale importanza di portare tutti quelli dei cerchi esterni ed interni al conflitto a discutere insieme alternative alla fallimentare opzione militare e come possa essere promossa in Afghanistan la ricostruzione nazionale sulla base di misure che rendano solida una durevole fiducia.
La crisi nella regione AfPak e in altre aree richiede un dialogo universalmente coinvolgente e di vasta portata. La comprensione da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati occidentali delle cause del fondamentalismo islamico nell’area AfPak e in altre parti del mondo deve essere considerata come pre-requisito di avanzamento.    
(Questo documento si basa su una relazione presentata dall’autore nel giugno 2009 su invito dell’Istituto del Lussemburgo per gli Studi europei ed internazionali)  

[1] ‘Corruzione’ è un termine che sfortunatamente viene usato dappertutto in maniera semplicistica ed indifferenziata. Non si tiene in conto delle differenti forme che la cosiddetta “corruzione” assume, dal semplice favoritismo che si basa sulle tradizioni locali agli atti moderni di disonestà criminale. Non è possibile un unico approccio nel considerare il comportamento degli Afghani, che i politici stranieri descrivono per loro comodità con “corruzione”.    

mercoledì 11 novembre 2009

Sotto il vulcano dell'AfPak


di Pepe ESCOBAR, 6-7.11.2009. Tradotto da Manuela Vittorelli, Tlaxcala
Originale da: Under the AfPak Volcano 
L'autore
There must be some way out of here
Said the joker to the thief
There's too much confusion
I can't get no relief

Bob Dylan
, All Along the Watchtower


I-Benvenuti nel Pashtunistan


PARIGI – Sta accadendo qualcosa nell'AfPak ma non sa cosa, vero, Signor Beltway*?

Mentre Washington fa un bel pastone dei “taliban” – che siano neo-taliban afhgani o Tehreek-e-Taliban (TTP) pakistani – con la solita logica da Impero del Caos per giustificare la perenne permanenza delle truppe degli Stati Uniti e della NATO in AfPak, un numero sempre più alto di pashtun, di qua e di là del confine, ne ha approfittato per vedere nei taliban un utile modo per facilitare la creazione del Pashtunistan.

Ma il Pentagono, statene certi, sa perfettamente come condurre il suo Nuovo Grande Gioco in Eurasia. La balcanizzazione dell'AfPak – la frammentazione di Afghanistan e Pakistan – creerà, tra gli altri Stati, anche un Pashtunistan e un Balochistan indipendenti. La logica dell'Impero del Caos è ancora il vecchio imperiale divide et impera britannico, in una nuova versione; e, almeno teoricamente, produce territori più facili da controllare.

Non provocate il nazionalismo pashtun
I pashtun (dall'Afghanistan orientale al Pakistan occidentale) non hanno mai rinunciato a ricongiungersi. Chiunque abbia una qualche familiarità con l'AfPak sa che la regione sta ancora pagando il prezzo del fatale divide et impera britannico messo in atto dalla decisione imperiale del 1897 di dividere i pashtun attraverso l'artificiale Linea Durand. La linea continua a essere il confine artificiale tra il Pakistan e l'Afghanistan. Chiunque l'abbia attraversata, per esempio a Torkham, ai piedi del passo Khyber, sa che è completamente priva di senso; quelli che sciamano sui due versanti del confine sono tutti cugini che non hanno mai smesso di sognare l'impero Durrani afghano pre-coloniale, che copriva buona parte del Pakistan attuale.

Pochi hanno notato che di recente i pashtun hanno cominciato a fare una richiesta molto semplice e specifica: che la Provincia della Frontiera di Nord Ovest (NWFP) nel Pakistan venga ribattezzata Pakhtunkhwa (“Terra dei pashtun”). Lo scorso settembre le autorità pakistane, a maggioranza punjabi, hanno respinto la richiesta. I nazionalisti pashtun hanno protestato in massa nella favolosa Peshawar, la capitale della NWFP. Il movimento di liberazione nazionale pashtun è giunto al culmine. I Guevara pashtun stanno già chiamando alle armi.

Benché Washington, ora con un piccolo aiuto del governo amico/cliente del Presidente Asif Ali Zardari a Islamabad, conduca una guerra essenzialmente contro i pashtun fin dal 2001, non si tratta di un movimento monolitico. Tutto può riassumersi nella massima, risalente agli inizi di questo secolo, secondo cui praticamente tutti i taliban sono pashtun, ma non tutti i pashtun sono taliban. Ci sono settori significativi di pashtun laici che respingono il TTP e il suo distopico dogma fondamentalista islamico, nonostante le masse pashtun possano vedere nel TTP il veicolo ideale per l'avvento del Pashtunistan.

Se seguiamo i soldi, vediamo che il TTP in Pakistan viene ora finanziato principalmente da ricchi e devoti affaristi del Golfo e non più da Islamabad. I finanziatori sono più interessati al jihad che al nazionalismo pashtun, e questo erode la legittimità dei taliban in quanto veicoli del nazionalismo pashtun. Nello stesso tempo, se il TTP e i suoi alleati pashtun riescono ad assumere il controllo totale di un corridoio strategico tra l'Afghanistan orientale e il Pakistan occidentale, con o senza il sostegno del jihad, e magari anche il controllo parziale di Peshawar, il successo in termini propagandistici non potrebbe essere più spettacolare: significherebbe un emirato islamico a tutti gli effetti costituito come Pashtunistan.

Oltre al TTP ci sono altri fattori che facilitano la spinta verso la creazione di un Pashtunistan. Gli aiuti economici dell'Occidente all'AfPak sono miserabili e non arrivano mai alla popolazione pashtun. La “rivelazione” negli Stati Uniti di ciò che non era mai stato un mistero in Afghanistan, e cioè che Ahmed Wali Karzai, fratello del “vincitore” delle pasticciate elezioni presidenziali afghane, è stato per anni sul libro paga della CIA, ha azzerato ogni possibilità che i pashtun possano fidarsi di tutto ciò che emana da Kabul.

I grandi media statunitensi si dilungano sul kabuki (con riso) delle elezioni presidenziali afghane continuando a ignorare che i servizi segreti degli Stati Uniti e della NATO stanno corrompendo i principali signori della guerra per assicurarsi la “sicurezza” sul territorio (affare lucrosissimo) e i taliban per salvarsi la vita e non finire ammazzati dai loro ordigni esplosivi. E non basta corrompere; i taliban, attraverso il loro ex ministro degli esteri, Mullah Muttawakkil, hanno appena respinto l'offerta americana di otto basi NATO permanenti in cambio di sei governatorati taliban. Esigono il loro bel riso Kabuli, e intendono mangiarselo.

L'establishment militare e della sicurezza di Islamabad, che è uno Stato dentro lo Stato, resta un'appendice di Washington; i pashtun vedono l'attuale offensiva nel Waziristan come uno svendersi di Zardari a Washington – come aveva fatto “Busharraf”, cioè il presidente Pervez Musharraf, prima di lui. Un governo pakistano fallito, che si tratti di questo o di un altro, ha zero possibilità di controllare quelli che sono di fatto territori afghani sul lato pakistano della Linea Durand. Solo nel 2009 più di due milioni di pashtun sono stati costretti alla fuga; si parla diffusamente di “genocidio dei pashtun”.

Dunque per Washington sarebbe tanto più facile, e infinitamente meno sanguinario, adottare la linea del Pentagono in tutto e per tutto: facciamo un'altra Jugoslavia; balcanizziamo; ripristiniamo l'impero Durrani afghano.

Il secondo avvento
Rozza bestia, giunto infine il suo tempo, il Pashtunistan è già nato.

Tanto per cominciare, quei “cugini” su entrambi i lati del confine sono tutti pashtun, per lo più rurali. Seguono gli stessi rituali religiosi conservatori, incarnati dall'ultrareazionaria scuola Deobandi dell'Islam sunnita e propagati da una vasta rete di madrasse (seminari) made in Pakistan. I loro affari stanno prosperando, come dimostra una visita a Spinbaldak, nell'Afghanistan meridionale, tra Kandahar e Quetta; i pesci grossi si arricchiscono con il contrabbando e il narcotraffico, e tutti gli altri con i trasporti o il commercio del legname. Le somme di denaro che entrano ed escono sono enormi, soprattutto grazie alle rimesse dei lavoratori pashtun che faticano nel Golfo e oltre.

Politicamente i pashtun sono rappresentati da partiti come il Jamaat-e-Ulema-e-Islami (JUI). Diplomaticamente hanno ottimi legami con il Golfo Persico e con la maggior parte dei paesi dell'Organizzazione della Conferenza Islamica. Militarmente sono rappresentati da una miriade di gruppi taliban, non esclusivamente dal TTP. E strategicamente incarnano una deliziosa ironia: un movimento rurale, ultrareligioso, nazionalista che combatte con le unghie e con i denti un corrotto governo a base urbana come se fossero una fantasia post-coloniale del nobile selvaggio tribale – alla Rousseau – in lotta contro l'Occidente colonialista..

Può non essere quello che avevano in mente gli intellettuali pashtun di sinistra, relativamente laici; dicono che gli organi di sicurezza infestati da punjabi controllano sia i taliban che l'esercito pakistano, e vorrebbero liberarsi di entrambi. Secondo un gruppo nazionalista come il Pashtun Awareness Movement sono gli stessi pashtun a doversi liberare dei taliban, non l'esercito pakistano schiavo del Pentagono. Per quanto riguarda il Partito Nazionale Awami, a maggioranza pashtun, che è al potere nella NWFP e deve in qualche modo fare i conti con Islamabad, il suo sogno di un Pashtunistan più equilibrato è ancora molto lontano dalla realizzazione.

Al Pashtunistan per diventare adulto potrebbe mancare solo una cosa: un passaporto. Non è difficile capire chi ne approfitterà.

*Beltway: tangenziale interstatale, anche detta Capital Beltway, che racchiude Washington e i vicini Stati del Maryland e della Virginia e serve zone in cui lavorano e risiedono i funzionari e i dipendenti dell'amministrazione federale. Il termine è giunto a designare il potere centrale degli Stati Uniti e le sue ramificazioni. [N. d. T]

II-(Non) è così difficile lasciarsi

“L'orrore... l'orrore.” Il Generale Stanley McChrystal, comandante supremo del Pentagono in Afghanistan, negli Stati Uniti viene fatto comunemente passare per un guerriero Zen – moderno esempio di coraggioso “best and brightest”. Ma potrebbe essere un intellettuale guerriero più simile al Colonnello Kurz che al Capitano Willard di Apocalypse Now di Francis Ford Coppola. Ha guidato una squadra della morte d'élite in Iraq e, nonostante le sue formule di ingegneria sociale in cui Confucio si mescola alla contro-insurrezione, sembra ancora non capire i pashtun.

McChrystal continua a chiedersi incuriosito perché in Afghanistan la maggior parte dei giovani pashtun decida di diventare taliban. Perché Kabul è immensamente corrotta; perché gli americani hanno bombardato le loro case o ucciso i loro amici e i loro familiari; perché possono migliorare la loro condizione sociale. Non intendono svendersi per un pugno di dollari (svalutati). Mirano solo a cacciare via gli occupanti – e a reinstaurare l'Emirato Islamico d'Afghanistan, governato dalla sharia. In questo senso i soldati di McChrystal sono i nuovi sovietici, in nulla diversi dall'Armata Rossa che invase l'Afghanistan negli anni Ottanta.

McChrystal – con tutti i suoi discorsi sul “mettere al sicuro la popolazione” – non può in alcun modo dire agli americani la verità sui taliban. Gli afghani sanno che se non provochi i taliban i taliban non provocheranno te. Se sei un coltivatore d'oppio i taliban ti chiederanno solo una minima tassa.

Conquistare cuori e menti in stile Westmoreland, scusate, McChrystal, è un proposito perso in partenza. Non c'è niente che i soldati di McChrystal, che non parlano la lingua pashto, possano dire o fare per controbilanciare la semplice frase che i taliban dicono agli abitanti: “stiamo facendo il jihad per cacciare via gli stranieri”.

Per quanto riguarda il legame taliban/al-Qaeda, i taliban oggi semplicemente non hanno bisogno di al-Qaeda, e viceversa. Al-Qaeda è strettamente legata a gruppi pakistani, non afghani, come il Lashkar-e-Taiba. Se McChrystal vuole scovare i jihadisti di al-Qaeda deve metter su bottega a Karachi, non nell'Hindu Kush.

Nell'estate del 2009, 20.000 soldati degli Stati Uniti e della NATO, mettendo in pratica il ferreo dogma “bonificare, stabilizzare e costruire”, sono riusciti a mettere in sicurezza solo un terzo della deserta provincia di Helmand. I taliban controllano almeno 11 province dell'Afghanistan. È facile calcolare quanto ci vorrebbe per “mettere in sicurezza” le altre 10 province, per non parlare dell'intero paese fino al, be', 2050, come ha ipotizzato l'alto comando britannico. Non stupisce che Washington stia annegando nei numeri: si specula che McChrystal voglia 500.000 soldati in Afghanistan entro il 2015. Se il confuciano McChrystal non li otterrà, addio contro-insurrezione; si torna all'inferno dal cielo della guerra dei droni.

Se li dividi li controlli
Il Pentagono, come pure la NATO, non faranno mai il tifo per un Pakistan forte, stabile e davvero indipendente. Le pressioni di Washington su Islamabad non saranno mai meno che incessanti. E poi c'è il ritorno del rimosso: il terrore paralizzante del Pentagono che Islamabad possa un giorno diventare uno Stato cliente della Cina a tutti gli effetti.

I teorici dei think tank, seduti nelle loro comode poltrone di pelle, sognano effettivamente che lo Stato pakistano crolli per sempre, vittima di uno scontro all'interno dell'esercito tra punjabi e pashtun. Dunque cosa c'è in serbo per gli Stati Uniti in termini di balcanizzazione dell'AfPak? Alcune gustose prospettive, in primo luogo quella di neutralizzare l'altrettanto incessante spinta della Cina per ottenere l'accesso diretto via terra, dallo Xinjiang e attraverso il Pakistan, al Mar Arabico (passando per il porto di Gwadar, nella provincia del Balochistan).

La logica che sta alla base dell'occupazione dell'Afghanistan da parte degli Stati Uniti – mai espressa dietro la facciata della “lotta all'estremismo islamico” – è pura strategia di dominio ad ampio spettro del Pentagono: spiare meglio la Cina e la Russia da postazioni avanzate dell'impero delle basi; assestarsi nel Pipelinestan, attraverso il Trans-Afghan (TAPI) pipeline, se mai verrà costruito; e controllare il narcotraffico afghano attraverso un assortimento di signori della guerra. La Russia, l'Iran e l'Europa Orientale sono letteralmente inondate dalla cocaina a buon mercato. Non è un caso che per Mosca siano l'oppio e l'eroina il problema cruciale da sconfiggere in Afghanistan, non il fondamentalismo islamico.

Per tornare ai teorici dei think tank, loro restano incorreggibili. La scorsa settimana, in un ricevimento per l'Afghanistan sponsorizzato dalla Rand nel Russell Building di Washington, il consigliere per la sicurezza nazionale dell'ex presidente Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski, l'uomo che ha dato ai sovietici il loro Vietnam in Afghanistan, ha raccontato di aver consigliato l'amministrazione George W. Bush di invadere l'Afghanistan nel 2001; ma anche di aver detto all'allora capo del Pentagono, Donald Rumsfeld, che il Pentagono non doveva restare come una “forza estranea”. Proprio ciò che è ora.

Eppure Zbigniew ritiene che gli Stati Uniti non debbano lasciare l'Afghanistan; che debbano usare “tutta la [loro] influenza” per costringere la NATO a portare a termine la missione, qualunque essa sia. Non sorprende che Zbigniew non abbia potuto fare a meno di svelare la vera essenza della “missione”: il Pipelineistan, cioè costruire il TAPI con tutti i mezzi.

La Cina, l'India e la Russia possono concordare sul fatto che l'unica soluzione praticabile per l'Afghanistan debba avere carattere regionale e non venire dagli Stati Uniti, però non riescono ancora ad accordarsi su come formalizzare una proposta da presentare nell'ambito della Shanghai Cooperation Organization, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione. Li Qinggong, numero due del Consiglio cinese per la Politica di Sicurezza Nazionale, si è fatto portatore di questa proposta. Washington, e non sorprende, preferisce l'unilateralismo.

Tutto risale a una pubblicazione del 1997 della Brookings Institution scritta da Geoffrey Kemp e Robert Harkavy, Strategic Geography and the Changing Middle East, nella quale si identifica un'“ellissi energetica strategica”, con uno snodo chiave nel Caspio e un altro nel Golfo Persico, che concentra più del 70% delle riserve petrolifere globali e più del 40% delle riserve di gas naturale. Lo studio sottolineava che le risorse in queste zone di a “bassa pressione demografica” sarebbero “minacciate” dal premere dei miliardi di abitanti delle regioni povere dell'Asia Meridionale. Così il controllo degli “stan” musulmani centro-asiatici e dell'Afghanistan sarebbe un muro essenziale da opporre alla Cina e all'India.

E così lungo tutta la torre di guardia i principi della guerra stanno all'erta. Tutto ciò comporterà una balcanizzazione. È il dominio ad ampio spettro contro la griglia di sicurezza energetica asiatica. Il Pentagono sa bene che l'AfPak è un ponte strategico tra l'Iran a ovest e la Cina e l'India a est; e che l'Iran ha tutta l'energia di cui Cina e India hanno bisogno. L'ultima cosa che il dominio ad ampio spettro vuole è che il teatro AfPak subisca ulteriormente l'influenza della Russia, della Cina e dell'Iran.

Non esiste un'illustrazione più persuasiva della logica dell'Impero del Caos. Mentre lo spettacolo di McChrystal diverte il loggione, la preoccupazione di Washington è come orchestrare un progressivo accerchiamento della Russia, della Cina e dell'Iran. E il gioco non si chiama nemmeno AfPak, pur con la frammentazione e la balcanizzazione che può comportare. In ballo qui c'è il Nuovo Grande Gioco per il controllo dell'Eurasia.

domenica 1 novembre 2009

L'America, i preservativi e i taliban



di M.K. BHADRAKUMAR, 23/10/2009. Tradotto da Manuela Vittorelli, Tlaxcala
Originale: America, condoms and the Taliban
I pakistani usano una metafora grossolana quando vogliono mettere sulla difensiva i loro interlocutori americani. Dicono che gli Stati Uniti hanno usato il Pakistan come un preservativo, limitandosi a gettarlo via quando non serviva più, come era successo varie volte ai tempi della Guerra Fredda. Così facendo chiedono agli americani di essere costanti nella loro amicizia.
Gli afghani finiranno per provare gli stessi sentimenti. Bastava dare un'occhiata alla CNN martedì pomeriggio per vedere l'espressione di disagio stampata sulla faccia del Presidente afghano Hamid Karzai quando ha annunciato che gli erano stati tolti i voti che gli avrebbero dato la vittoria nelle elezioni presidenziali, e che il ballottaggio con Abdullah Abdullah si sarebbe svolto il 7 novembre.

Si è verificato un incidente culturale. A quanto pare agli americani non importava quanto fosse grave per un capo Popolzai essere costretto ad ammettere la sconfitta davanti al suo popolo.

Fino allo scorso fine settimana Karzai aveva ribadito che non avrebbe accettato interferenze straniere al momento di decidere i risultati delle elezioni, dopo essersi proclamato vincitore al primo turno svoltosi in agosto. Martedì ha ritrattato pubblicamente senza offrire spiegazioni. Karzai ha fatto un passo indietro, resosi conto di aver irrecuperabilmente perso quella gravitas che gli è necessaria per governare in Afghanistan.

John Kerry, presidente della Commissione del Senato degli Stati Uniti per le Relazioni Estere, si sarebbe presentato al palazzo presidenziale e avrebbe messo sotto pressione Karzai per ben 72 ore per convincerlo a rinunciare a proclamarsi vincitore. Venerdì il Segretario di Stato Hillary Clinton aveva parlato al telefono con Karzai per 40 minuti; il Primo Ministro britannico Gordon Brown aveva chiamato tre volte da Londra; il Ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner era corso a Kabul per partecipare allo sforzo di persuasione (e per vedere se vi fosse un futuro per Abdullah, uno dei “Panjshiri boys” prediletti dalla Francia); e anche il segretario generale delle Nazioni Unite

Ban Ki-moon e il segretario generale dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, Anders Fogh Rasmussen, avevano diligentemente contribuito da New York e Bruxelles alla campagna per far sì che Karzai firmasse il suo necrologio politico.

Nel loro trionfalismo, però, le capitali occidentali non hanno capito che gli afghani non rispetteranno neanche chi è incapace di offrire una stabile amicizia. La questione non è più se Karzai fosse efficiente o corrotto. La questione è la percezione afghana secondo cui gli occidentali trattano i loro amici come preservativi usati.

Questo avrà delle conseguenze sulla tanto reclamizzata strategia di “afghanizzazione”. Di certo una “afghanizzazione” del conflitto nell'Hindu Kush avrebbe dovuto incentrarsi sul potere fallico di un maschio alfa – in senso figurato, naturalmente –, possibilità oggi irrealizzabile. Chiunque vincerà il ballottaggio del 7 novembre avrà comunque l'onere di essere considerato un fantoccio americano, e questo erode la strategia di “afghanizzazione”.

Probabilmente l'unica “afghanizzazione” praticabile era quella intrapresa da Karzai, e passava attraverso alleanze con comandanti locali, signori della guerra, malik (capi) tribali e i mullah. L'“afghanizzazione” dipendeva da una figura pashtun in grado di collegare e coordinare tutte queste forze. Tra Karzai e Abdullah la scelta è limitata, e quella figura può essere incarnata solo da Karzai.

Il teatrino svoltosi a Kabul nel fine settimana (sorprendentemente lodato dal Presidente americano Barack Obama) sottolinea il fatto che gli Stati Uniti in Afghanistan non stanno cercando una struttura di potere forte. Tutti i discorsi sui brogli elettorali e sul ballottaggio raccomandato dagli osservatori delle Nazioni Unite sono sciocchezze. Per dirla con l'autore pakistano Tariq Ali, "Nelle montagne dell'Hindu Kush dev'essere risuonata la risata dei Pashtun”.

State certi che anche il secondo turno sarà largamente contrassegnato dai brogli. Ban ha dichiarato alla BBC che le Nazioni Unite vogliono il “licenziamento” di 200 funzionari elettorali (su un totale di 380) per rendere “credibile” il ballottaggio. Chi, di grazia, li sostituirà e verificherà le credenziali delle altre migliaia di addetti ai seggi? E il tutto nei prossimi quindici giorni, cioè il tempo che resta alle Nazioni Unite per organizzare il ballottaggio.

Se così stanno le cose, perché tutto questo parapiglia attorno a Karzai, privato della maggioranza assoluta al primo turno per un esiguo 0,3% dei voti? Il fatto è che gli Stati Uniti temevano che Karzai potesse diventare una spina nel fianco se fosse stato eletto con le sue forze e con l'aiuto dei suoi alleati di coalizione messi insieme di riffa o di raffa. Potrebbe sembrare una contraddizione, dato che la guerra è ormai quasi persa. Ma c'è una spiegazione logica.

È prevedibile che gli Stati Uniti stiano per avviare un deciso sforzo per cooptare i taliban. I preliminari sono cominciati. Si prevede che agli elementi taliban verrà consentito di riempire il vuoto nelle strutture di potere locali.

Questa possibilità si aprirà il prossimo anno in occasione delle elezioni locali. Significativamente, gli Stati Uniti hanno chiesto al Giappone di stabilire una presenza militare nel sud dell'Afghanistan. (Il Giappone aveva tenuto aperta una linea di comunicazione con i regime dei taliban a Kabul.)

L'amministrazione Obama sta adottando un approccio revisionista nei confronti dei taliban. Bisogna ammettere che Obama non ha motivo di covare intenzioni di vendetta nell'Hindu Kush come il suo predecessore otto anni fa. Nel suo libro intitolato Bush At War, Bob Woodward ha scritto che fu proprio la questione se i taliban dovessero essere considerati il nemico degli Stati Uniti a dominare le discussioni alla Casa Bianca e a Camp David nelle critiche settimane successive all'11 settembre 2001, prima che le forze speciali statunitensi penetrassero in Afghanistan alla fine di ottobre.

Si è chiuso il cerchio di quella discussione durata otto anni. È vero, i taliban non sono necessariamente nemici dell'America. Né andrebbero esclusi dalla vita politica del loro paesi. Probabilmente, inoltre, i taliban erano stati spinti a ricorrere ad al-Qaeda dopo aver lungamente e pazientemente atteso un riconoscimento da parte degli Stati Uniti che non giunse mai. Perciò, se i taliban non costituiscono una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti e se recidono i legami con al-Qaeda, Obama potrebbe essere disposto a considerarli senza pregiudizi.

Pare che vi abbia accennato il guardiano di Obama, Rahm Emanuel, nella sua intervista di domenica alla CNN:
Si è letteralmente finiti in una situazione, c'è un altro modo di agire? E il presidente sta ponendo le domande che non sono mai state fatte... E prima di impegnare delle truppe, cosa che non è irreversibile ma va in una certa direzione, prima di prendere questa decisione ci sono delle domande che esigono risposte e che non sono mai state fatte... Ed è chiaro che dopo otto anni di guerra significa praticamente partire da zero, e quelle domande non sono mai state fatte... Quali sono le relazioni all'interno dei taliban? Ci sono diversi tipi di taliban? È su questo che si sta concentrando l'analisi.
Riassumendo, Obama con l'“afghanizzazione” del conflitto aveva due possibilità. Una era la strada presa da Karzai alleandosi con i “signori della guerra”, che lo ha reso una figura cruciale. Ma Washington può scegliere una strategia d'uscita imperniata su una progressiva “talibanizzazione” della struttura di potere locale afghana. Karzai II potrebbe essersi appena accorto di non essere affatto indispensabile agli americani.

lunedì 19 ottobre 2009

Capo della guerriglia di al-Qaeda espone la sua strategia



Esclusiva di Asia Times Online
L'autore: Syed Saleem Shahzad, nato a Karachi nel 1970, è caporedattore di Asia Times Online. Noto per i suoi reportage e scoop sulle forze armate pakistane, i taliban e al Qaeda, è specializzato in tematiche relative alla sicurezza globale. Collabora occasionalmente con Le Monde Diplomatique, La Stampa e Dawn ed è corrispondente per il Sud-Est asiatico dell'agenzia di informazione AdnKronos International.
 
ANGORADA, Sud Waziristan, ai confini con l'Afghanistan – Un incontro ad alto livello tra i capi militari e civili pakistani svoltosi il 9 ottobre al palazzo presidenziale ha approvato un'operazione contro i taliban pakistani e al-Qaeda nell'area tribale del Sud Waziristan, che gli analisti considerano la madre di tutti i conflitti regionali.

Contemporaneamente, al-Qaeda sta mettendo in atto la sua strategia nel teatro di guerra dell'Asia meridionale, nell'ambito di una campagna più vasta contro l'egemonia globale americana inaugurata con gli attentati dell'11 settembre 2001 negli Stati Uniti.

L'obiettivo di al-Qaeda restano gli Stati Uniti e i loro alleati, come l'Europa, Israele e l'India, e l'organizzazione non prevede di diluire la propria strategia accogliendo nel proprio seno movimenti di resistenza musulmani con parametri ristetti. In questo contesto, l'attività militante in Pakistan è vista più come un fattore di complessità che come parte della strategia di al-Qaeda.

Negli ultimi giorni i militanti sono stati particolarmente attivi. Giovedì scorso un'auto imbottita di esplosivo è stata lanciata contro il muro di cinta dell'Ambasciata indiana a Kabul, la capitale dell'Afghanistan, uccidendo almeno 17 persone. Sabato, poi, dei militanti hanno messo in atto un audace attacco contro il quartier generale dell'esercito pakistano a Rawalpindi, città gemella della capitale Islamabad. Lunedì un attentatore si è fatto esplodere in un mercato, nella regione della Valle di Swat, uccidendo 41 persone e ferendone 45.

Il Pakistan si trova ora a un punto critico, con le forze armate raccolte in grandissimo numero (quasi un corpo, ben 60.000 soldati) attorno al Sud Waziristan per cacciare il Pakistan Tehrik-e-Taliban (PTT), al-Qaeda e i loro alleati dalle aree tribali del Pakistan.

In questi momenti difficili, Mohammad Ilyas Kashmiri, colui che secondo i servizi segreti americani è il capo delle operazioni militari di al-Qaeda e la cui morte è stata erroneamente confermata in occasione di un attacco di un drone nel Nord Waziristan, ha accettato di parlare con Asia Times Online.


Sono stato invitato in un rifugio segreto nell'area di confine tra il Sud Waziristan e l'Afghanistan, zona regolarmente sorvolata dai droni.

Questa è la prima interazione con i media di Ilyas da quando si è unito ad al-Qaeda, nel 2005. È un esperto comandante formatosi ai tempi della lotta con l'India per il Kashmir diviso.

Negli ultimi mesi i militanti sembravano essere sulla difensiva. Vari capi sono rimasti uccisi negli attacchi di droni in Pakistan. Tra questi, il keniota Osama al-Kini, capo delle operazioni esterne di al-Qaeda; Khalid Habib, comandante del Lashkar al-Zil o Esercito Fantasma, il braccio militare di al-Qaeda; Tahir Yuldashev, leader del Movimento Islamico dell'Uzbekistan, legato ad al-Qaeda; il capo del PTT Baitullah Mehsud, e molti altri.

Anche i taliban pakistani sono stati duramente colpiti dall'esercito nelle aree urbane e tribali. Erano in corso negoziati per raggiungere accordi di pace con alcuni comandanti taliban in varie province afghane.

Poi la scorsa settimana almeno nove soldati statunitensi, oltre a diverse decine di uomini dell'Esercito Nazionale Afghano (ANA), sono rimasti uccisi in un'incursione in un avamposto della provincia del Nuristan. Inoltre sono stati rapiti dai taliban più di trenta ufficiali e soldati dell'ANA.

A questo attacco se ne sono aggiunti altri contro basi NATO nelle province sudorientali di Khost, Paktia e Paktika, costringendo il Generale statunitense Stanley McChrystal a ritirare tutte le truppe dalle postazioni isolate nelle aree più remote di queste province per riposizionarle in centri abitati.

Ciò ha dato ai taliban uno spazio immenso per muoversi liberamente, vale a dire che se il Pakistan conducesse operazioni in Sud Waziristan i militanti potrebbero facilmente trovare rifugio oltreconfine.

Gli attacchi degli ultimi giorni hanno anche dimostrato che i militanti sono ancora capaci di colpire praticamente a volontà obiettivi importanti. Comportano anche una riconfigurazione del teatro di guerra: il Pakistan dovrà riposizionare le truppe dal fronte orientale (l'India) a quello occidentale (l'Afghanistan), dato che i taliban sono ora il nemico numero uno.

Washington intende mandare almeno altri 40.000 soldati in Afghanistan, mentre l'India collaborerà a questi sforzi con la competenza del suo esercito e dei suoi servizi segreti contro il nemico comune rappresentato dai gruppi militanti musulmani.

La prossima battaglia
Ilyas Kashmiri ha espresso il suo punto di vista sulla prossima battaglia, sui suoi obiettivi e sul suo impatto sull'Occidente in relazione alla destabilizzazione di uno Stato musulmano come il Pakistan.

Il contatto con Asia Times Online è cominciato il 6 ottobre con una telefonata dei militanti, che mi hanno invitato nella città di Mir Ali nel Nord Waziristan. Non è stata fornita nessuna motivazione. Il giorno successivo sono andato a Mir Ali, una città che nell'anno passato è stata pesantemente attaccata dai droni. Dopo più di sette ore di continui spostamenti sono stato ricevuto da un gruppo di uomini armati che mi hanno condotto nella casa di un membro di una tribù locale.

“Il comandante [Ilyas Kashmiri] è vivo. Come sa, il comandante prima d'ora non ha mai parlato con i media, ma dato che tutti sono certi della sua morte nell'attacco compiuto da un drone [a settembre], la shura [concilio] di al-Qaeda ha deciso di smentire questa notizia con un'intervista a un giornale indipendente, e la shura ha scelto lei”: così mi ha detto, non appena ho raggiunto il luogo sicuro, una persona che sapevo avere un ruolo cruciale nella famosa Brigata 313 di Ilyas. La Brigata, un insieme di gruppi jihadisti, aveva combattuto per molti anni contro l'India nel Kashmir amministrato da quest'ultima.

“Dovrà rimanere in questa stanza finché non la informeremo dei prossimi movimenti. Può udire il rumore dei droni che sorvolano questa zona, dunque non lascerà questa stanza. L'area è piena di taliban, ma anche di informatori che potrebbero denunciare la presenza di stranieri e dunque provocare un attacco,” ha detto l'uomo.

Il giorno dopo mi hanno trasferito in un'altra casa in una località sconosciuta, a circa tre ore di viaggio. Per tutto questo tempo sono stato scortato da uomini armati. Non avevo il permesso di parlare con loro, e loro non potevano comunicare con me. Questo è il mondo di al-Qaeda. Il 9 ottobre, di primo mattino, sono arrivati alcuni uomini armati a bordo di un'auto bianca.

“Lasci qui tutti i suoi dispositivi elettronici, prego. Niente cellulare, niente macchina fotografica, niente. Le forniremo carta e penna per scrivere l'intervista,” sono state le istruzioni. Dopo un viaggio molto scomodo durato varie ore, per strade fangose e attraverso passi di montagna, siamo entrati in una stanza dove avrebbe dovuto attenderci Ilyas.

Dopo un paio d'ore il silenzio è stato rotto dal rumore di un veicolo potente. La scorta e gli uomini che si trovavano già lì hanno rapidamente preso posizione. Indossavano tutti dei porta-cartucce ed erano armati di AK-47.

Ilyas ha fatto il suo ingresso. Figura imponente, più di un metro e ottanta di statura, indossava un turbante color crema e un qameez shalwar (completo tradizionale composto da camicia e calzoni) bianco, portava un AK-47 a tracolla, teneva in mano un bastone di legno ed era affiancato da uomini della sua celebre Brigata 313.

Ilyas adesso porta una lunga barba bianca tinta di henné rossastro. A 45 anni ha ancora una corporatura robusta, anche se reca le cicatrici della guerra: ha perso un occhio e un dito in battaglia. Quando mi ha stretto la mano, ho sentito la forza della sua presa.

Il padrone di casa ci ha subito servito il pranzo, e ci siamo seduti a mangiare sul pavimento.
“Dunque è sopravvissuto a un terzo attacco con i droni... perché la CIA le dà così tanto la caccia?” ho chiesto.

Era una domanda retorica. È uno dei comandanti di al-Qaeda di altissimo profilo; in Pakistan ha una taglia di 50 milioni di rupie (600.000 dollari) sulla testa. La sua posizione viene descritta in modo diverso a seconda dei vari organi di stampa e intelligence. Secondo alcuni è il comandante in capo delle operazioni globali di al-Qaeda, mentre per altri sarebbe il capo dell'ala militare dell'organizzazione.

Se oggi al-Qaeda si divide in tre sfere, Osama bin Laden è indubbiamente il simbolo del movimento e il suo vice Ayman al-Zawahiri definisce l'ideologia e la più ampia visione strategica di al-Qaeda. Ilyas, con la sua ineguagliata esperienza di guerrigliero, traduce la visione strategica in realtà, fornisce le risorse e fa sì che gli obiettivi siano conseguiti, ma sceglie di restare sullo sfondo e mantiene un profilo molto basso.

Le sue basi e attività sono sempre state segrete. Tuttavia, l'arresto di cinque dei suoi uomini in Pakistan all'inizio dell'anno e gli interrogatori cui sono stati sottoposti hanno contribuito a sollevare il velo di segretezza. Le informazioni da loro fornite hanno portato agli attacchi dei droni della CIA contro di lui, il primo a maggio, il secondo il 7 settembre, quando è stato dichiarato morto dai servizi pakistani, e il terzo il 14 settembre, dopo il quale anche la CIA l'ha dichiarato morto parlando di un grande successo della “guerra al terrore”.

“Fanno bene a darmi la caccia. Conoscono bene il loro nemico. Sanno di cosa sono capace,” ha replicato fiero Ilyas.

Nato il 10 febbraio 1964 a Bimbur (già Mirpur) nella Valle di Samhani nel Kashmir amministrato dal Pakistan, Ilyas frequentò il primo anno di un corso di laurea in comunicazioni di massa alla Allama Iqbal Open University di Islamabad. Non proseguì gli studi a causa del pesante coinvolgimento nelle attività del jihad.

Il Movimento per la liberazione del Kashmir fu la sua prima esperienza nella militanza; fu poi la volta del Jihad-i-Islami (HUJI) e infine della leggendaria Brigata 313. Quest'ultima è diventata il gruppo più potente dell'Asia meridionale e dispone di una rete compatta in Afghanistan, Pakistan, Kashmir, India, Nepal e Bangladesh. Secondo alcuni dispacci della CIA, elementi della Brigata 313 si trovano ora in Europa e sono capaci del genere di attacco che ha visto una manciata di militanti terrorizzare Mumbai lo scorso novembre.

Poco si sa della vita di Ilyas, e quello che si racconta è spesso contraddittorio. Tuttavia viene invariabilmente descritto, di certo dagli organi di intelligence mondiali, come il capo guerriglia più efficace e pericoloso del mondo.

Ha lasciato la regione del Kashmir nel 2005 dopo essere stato scarcerato per la seconda volta dai servizi segreti pakistani, l'ISI, e si è diretto nel Nord Waziristan. In precedenza era stato arrestato dagli indiani, ma era riuscito a evadere. Poi era finito nelle mani dell'ISI, che lo sospettava di essere la mente di un attentato contro l'allora presidente Pervez Musharraf, nel 2003, ed era poi stato scagionato e scarcerato. L'ISI ha arrestato nuovamente Ilyas nel 2005 quando si è rifiutato di porre fine alle operazioni in Kashmir.

Il suo riposizionamento nelle turbolente aree di confine ha fatto rabbrividire Washington, dove ci si è resi conto che con la sua enorme esperienza era in grado di trasformare rozzi schemi di battaglia in Afghanistan in audaci tattiche di guerriglia moderna.

I trascorsi di Ilyas erano eloquenti. Nel 1994 lanciò l'operazione al-Hadid nella capitale indiana, Nuova Delhi, per ottenere il rilascio di alcuni compagni jihadisti. Il suo gruppo di 25 persone comprendeva lo sceicco Omar Saeed (il sequestratore del giornalista statunitense Daniel Pearl a Karachi nel 2002), suo vice. Il gruppo rapì diversi stranieri, compresi turisti americani, israeliani e britannici, e li portò a Ghaziabad, nelle vicinanze di Delhi. I sequestratori chiesero la scarcerazione dei loro colleghi, ma le forze indiane attaccarono il loro nascondiglio. Il sceicco Omar rimase ferito e fu arrestato. (Fu in seguito scarcerato grazie allo scambio con i passeggeri di un areo indiano dirottato.) Ilyas sfuggì all'attacco incolume.

Il 25 febbraio del 2000 un commando dell'esercito indiano attraversò la linea di controllo (LoC) che separa i due Kashmir e uccise 14 civili nel villaggio di Lonjot, nel Kashmir ad amministrazione pakistana. Il commando fece ritorno nel Kashmir ad amministrazione indiana dopo aver rapito delle ragazze pakistane, e gettò ai soldati pakistani le teste mozzate di tre di esse.

Il giorno dopo Ilyas condusse un'operazione di guerriglia contro l'esercito indiano a Nakyal, nel settore controllato dal Pakistan, dopo aver attraversato la LoC con 25 guerriglieri della Brigata 313. Rapirono un ufficiale dell'esercito indiano che fu poi decapitato: la sua testa fu esibita nei bazar di Kotli, in territorio pakistano.

Ma l'operazione più significativa di Ilyas fu condotta contro una base militare nel Kashmir controllato dall'India, in seguito al massacro di musulmani nella città indiana di Gujarat nel 2002. Con un'accurata pianificazione, gli uomini della Brigata 313 si divisero in due gruppi e misero in atto un primo attentato per attirare in una trappola generali e altri alti ufficiali indiani. Due generali rimasero feriti (l'esercito pakistano non è riuscito a ferire un solo generale indiano in tre guerre) e morirono diversi generali di brigata e colonnelli. Fu uno dei colpi più duri inflitti all'India nella lunga storia dell'insurrezione del Kashmir.

Nonostante quello che affermano alcune fonti, Ilyas non ha mai fatto parte delle forze speciali del Pakistan, neanche dell'esercito. Quasi 30 anni fa, quando si unì al jihad afghano contro i sovietici dalla piattaforma dell'HUJI, fece esperienza nella guerriglia e nell'uso di esplosivi.

Soli pochi mesi dopo essere giunto nel teatro di guerra afghano, nel 2005, Kashmiri riconfigurò le forze insorgenti guidate dai taliban basandosi sulla strategia di strangolamento messa in atto dal leggendario generale vietnamita Vo Nguyen Giap. I taliban dovevano concentrarsi sulla necessità di tagliare tutte le linee di rifornimento della NATO in Afghanistan e di condurre operazioni speciali simili all'attentato di Mumbai in India.

Negli anni Ilyas ha voluto mantenere un profilo basso nella gerarchia dei militanti. Le sue operazioni sono invece di alto profilo, benché non diffonda mai dichiarazioni o rivendichi gli attentati.

Si ritiene che la sua Brigata 313 sia il principale catalizzatore di operazioni d'alto profilo come quella di Mumbai e altre azioni in Afghanistan, nonché delle operazioni di al-Qaeda in Somalia e in una certa misura in Iraq.

“Crede che l'imminente operazione in Sud Waziristan sarà la 'madre di tutte le operazioni' nella regione, come sostengono alcuni analisti?” ho chiesto quando abbiamo finito di pranzare e mi sono ritrovato da solo con Ilyas e il suo uomo più fidato.

“Non sono capace di giocare con le parole in un'intervista,” ha risposto Ilyas. “Sono sempre stato un comandante e conosco il linguaggio dei campi di battaglia. Cercherò di rispondere alle sue domande nel linguaggio che mi è familiare. (Ilyas parla prevalentemente in urdu, mescolato con parole punjabi.)

"Saleem! Richiamerò la sua attenzione sugli aspetti fondamentali dell'attuale teatro di guerra e me ne servirò per spiegare la strategia delle prossime battaglie. Coloro che hanno pianificato questa battaglia miravano in realtà ad attirare il più grande Satana del mondo [gli Stati Uniti] e i suoi alleati in questa trappola e pantano [l'Afghanistan]. L'Afghanistan è un luogo unico al mondo, nel quale il cacciatore può scegliere tra tutti i tipi di trappole.

“Possono essere i deserti, i fiumi, le montagne e anche i centri urbani. Così ha pensato chi ha pianificato questa guerra, era stufo degli intrighi globali del grande Satana e mirava a sconfiggerlo per trasformare questo mondo in un luogo di pace e giustizia. Tuttavia il grande Satana era pieno d'arroganza e senso di superiorità e pensava che gli afghani fossero delle statue indifese che si sarebbero lasciate colpire dalle sue macchine da guerra da tutte le direzioni, e che non avrebbero avuto la forza o la capacità di reagire.

“Questa era l'illusione con la quale una grande alleanza di potenze mondiali venne in Afghanistan, ma a causa delle loro aspettative mal riposte queste potenze rimasero gradualmente intrappolate in Afghanistan. Oggi la NATO non ha alcun significato o rilevanza. Hanno perso la guerra in Afghanistan. Ora, una volta compresa la loro sconfitta, hanno posato l'accento sul fatto che tutta questa battaglia si combatte dall'esterno, cioè dai due Waziristan. Per me, questa tesi militare è un miraggio che ha creato una situazione complessa nella regione e ha prodotto reazioni e controreazioni. Non vorrei entrare nei dettagli, ritengo che sia stato solo un diversivo. Da comandante militare penso che in realtà la trappola dell'Afghanistan abbia successo e che i principali obiettivi militari sul terreno siano stati raggiunti,” ha detto Ilyas.

Ho replicato che il riposizionamento della Brigata 313 dal Kashmir era di per sé una dimostrazione del fatto che in Afghanistan erano coinvolte forze straniere.
“Tutta la base del suo ragionamento è sbagliata, a proposito del fatto che questa guerra viene combattuta dall'esterno. È una valutazione sganciata dal contesto dell'intera situazione. Se parliamo di me e della Brigata 313, io ho deciso di unirmi alla resistenza afghana come individuo e avevo le mie buone ragioni. Tutti sanno che solo dieci anni fa combattevo una guerra di liberazione per la mia terra natale, il Kashmir.

“Tuttavia ho capito che decenni di lotte politiche e armate non avevano contribuito a risolvere la questione. Però il problema di Timor Est è stato risolto senza perderci troppo tempo. Perché? Perché tutto il gioco stava nelle mani del grande Satana, gli Stati Uniti. Organismi come le Nazioni Unite e paesi come l'India e Israele erano una semplice estensione delle sue risorse; ecco perché non si è riusciti a risolvere la questione palestinese, quella del Kashmir e il problema dell'Afghanistan.

“Così io e molte persone sparse in tutto il mondo abbiamo capito che analizzare la situazione in una prospettiva politica regionale ristretta costituiva un approccio scorretto. Questo è un gioco completamente diverso e impone una strategia unica. La sconfitta dell'egemonia americana globale è indispensabile se voglio la liberazione del mio Kashmir, ed è questo che ha motivato la mia presenza in questo teatro di guerra.

Ha continuato Ilyas: “Quando sono giunto qui ho capito che la mia decisione era giustificata; ho compreso come le potenze mondiali operino sotto l'ombrello del grande Satana e appoggino i suoi ambiziosi piani. Qui in Afghanistan lo si può vedere.” Ha aggiunto che la strategia di guerra regionale di al-Qaeda, in base alla quale sono stati colpiti obiettivi indiani, è di fatto abbattere la potenza americana.

“Il RAW [Research and Analysis Wing, il dipartimento indiano di ricerca e analisi] ha centri di comando distaccati nelle province afghane di Kunar, Jalalabad, Khost, Argun, Helmand e Kandahar. Le attività di copertura sono costituite da compagnie che si occupano della costruzione di strade. Per esempio, il contratto per la costruzione della strada da Khost all'area tribale Tanai è in mano a un appaltatore che è attualmente un colonnello dell'esercito indiano. A Gardez la copertura è fornita dalle compagnie di telecomunicazioni. I loro uomini operano per lo più con nomi musulmani, ma di fatto i dipendenti sono hindu”.

“Dunque il mondo dovrebbe aspettarsi altri attentati come quello di Mumbai?” ho domandato.

“Non è niente se paragonato a quello che è già stato pianificato per il futuro,” ha risposto Ilyas.

“Anche contro Israele e gli Stati Uniti?” ho chiesto.

“Saleem, non sono un esponente religioso tradizionale del jihad che si occupa di slogan. Da comandante militare direi che ogni obiettivo ha un suo momento e una sua ragione specifici, e le risposte arriveranno di conseguenza,” ha detto Ilyas.

Mentre trascrivevo le risposte di Kashmiri, pensavo come anni prima fosse stato il beniamino delle forze armate pakistane, il loro orgoglio. Le più alte cariche militari erano fiere di incontrarlo nella sua base nel Kashmir, trascorrevano del tempo con lui e ascoltavano i racconti leggendari dei suoi giochi di guerra. Oggi avevo davanti una persona diversa: un uomo condannato come terrorista dal sistema militare pakistano, che lo vuole morto a tutti i costi.

“Cosa l'ha spinta a unirsi ad al-Qaeda?” ho domandato.

“Eravamo vittime dello stesso tiranno. Oggi tutto il mondo musulmano è stufo degli americani, ed è per questo che è d'accordo con lo sceicco Osama. Se a tutti i musulmani venisse chiesto di eleggere il loro capo, la loro scelta cadrebbe sul [leader taliban] Mullah Omar o sullo sceicco Osama,” ha risposto Ilyas.

“Se è così, perché una sezione di militanti vuole la guerra con Stati musulmani come il Pakistan? Ritiene che sia corretto?”

“La nostra battaglia non può essere contro i musulmani e i credenti. Come ho già detto in precedenza, attualmente il mondo musulmano è caratterizzato da una complessità causata dai giochi di potere americani che hanno prodotto reazioni e controreazioni. Ma questo è un problema completamente diverso e potrebbe distogliermi dal vero argomento della nostra discussione. Il vero gioco è la lotta contro il grande Satana e i suoi seguaci,” ha detto Ilyas.

“Cosa l'ha trasformata da amico amatissimo al nemico più inviso agli occhi dell'establishment militare pakistano?” ho chiesto.

“Il Pakistan è il mio amato paese e le persone che ci vivono sono i nostri fratelli, le nostre sorelle e i nostri congiunti. Non posso neanche pensare di andare contro i loro interessi. L'esercito pakistano non è mai stato contro di me: si tratta di elementi che mi hanno etichettato come nemico per mascherare le loro debolezze e per compiacere e acquietare i loro padroni,” ha detto Ilyas.

“Cos'è la Brigata 313?” ho chiesto.

“Non posso dirle nulla, se non che la guerra è tutta tattica e questo è la Brigata 313: leggere la mente del nemico e reagire di conseguenza. Il mondo pensava che il Profeta Maometto avesse lasciato solo donne dietro di sé. Si sono dimenticati che c'erano anche degli uomini veri che non avevano mai assaggiato la sconfitta. Il mondo conosce solo i cosiddetti musulmani che seguono la direzione del vento e sono privi di volontà, che non pensano con le loro teste né possiedono una loro dimensione. Il mondo deve ancora vederli, i veri musulmani. Finora ha visto solo Osama e il Mullah Omar, mentre ce ne sono altre migliaia. I lupi rispettano solo la zampata del leone; i leoni non colpiscono con la logica delle pecore,” ha detto Ilyas.

Il calare delle ombre della sera ha posto fine alla conversazione. Il giorno dopo sarebbe stato imposto un coprifuoco nel Nord Waziristan in vista della grande operazione militare nella regione, e dovevo lasciare l'area. Anche Ilyas doveva spostarsi verso un'altra destinazione, come fa regolarmente per sfuggire agli occhi dei droni Predator.

martedì 13 ottobre 2009

Il Pakistan intima all'India di farsi da parte



M.K. BHADRAKUMAR, Asia Times, 10/10/2009. Tradotto da Manuela Vittorelli, Tlaxcala


L'ambasciata indiana a Kabul ha subito il secondo attacco terroristico in 15 mesi. Nello scoppio di giovedì, quando un'auto carica di esplosivi è stata lanciata contro il muro dell'ambasciata, hanno perso la vita 17 persone.
L'ambasciata indiana non è distante dal palazzo presidenziale e, ironicamente, si trova sull'altro lato della strada rispetto al ministero degli interni afghano. Inutile dire che i taliban, che hanno rivendicato l'azione, hanno dimostrato di essere capaci di colpire ovunque e in qualsiasi momento, messaggio che è già arrivato a destinazione.

Tuttavia, visto che il bersaglio è l'ambasciata indiana, deve esserci anche un messaggio politico. A Delhi si è inclini a sospettare lo zampino dell'ISI, i servizi segreti Pakistani. Gli organi di sicurezza hanno i loro codici segreti per comunicare i segnali, e l'attentato di giovedì sembra trasmettere un segnale complicato che va decifrato. Presumibilmente il messaggio è che l'India deve farsi da parte e rinunciare a espandere la propria presenza in Afghanistan.

Il Pakistan non ha nascosto il suo profondo scontento per il fatto che l'India mantiene ancora dei consolati in due città-chiave vicine alle regioni che confinano con il Pakistan – Jalalabad e Kandahar. Sospetta che l'India usi questi avamposti per attività di spionaggio elettronico volte a insidiare la stabilità del Pakistan e mettere in qualche modo le mani sugli asset nucleari pakistani.

Mentre si trovava in visita negli Stati Uniti, lunedì scorso, il Ministro degli Esteri pakistano Shah Mahmood Qureshi ha lanciato un monito dichiarando che gli indiani “devono giustificare i loro interessi” a Kabul. Ha detto al Los Angeles Times che il “livello di coinvolgimento [dell'India a Kabul] dev'essere proporzionale [al fatto che] non confinano con l'Afghanistan, mentre noi sì... Se non c'è un'imponente ricostruzione [in Afghanistan], se a Delhi la gente non si mette in coda per ottenere il visto per andare a Kabul, perché c'è una presenza [indiana] così massiccia in Afghanistan? A volte questo ci preoccupa.”

Di fatto, il comandante delle truppe statunitensi in Afghanistan, il Generale Stanley McChrystal, nel suo rapporto consegnato lo scorso mese al Presidente Obama sottolineava che l'India con le sue attività in Afghanistan sta “esacerbando le tensioni regionali”. Prevedeva anche che il Pakisan avrebbe preso delle “contromisure”.

Collusione USA-India?
Per appianare la questione, le autorità indiane hanno inutilmente sottolineato il “potere morbido” del Paese in Afghanistan. Certo, l'India è un importante Stato donatore, essendosi impegnata a spendere 1,2 miliardi di dollari in assistenza in Afghanistan. I programmi di aiuto di Delhi spaziano dalla sfera dell'istruzione a quella della salute, dalle telecomunicazioni alla costruzione di strade e ad altri settori, e ha fatto molto per dare impulso al prestigio e all'influenza indiani a Kabul.

Il Pakistan vede l'iperattivo programma di aiuti indiano in un'ottica a somma zero, e cioè come essenzialmente mirato a insidiare la sua influenza. L'India non migliora le cose. La posizione di Delhi è che l'India ha storici e profondi legami di amicizia con il popolo afghano, e in ogni caso chi sono questi pakistani per dire all'India quello che deve o non deve fare?

L'India si rifiuta categoricamente di riconoscere che il Pakistan possa avere “interessi speciali” in Afghanistan simili o affini a quelli che l'India dice di avere nel Nepal o nello Sri Lanka. Anzi, i commentatori indiani ribadiscono che Delhi ha il diritto e il dovere di farsi valere in Afghanistan, considerando la posta in gioco nella lotta al terrorismo e il “fardello” dell'India in quanto potenza regionale. L'argomentazione è ineccepibile benché la tracotanza sia offensiva.

Nella guerra afghana si sta avvicinando un punto di svolta. Tutti gli sguardi sono puntati sulla nuova strategia di Obama. Il dibattito si concentra sul livello di truppe, ma trascura l'enorme tensione che è è andata creandosi in Pakistan nelle ultime settimane. L'esercito pakistano sembra paventare che Washington possa intensificare gli attacchi dei drone contro la dirigenza taliban.

La campagna di assassinii di Washington è stata premiata negli ultimi tempi da uno straordinario successo. Si stanno eliminando terroristi di alto profilo. La campagna è stata estesa dalle aree tribali alla Provincia della Frontiera di Nord-Ovest. L'ambasciatore americano a Islamabad ha recentemente accennato al fatto che i drone potrebbero presto colpire la shura (il concilio) dei taliban guidato dal Mullah Omar, che si ritiene possa nascondersi nel Belucistan.

Sembra che gli americani abbiano sviluppato risorse di intelligence che consentono loro di intensificare gli attacchi dei drone. Se vi è una collusione tra la CIA e gli organi di sicurezza pakistani, gli Stati Uniti condividono informazioni anche con altri paesi, India compresa.

Di certo, nel futuro prossimo la dirigenza taliban potrebbe finire nel mirino dei drone. Se succederà, il cosiddetto “asset strategico” del Pakistan nell'Hindu Kush verrà distrutto e la capacità di Islamabad di proiettare potere in Afghanistan ne risulterà drasticamente ridotta.

Su questo sfondo, l'ISI diffida fortemente di qualsiasi penetrazione dei servizi indiani nelle regioni meridionali e sudorientali dell'Afghanistan. Basta dare un'occhiata ai media pakistani, un giorno qualsiasi, per cogliere il paranoico sospetto che gli Stati Uniti stiano segretamente collaborando con l'India. Si sospetta che gli Stati Uniti stiano inutilmente rafforzando la loro presenza fisica in Pakistan. I comandanti dei corpi riunitisi mercoledì al Quartier Generale dell'esercito a Rawalpindi hanno preso l'insolita iniziativa di esprimere le “preoccupazioni” riguardo le implicazioni per la “sicurezza nazionale” delle clausole contenute nella legge Kerry-Lugar, recentemente approvata dal Congresso degli Stati Uniti, che triplica l'entità degli aiuti non-militari al Pakistan portandoli a 1,5 miliardi di dollari l'anno.

I “signori della guerra” a caccia dei taliban...
Aspetto interessante, i commentatori pakistani legati all'ambiente militare pakistano hanno concluso che nella legge Kerry-Lugar c'è lo zampino dell'India.

Attualmente, quello che preoccupa davvero l'esercito pakistano è che, nonostante abbia affermato il contrario, Washington possa alla fine accettare la nuova configurazione di alleanze che sta prendendo forma a Kabul sotto il Presidente Hamid Karzai e che comprende influenti “signori della guerra” dell'Alleanza del Nord, i quali avevano collaborato strettamente con l'India nella seconda metà degli anni Novanta fino al rovesciamento del regime dei taliban da parte degli Stati Uniti nel 2001.

Si può presumere che questi “signori della guerra” possano svolgere un ruolo molto utile per gli Stati Uniti nella stabilizzazione dell'Afghanistan e nell'“afghanizzazione” della guerra in tempi brevi, alleviando significativamente le pressioni sulle truppe della NATO. Di fatto, potrebbe trattarsi di una variante afghana del “Risveglio” sunnita che gli Stati Uniti hanno attuato con considerevole successo in un breve lasso di tempo in Iraq. Obama è infatti alla ricerca di un modo per ristabilire rapidamente la sicurezza in Afghanistan e sta lavorando entro margini di tempo ristrettissimi.

L'esercito pakistano è preoccupato che gli Stati Uniti possano avvicinarsi ai “signori della guerra” dell'Alleanza del Nord. Inutile dire che l'influenza dell'India in Afghanistan farà un balzo da gigante se i “signori della guerra” verranno risuscitati dagli Stati Uniti e incaricati della sicurezza afghana per combattere i tenaci taliban. Da nemici di vecchia data dei taliban, i “signori della guerra” sono fautori della linea dura contro gli insorti. Come ha dichiarato al New York Times Mohammed Fahim, che probabilmente sarà vice-presidente nel nuovo governo di Karzai, “Ritengo che il tempo per la pace verrà quando noi saremo forti e i taliban deboli. Questo non è un buon momento perché l'Afghanistan faccia la pace.”

Fahim ha detto che le forze del governo e della coalizione dovrebbero colpire le basi dei taliban nel Pakistan e nell'Afghanistan meridionale. “Le tattiche di combattimento dovrebbero essere studiate molto attentamente; dovrebbe esserci una nuova strategia,” ha aggiunto Fahim. Non è contrario al permanere delle truppe straniere in Afghanistan, essendo esse ormai una “realtà”.

In breve, se ai “signori della guerra” viene affidato il comando delle operazioni anti-taliban, l'ISI rischia di subire l'estrema umiliazione di assistere passivamente mentre i “signori della guerra” distruggono sistematicamente la dirigenza taliban – come può fare efficacemente qualsiasi milizia locale afghana – e li riducono a una marmaglia inutile o, ancora peggio, costringono gli elementi superstiti a cercare riparo oltreconfine presso i loro protettori in Pakistan.

con l'aiuto indiano?
L'India, naturalmente, può far molto per aiutare gli Stati Uniti e la NATO in un simile scenario addestrando le milizie comandate dai “signori della guerra” e fornendo loro le armi. Insomma, pur senza uno spiegamento di truppe in Afghanistan, Delhi può svolgere un ruolo decisivo nella repressione degli insorti taliban, e questo rende l'ambiente militare pakistano estremamente preoccupato per la situazione politica che si sta delineando sullo scacchiere afghano.

Non stupisce che l'esercito pakistano stia cercando nervosamente di individuare segnali di un cambiamento di rotta a Washington nel senso di un coinvolgimento dei “signori della guerra” dell'Alleanza del Nord nella lotta contro i taliban. Quella degli Stati Uniti è una decisione difficile. A Washington le opinioni sono contrastanti. La percezione complessiva delle realtà afghane da parte degli occidentali fa sì che i “signori della guerra” appaiano come un'entità troppo sgradevole anche solo per collaborarvi nell'attuale disperata situazione. L'Occidente ha un grave blocco mentale da superare, nella comprensione delle realtà afghane. Il Pakistan conta su questo.

In secondo luogo, il Pakistan si aspetta che l'amministrazione Obama sia sensibile alle sue preoccupazioni riguardo a una presenza indiana in Afghanistan. E Washington deve davvero camminare sul filo senza infastidire l'esercito pakistano pur attingendo a qualsiasi tipo di aiuto l'India sia in grado di dare. La NATO ha appena invitato Mosca a collaborare all'“afghanizzazione” del conflitto malgrado i trascorsi dell'intervento sovietico in Afghanistan. L'India, al contrario, in Afghanistan sarebbe considerata una potenza benevola e amica. Tuttavia Washington deve fare una scelta che le permetta di ricevere in modo ottimale l'aiuto dell'esercito pakistano, che ha importanza cruciale, piuttosto che trattare sottobanco con l'India.

Tutto sommato, tenendo conto della concreta probabilità che nei prossimi cinque anni Kabul sia governata da un'amministrazione amica guidata da Karzai, la sensazione prevalente a Delhi è che l'India debba adottare nei confronti del terrorismo una “forward policy”, cioè una strategia militare in avanti [L'Autore fa riferimento alla strategia adottata da Nehru all'epoca del conflitto sino-cinese per impedire ulteriori avanzate cinesi, N.d.T.], piuttosto che lasciarsi dissanguare periodicamente da terroristi con base in Pakistan.

Settori influenti dell'opinione pubblica indiana chiedono a gran voce un intervento dell'India in Afghanistan senza attendere i convenevoli e una formale lettera di invito degli americani. Il fatto è che si è tremendamente esasperati dal fatto che il Pakistan non ha né agito in alcun modo contro i responsabili degli attentati di Mumbai né smantellato l'infrastruttura terroristica sul suolo Pakistano. Neanche l'alibi di Islamabad secondo cui i responsabili sarebbero “attori non statali” riesce a convinere Delhi.

È interessante che, nonostante tutto questo manovrare che è destinato a raggiungere il culmine nelle prossime settimane, Delhi abbia appena ospitato una conferenza internazionale sul tema “Pace e stabilità in Afghanistan”, alla quale ha partecipato tra gli altri il Tenente Generale David W. Barno, che dirige la National Defense University di Washington.

Barno, esperto di controinsurrezione, ha trascorso 19 mesi in Afghanistan a partire dall'ottobre del 2003 come comandante delle forze statunitensi e della coalizione. Si dà al caso che i “signori della guerra” dell'Alleanza del Nord ricordino nostalgicamente quei mesi come il loro periodo di splendore nella struttura di potere di Kabul.

La conferenza di due giorni a Delhi, alla quale hanno partecipato alti rappresentanti del Ministero degli Esteri e dell'Ufficio del Primo Ministro, si è conclusa mercoledì. I taliban hanno colpito l'ambasciata indiana a Kabul giovedì. Forse è solo una coincidenza, forse no. Nel mondo di George Smiley, il grande spymaster di John Le Carré, non si sa mai.