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lunedì 28 dicembre 2009

Solo tra i fantasmi: 2666 di Roberto Bolaño

di Marcela VALDES. Tradotto da Manuela Vittorelli, Tlaxcala


Originale: Alone Among the Ghosts: Roberto Bolano's '2666


traduzione di  Ilide Carmignani
2009 , pp.  963
€ 22,00


La parte dell'autore
Poco prima di morire per insufficienza epatica nel luglio del 2003, Roberto Bolaño disse che avrebbe preferito il mestiere del detective a quello dello scrittore. Aveva 50 anni, ed era già ampiamente considerato il più importante romanziere latinoamericano dopo Gabriel García Márquez. Ma nell'intervista pubblicata dall'edizione messicana di “Playboy” Bolaño fu esplicito. “Mi sarebbe piaciuto essere un investigatore della omicidi, molto più che uno scrittore” disse alla rivista. “Di questo sono assolutamente sicuro. Una serie di omicidi. Qualcuno che possa tornare, nottetempo, sulla scena del delitto, e non avere paura dei fantasmi.”
I polizieschi e le uscite provocatorie erano due passioni di Bolaño – una volta definì James Ellroy uno dei migliori scrittori viventi in lingua inglese – ma il suo interesse per le storie di piedipiatti non si limitava esclusivamente alla trama e allo stile. I racconti polizieschi sono essenzialmente indagini sui moventi e i meccanismi della violenza, e Bolaño – che era andato a vivere in Messico nel 1968, l'anno del massacro di Tlatelolco, ed era finito in carcere durante il golpe militare del 1973 nel suo paese, il Cile – era ossessionato anche da questo. Il grande tema della sua opera è il rapporto tra arte e infamia, mestiere e crimine, scrittore e Stato totalitario.
Di fatto, tutti i suoi romanzi della maturità esaminano la reazione degli scrittori ai regimi repressivi. Stella distante (1996) si misura con gli squadroni della morte e i desaparecidos in Cile creando la figura di un poeta trasformatosi in serial killer. I detective selvaggi (1998) esalta una banda di giovani poeti che tenzonano contro gli scrittori finanziati dallo Stato durante gli anni delle guerre sporche del Messico. Amuleto (1999) ruota attorno a una poetessa di mezza età che sopravvive all'irruzione delle forze governative nell'Università Autonoma del Messico nascondendosi nei bagni. Notturno cileno (2000) ritrae un salotto letterario in cui gli scrittori fanno festa mentre nella stessa casa vengono torturati i dissidenti. E 2666, l'ultimo romanzo postumo di Bolaño, si ispira anch'esso a un fatto di cronaca agghiacciante: l'uccisione, a partire dal 1993, di più di 430 donne e ragazze nello Stato messicano di Chihuahua, precisamente a Ciudad Juárez.
Spesso le vittime scompaiono mentre vanno a scuola o tornano a casa dal lavoro o quando escono per andare a ballare con le amiche. Giorni o mesi dopo rispuntano i loro corpi – gettati in una fossa, nel deserto o in una discarica cittadina. Le maggioranza delle vittime è morta per strangolamento; alcune sono state accoltellate o carbonizzate o uccise con armi da fuoco. Un terzo mostra segni di stupro. Alcune recano segni di tortura. Le più anziane sono trentenni; le più giovani sono bambine delle elementari. A gennaio di quest'anno sono state uccise almeno quattro donne e ragazze. A partire dal 2002 questi omicidi hanno ispirato un film hollywoodiano (Bordertown, con Jennifer Lopez), diversi libri di saggistica, una serie di documentari e moltissime manifestazioni in Messico e all'estero. Secondo Amnesty International, più della metà dei cosiddetti “femminicidi” non ha portato a una condanna.
Bolaño era stato affascinato da questi casi irrisolti molto prima che gli omicidi diventassero una cause célèbre. Nel 1995 scrisse dalla Spagna una lettera a una vecchia amica di Città del Messico, l'artista visiva Carla Rippey (la bella Catalina O'Hara dei Detective selvaggi), alludendo al fatto che da anni lavorava a un romanzo intitolato “I dolori di un vero poliziotto”. Benché avesse altri manoscritti da sottoporre agli editori, questo libro, scrisse Bolaño, “è IL MIO ROMANZO”. Ambientato nel Nord del Messico, in una città chiamata Santa Teresa, il romanzo ruotava attorno a un professore di letteratura con una figlia quattordicenne. Il manoscritto aveva già superato le “ottocentomila pagine”, si vantava; era “un groviglio delirante che sicuramente non verrà capito da nessuno”.
<i>The Gardens of Ciudad Juárez</i>, 2006 Carla Rippey  
Carla Rippey
I giardini di Ciudad Juárez, 2006


Certo così pareva allora. Quando spedì questa lettera Bolaño aveva 43 anni, ed era più che mai vicino al fallimento. Pur avendo pubblicato due libri di poesia, scritto un romanzo a quattro mani e passato cinque anni a partecipare con i suoi racconti ai concorsi letterari spagnoli, era così al verde da non potersi neanche permettere una linea telefonica e la sua opera era praticamente sconosciuta. Tre anni prima si era separato dalla moglie; più o meno in quel periodo gli era stata diagnosticata la malattia epatica che lo avrebbe ucciso otto anni dopo. Benché Bolaño vincesse molti dei concorsi ai quali partecipava, i suoi romanzi venivano regolarmente respinti dagli editori. Ma alla fine del 1995 ebbe inizio la sua straordinaria ascesa.
Il punto di svolta fu un incontro con Jorge Herralde, fondatore e direttore di Editorial Anagrama. Herralde non riuscì ad accaparrarsi la Letteratura nazista in America – i cui diritti erano già stati acquistati da Seix Barral – ma invitò Bolaño a fargli visita a Barcellona. Lì Bolaño gli parlò dei suoi problemi finanziari e della disperazione per le molte lettere di rifiuto ricevute. “Gli dissi che [...] mi sarebbe piaciuto molto leggere i suoi altri manoscritti, e subito dopo mi portò Stella distante (scoprii in seguito che era stato anch'esso respinto da altre case editrici, compresa Seix Barral)” ricorda l'editore in un saggio. Herralde trovò il libro straordinario. Da allora pubblicò tutte le opere narrative di Bolaño: nove libri in sette anni.
A quei tempi, mentre i suoi romanzi conquistavano un numero sempre maggiore di lettori, Bolaño faticava sul suo groviglio delirante. Era un lavoro di scrittura, certo, ma anche di indagine. Ambientando il suo romanzo a Santa Teresa, una città immaginaria nel Sonora, invece che nella vera Ciudad Juárez, Bolaño poté sfumare la linea di confine tra ciò che sapeva e ciò che inventava. Ma lo preoccupava profondamente riuscire a comprendere le circostanze in cui si trovavano Juárez e i suoi abitanti. Bolaño conosceva già l'arido e desolato paesaggio della regione – aveva viaggiato nel Nord del Messico durante gli anni Settanta – ma i femminicidi erano cominciati solo sedici anni dopo la sua partenza per l'Europa, e non aveva mai visitato Juárez. Poiché non conosceva nessuno in quella città, si limitava a ciò che riusciva a trovare sui giornali e in rete. Grazie a queste fonti dovette capire che Juárez era diventata il luogo perfetto in cui commettere un crimine.
Già abbeveratoio degli americani durante il Proibizionismo, Juárez prosperò rapidamente negli anni Novanta, dopo l'entrata in vigore del NAFTA. Spuntarono centinaia di impianti di assemblaggio, che attirarono centinaia di migliaia di poveri provenienti da tutto il Messico e disposti ad accettare lavori pagati talvolta solo 50 centesimi l'ora. Le stesse caratteristiche che avevano reso Juárez appetibile agli occhi degli industriali del NAFTA – buone vie di comunicazione, vicinanza di un esteso mercato dei beni, abbondanza di manodopera non organizzata – la resero un crocevia ideale del narcotraffico. Nel 1996 per la città passavano 42 milioni di persone e 17 milioni di veicoli all'anno, rendendola uno dei più trafficati punti di transito della frontiera tra Stati Uniti e Messico e luogo ideale per gli sconfinamenti illegali. La città si trasformò in un crocevia di commerci lucrosi e illeciti; in quel momento cominciarono a spuntare i cadaveri di ragazze appartenenti a famiglie povere e operaie.
Juárez e la sua controparte immaginaria non avevano molto in comune con i centri culturali in cui Bolaño aveva ambientato la maggior parte dei suoi romanzi: perfino Stella distante si svolge nella maggiore città universitaria del Cile meridionale. Tra le baraccopoli di Santa Teresa non ci sono laboratori di scrittura né bande di poeti ribelli. Come tutta la narrativa di Bolaño, anche 2666 è pieno di scrittori, artisti e intellettuali, ma questi personaggi vengono tutti da altri luoghi: dall'Europa, il Sud America, gli Stati Uniti e Città del Messico. Intrappolata nei calanchi del Messico settentrionale, la stessa regione in cui Cormac McCarthy fa scatenare la sua banda di allegri assassini in Meridiano di sangue, Santa Teresa è un luogo letteralmente e culturalmente arido.
Il legame tra questo deserto industriale e le ambientazioni dei precedenti romanzi di Bolaño spicca, come una lettera scarlatta, sulla copertina del libro. La diabolica data 2666 – che non appare mai nelle pagine di 2666 – ci porta a scavare in Amuleto, dove spunta negli incubi lucidi di una donna chiamata Auxilio Lacouture. Auxilio è assediata da visioni infernali fin dalle prime pagine del romanzo, quando getta uno sguardo in un vaso di fiori e vede “tutto quello che la gente ha perduto, tutto quello che genera dolore e che è meglio dimenticare”.
In seguito, mentre cammina per le strade di Città del Messico, ha un'altra brutta allucinazione. È notte fonda. Le strade sono vuote e ventose. A quell'ora, dice Auxilio, l'avenida Reforma “si trasforma in un tubo trasparente, in un polmone di forma cuneiforme nel quale passano le esalazioni immaginarie della città” e l'avenida Guerrero “somiglia sopra ogni altra cosa a un cimitero […] un cimitero del 2666, un cimitero dimenticato sotto una palpebra morta o mai nata, le acquosità prive di passione di un occhio che volendo dimenticare qualcosa ha finito per dimenticare tutto”.
2666, come tutta l'opera di Bolaño, è un cimitero. Nel 1998, nel suo discorso di accettazione del Premio Rómulo Gallego, Bolaño rivelò che tutto ciò che aveva scritto era in un certo senso “una lettera d'amore o d'addio” ai giovani che erano morti nelle guerre sporche dell'America Latina. I suoi romanzi precedenti commemoravano i morti degli anni Sessanta e Settanta. Le sue ambizioni per 2666 erano più grandi: scrivere un referto d'autopsia per i morti del passato, del presente e del futuro.


giovedì 17 dicembre 2009

Attualità di Sandokan


di Alfonso SASTRE, 19/11/2009. Tradotto da Massimo Marini, Tlaxcala
Originale da: Actualidad de Sandokan


Sastre accende la luce e compare la sua ombra.
Sastre. - Guarda, Ombra, cosa dice questo analista politico, Agustín Velloso.

Ombra.- (che non lo vede) Dove?

Sastre.- Sì, dai: qui, su Kaos en la Red. Guarda, guarda.

Ombra.- Vediamo.

Sastre.- (leggendo) «Ah, i pirati! Come suona bene questa parola e che ricordi ci riporta dell'infanzia»; e compie all'istante una riflessione molto acuta e chiarificatrice.

Ombra.- Sui pirati attuali, suppongo?

Sastre.- E perché li chiami pirati?

Ombra.- Tutto il mondo lo fa.

Sastre.- Beh... puoi anche leggere, tra gli altri, il commento di Joaquín Sempere su «Público», lo scorso 26 ottobre. Così cominceresti a renderti conto di questo fenomeno che Emilio Salgari avrebbe intitolato «I pirati dell'Oceano Indiano», o «I pirati somali» o, meglio ancora, «I pirati del Corno d'Africa». 
Ombra.- E che c'entra Salgari in tutto questo? 
Sastre.- C'entra che egli trasformò Sandokan in un gran personaggio letterario. Sandokan, ossia un pirata, un «terrore dei mari», che appare come un grande eroe nei suoi romanzi!

Ombra.- Lei dice che «lo trasformò in un personaggio». Perché, è stato una persona reale?

Sastre.- Così  ci assicura il romanziere nelle sue Memorie, che non poté terminare poiché si suicidò a Torino. Egli, nei suoi viaggi, aveva conosciuto Sandokan e non solo lui, ma anche Tremal-Naik, il portoghese Yanez, Kammamuri... pirati tutti loro, e grandi personaggi con i quali ho convissuto nella mia infanzia. Per questo ho cominciato da qui: dal ricordare quanto ad alcuni di noi suoni bene la parola pirata.

Ombra.- Lo so, lo so. Sandokan era un pirata e a lei questo piace. Ma agli arrantzales, i pescatori baschi, che sono stati prigionieri, non piacerà, e forse manderanno improperi alla sua famiglia poiché lei ha difeso i pirati.

Sastre.- Che vuoi dire? Io desideravo la libertà immediata per quegli arrantzales! Ma, per farlo, ho cercato anche di pensare alle cause di quel che sta accadendo in quella regione. Questo è tutto.

Ombra.- I pirati, secondo lei, sono stati eroi della sua infanzia; e io so che lo sono stati anche il Corsaro Nero (sempre di Salgari) e il Capitano Nemo (di Jules Verne), che pure fu un pirata, sebbene subacqueo, e...

Sastre.- In realtà, i pirati molte volte non sono stati, come dicono i dizionati, meri «predoni del mare», ma combattenti politici al servizio delle loro cause patriottiche. Ricordati che nel XVI secolo, per fare un esempio, i pirati turchi e algerini e berberi del Mediterraneo erano combattenti della guerra tra quei due grandi imperi che erano l'Ottomano e lo Spagnolo. Il gran Cervantes ne seppe qualcosa di questa gran lotta, perché venne catturato quando tornava in Spagna su di una nave dopo essere rimasto monco nella battaglia di Lepanto, che egli chiamò «il più grande evento che videro i secoli», e si fece qualche annetto nelle prigioni («i bagni») di Algeri, finché la sua famiglia non poté racimolare il denaro che chiedevano per il suo riscatto.

Ombra.- Com'è  tutto complicato!

Sastre.- È... complesso, come si suol dire. (Pausa; pensoso) La Pirateria è stata, nella Storia, molte cose; anche un veicolo di protesta contro le ingiustizie dei potenti. Cara Ombra, Sandokan era un militante politico-militare, un guerriero contro l'onnipotenza mondiale dell'impero Britannico. Un combattente anticolonialista, detto in termini attuali.

Questo ti può  ricordare, se lo hai letto a suo tempo, che Chomsky ci ha detto qualche anno fa che per un certo pirata del IV secolo a. C. la differenza tra un pirata ed un imperatore consiste nel fatto che il pirata ha una sola nave e, l'imperatore, molte.

Ombra.- Allora ne deriva che...

Sastre.- Aspetta, aspetta. Ci sono anche stati – e ci sono– pirati  al servizio degli imperatori.

Ombra.- E Sandokan?

Sastre.- Sandokan non era al servizio di nessuna potenza. La sua nave si muoveva da sola – la muoveva Sandokan– contro l'occupazione inglese: insomma, non lo faceva sotto la protezione e la bandiera di una nazione o di un potente stato. Egli era solo dinanzi al pericolo. Cioè, solo con i suoi collaboratori e con i suoi «tigrotti di Mompracem», e soprattutto con le sue ragioni e la sua passione contro l'Impero dei Mari, che allora era l'Inghilterra.

Ombra.- Vediamo se si spiega un poco, senta. Per cominciare: vale la definizione che è stata fatta un momento fa: «predoni dei mari»? Rapinatori umidi o qualcosa del genere? Ladruncoli lessi?

Sastre.- (affermativo e critico) Ma questo non vuol dire niente contro di loro, trovandoci come ci troviamo in un mondo di grandi pirati ben vestiti e incravattati, dietro le scrivanie dei loro opulenti uffici; ovvero in un mondo nel quale, come diceva Proudhon, la proprietà è un furto. In un mondo, insomma, nel quale in definitiva i grandi pirati sono gli imperatori. Ciò che ho appena detto è anche «pensiero gitano», per così dire. Ma tornando ai nostri pirati è certo che tra di essi vi sono «ladruncoli» propriamente detti ma lo è altrettanto che, sotto l'appellativo di pirati, ci sono movimenti di difesa e di resistenza dei deboli verso i forti.

Storicamente possono definirsi così, io credo, le differenti specie, secondo la definizione delle loro azioni o la loro localizzazione geografica: Corsari erano coloro che navigavano con una «patente di corsa» delle grandi potenze che cercavano di dominare il mare con qualcosa in più delle loro stesse squadre ufficiali. Sir Francis Drake è un prototipo di corsaro, in questo caso inglese. Quella patente lo autorizzava, per esempio, a depredare i galeoni spagnoli nell'Atlantico. A loro modo combattevano contro l'impero spagnolo. Filibustieri era il nome che si dava loro nelle Antille, e combattevano soprattutto al servizio di Olanda, Inghilterra e  Francia.  Lottavano «per l'emancipazione delle province ultramarine della Spagna»; così li definisce il Diccionario de la Real Academia Española. In quanto ai bucanieri, era un altro nome per i filibustieri, che vengono definiti nel DRAE come «pirati dei secoli XVII e XVIII, dediti al saccheggio dei possedimenti spagnoli d'Oltremare».

Ombra.- Tutto questo se l'è ricordato ora, con ciò che sta accadendo nell'Oceano Indiano? Quelle letture infantili... Me lo ricordo io, quando eravamo piccoli, e leggevamo «Le tigri della Malesia», «Il Corsaro Nero», «L'isola del tesoro», o quel pirata così saggio che è il capitano Nemo di «Ventimila leghe sotto i mari»...
Sastre.- In quanto al capitano Nemo, la sua condizione di pirata viene oscurata dalla sua vocazione di scienziato e studioso delle profondità marine e della loro zoologia. Ma sì, lui è – nell'immaginazione di Verne– un combattente contro l'impero britannico che si rifornisce dell'oro di alcuni galeoni spagnoli affondati nella baia di Vigo nel XVI secolo e che aiuta la lotta per la liberazione del suo paese. Ciò si svela quando nelle acque di Ceylon difende un povero pescatore di perle indiano lottando strenuamente, pugnale in mano, con uno squalo che è sul punto di uccidere il povero pescatore, e poi regala a questi un sacchetto di perle, spiegando dopo ciò che ha fatto ai suoi ospiti forzati: «quell'indiano, professore, è un abitante dei paesi oppressi e io sono ancora, e lo sarò fino all'ultimo respiro, cittadino di quei paesi».

Ombra.- Va bene, va bene... Ma tutto ciò è letteratura e ora c'è una realtà  molto seria e grave, no?

Sastre.- Letteratura e realtà! La letteratura, Ombra mia, è anche politica. Tu hai citato «Il Corsaro Nero», pure di Salgari. Nella sua edizione spagnola del 1955, la casa editrice ha soppresso tutto il capitolo 15 perché Salgari in esso spiegava cos'era il «filibustierismo», di modo che la bella missione «civilizzatrice» della Spagna in America era vittima, secondo gli editori, della leggenda nera antispagnola. E così hanno soppresso il capitolo, e viva la Spagna.

Ombra.- L'Olanda e l'inghilterra hanno operato meglio le loro colonizzazioni?

Sastre.- No, no, certo che no, ma quello è un altro argomento. In realtà si è  sempre trattato di lotte tra imperialismi, tra colonialismi. Tornando alla realtà attuale che non è letteratura, ora ci ritroviamo, sulla situazione delle acque dell'Oceano Indiano, informatori e analisti seri come Johann Hari, giornalista de «L'independent» con la sua collaborazione per «The Huffington Post» del 4-1-2009; secondo lui, la vita in Somalia è un orrore tinto di sangue e di miseria. Quel paese è oggetto di ogni tipo di oltraggio, tra cui il fatto che i suoi mari si stanno trasformando in secchi d'immondizia e la loro pescosità si sta esaurendo. Lì, i cosiddetti «pirati» hanno cercato e cercano di generare movimenti di difesa di fronte al saccheggio che stanno subendo i torturati abitanti di quel paese, e le azioni di questi «pirati» vengono appoggiate dal 70% della popolazione, che le considera «una forma di difesa nazionale delle acque territoriali del paese». (Warders News). Questo dato del 70% di appoggio è apparso in Internet, sul «sito somalo indipendente», ed è molto verosimile.

Per Joaquín Sempere, i cosiddetti «Guardacoste Volontari della Somalia» –oggi «i pirati»– esprimono questa situazione, che è effetivamente terribile soprattutto per loro e hanno cercato, prima di essere «pirati», di «negoziare con pescherecci stranieri affinché smettessero di pescare o pagassero una tassa per continuare a farlo, tentativi che sono falliti», e «l'esito finale è stato che oggi viene qualificata come pirateria somala». In realtà, questo fenomeno è della stessa indole di quello che si manifesta quando i grandi poteri politici «condannano il terrorismo» e firmano queste condanne con le mani piene del sangue dei popoli da loro oppressi.

Ombra.- Bisognerebbe partire da riflessioni come questa per giudicare quel che sta accadendo nell'Oceano Indiano. No, capo?

Sastre.- Si, Ombra. Bisognerebbe partire dalla verità.

Ombra.- (sospirando) Ma, chi lo fa? Ahimé!

Sastre.- C'è  chi lo fa, sì, cara mia, e noi ci siamo basati proprio su alcune delle loro testimonianze e riflessioni per realizzare la nostra conversazione di oggi.

venerdì 6 novembre 2009

“La Rivoluzione Russa era la prova tangibile di cui avevano bisogno i dannati della terra per essere sicuri che il sogno di Marx non era un’illusione”


Un’intervista con lo scrittore Spagnolo Manuel Talens in occasione del 92.esimo Anniversario della Rivoluzione di Ottobre
di Salvador LÓPEZ ARNAL. Tradotto da Curzio Bettio, Tlaxcala

Fin dal primo momento, la Rivoluzione di Ottobre è stata un punto di riferimento per il movimento operaio internazionale e internazionalista e delle organizzazioni socialiste che non erano arretrate di fronte al militarismo e alle smanie di conquista dimostrate dai potenti della terra. Era quindi un punto di riferimento da celebrare. Le manifestazioni che si organizzavano in omaggio a quella data gloriosa, il 7 novembre, balzano tuttora alla memoria di molti rivoluzionari in lotta. A partire dalla disintegrazione dell’Unione Sovietica, dalla vittoria della controrivoluzione di un capitalismo selvaggio nella terra di Gorky e Mayakovsky, perfino qui, in questo sito che si tinge di rosso, vive l’oblio, un ingiusto e suicida oblio.
Per ricordare questa data, per parlare del significato di quella rivoluzione socialista, abbiamo conversato con lo scrittore spagnolo Manuel Talens, uomo di scienze, traduttore e militante.




*     *     *

Non molto tempo fa, tu mi ricordavi che la tua prima novella, La parábola de Carmen la Reina, si concludeva con le seguenti parole: 

[In Artefa, un piccolo villaggio nelle Alpujarras di Granada, le trombe dell’Apocalisse iniziano a suonare]...
 “María Espinosa stava sull’aia, lanciando becchime alle galline; aveva sognato che José Botines le dichiarava il suo amore accarezzandola con parole ardenti alla luce della candelina, e si era svegliata con l’animo tanto allegro che si era dimenticata di aprire la finestra per arieggiare la camera, senza rendersi conto che l’azzurro del cielo si era coperto di nubi plumbee che erano arrivate lentamente durante la notte; però aveva alzato lo sguardo al sentire che i suoi capelli nivei cominciavano a bagnarsi, e allora vide la luce di un raggio luminoso cadere sopra la croce del campanile; si diresse dal lato sinistro della sua casa verso la piazza del villaggio, mentre i timpani esplodevano fra il frastuono delle trombe; si sentiva l’odore della polvere pirica bruciata e le fiamme scaturivano scintillando dalle finestre della chiesa; lei stava già a due passi dalla morte, e comunque credette di sentire fra il rombo degli scoppi l’inizio di una nuova speranza; era il 7 novembre del 1917, e in quel medesimo istante le orde liberatrici balzavano al di sopra delle barricate allo squillo della settima ed ultima tromba, avanzando vittoriose fra il fumo opaco dei cannoni per entrare di slancio dentro il Palazzo d’Inverno…”   
Ora, quasi cento anni più  tardi, desidero proprio chiederti di quel 7 novembre. Nel tuo brano parli di una nuova speranza, di orde liberatrici. Cosa successe in quel 7 novembre 1917? Perché pensi che rappresentò una nuova speranza per le classi lavoratrici di tutto il mondo?
Dal momento che la tua domanda mescola fiction con la realtà, e questo mi è veramente di mio gradimento e come novelliere sono uso praticare, prima di tutto voglio aggiungere qualcosa sul contesto relativo a questa citazione estemporanea dalla mia novella, in modo che il lettore possa meglio orientarsi.
La parábola de Carmen la Reina si svolge nella regione montagnosa delle Alpujarras di Granada, un angolo di Andalusia da cui proviene la mia famiglia materna, e tratta della lotta di classe in un villaggio immaginario, Artefa, attraverso tutto il diciannovesimo secolo e l’inizio del ventesimo.
La meticolosa coincidenza di date fra gli esiti apocalittici degli accadimenti in Artefa e l’assalto al Palazzo d’Inverno – che significò la nascita dell’URSS – non è casuale, ma un artificio retorico che ho utilizzato per rendere omaggio a quell’avvenimento storico fondamentale che è stata la Rivoluzione di Ottobre.
In quanto al 7 novembre, devo fare chiarezza sul fatto che la Russia zarista faceva riferimento all’antico calendario giuliano, che si differenzia dal calendario gregoriano usato oggi dappertutto. Secondo il calendario pre-rivoluzionario, il trionfo dei Soviet è avvenuto il 25 ottobre, che coincide con il 7 novembre gregoriano. Da qui deriva la apparente contraddizione temporale di una Rivoluzione di Ottobre che si celebra in novembre. Aggiungerò che, sebbene l’Unione Sovietica di nascita recente avesse adottato immediatamente il calendario gregoriano, si è continuato a far riferimento alla sua rivoluzione come culminata nel mese di ottobre.
Più tardi, l’indimenticabile film di Eisenstein ha solidificato per sempre questa confusione. Il mondo di oggi è così globalizzato e uniforme che queste discrepanze appaiono illogiche, ma in quei tempi, poi non tanto lontani, era il contrasto fra paesi e culture la normalità, non la omogeneità. Chiarito questo, torniamo alla tua domanda.
Sul 7 novembre del 1917 e sulla sua importanza storica si sono scritte tonnellate di pagine e le riflessioni che posso esprimere ora in questa intervista non sono più che l’irrilevante opinione personale – senza l’intenzione di convincere qualcuno – di qualcuno che ha considerato sempre quegli avvenimenti con sguardo benevolo.
Per questo, in anticipo, mi scuso se i miei commenti non saranno all’altezza della circostanza.
La Rivoluzione Russa è  stata la seconda rivoluzione della storia, però è stata la prima che il proletariato ha vinto, in quanto quella Francese, dal carattere borghese, non ha intaccato la proprietà privata capitalista dei mezzi di produzione come sistema economico imperante.
D’altro canto, la Rivoluzione Russa fu la prova tangibile di cui avevano bisogno i paria della terra per essere certi che il sogno di Marx non era una illusione. Come poteva non rappresentare l’inizio di una nuova speranza? Questa volta, il capitalismo sfruttatore non riuscì a stare in piedi, e fu sostituito dal comunismo, un concetto bellissimo malgrado tutta la disinformazione che questa idea ha dovuto sopportare per più di un secolo, e il comunismo significava l’eguaglianza nel godimento dei beni della terra.
Il fatto che tale edificio sia collassato sette decadi più tardi non rende la sua costruzione meno sublime. In buona sostanza, ci viene confermato che i sogni, una volta realizzati, necessitano di essere coltivati con amore e con la lotta, tutti i giorni, per evitare che non si estinguano.               
Allora, il comunismo, questo bellissimo concetto secondo le tue parole, vorrebbe significare “l’eguaglianza nel godimento dei beni della terra.”
Certamente, questo è  un concetto fondamentale del materialismo storico, una naturale conseguenza di una società senza classi e della proprietà pubblica dei mezzi di produzione. Il paradiso — se questo esiste — esiste qui in terra e non deve essere limitato solo per alcuni pochi e non essere goduto da tutti. Questo viene definito compartecipazione, ed è un principio alieno alla natura del capitalismo. Il messaggio evangelico del cristianesimo è esattamente uguale a quello del comunismo, salvo addentrarsi nel terreno di un pensiero magico per fantasticare su un ipotetico godimento egualitario nell’aldilà.  
Tu hai fatto riferimento ad un film di Eisenstein. A quale ti riferivi?
Ad Ottobre, una meraviglia del cinema muto dedicata ai proletari di Pietrogrado, che Eisenstein filmò nel 1927 in occasione delle celebrazioni del decimo anniversario della Rivoluzione. Molti dei combattenti che avevano partecipato effettivamente alle lotte rappresentarono se stessi nella pellicola, e questo è un dettaglio storico di tutto rilievo, a parte la maestria che Eisenstein dimostrò, da quello straordinario cineasta qual era.
Il film è  disponibile in internet, sebbene col passare del tempo sempre meno sono le persone che sono in grado di apprezzare una narrazione filmica come questa, allo stato puro, senza dialoghi.



In alcune occasioni, e l’approccio non è sembrato dei più amichevoli, si è affermato che la Rivoluzione Russa non fu altro che un colpo di mano da parte dei Bolscevichi. Cosa pensi di questa valutazione? 
Qui, entriamo in pieno nel terreno della propaganda, il cui obiettivo non è altro che la disinformazione. É evidente che ogni impresa rivoluzionaria subisce la riscrittura della sua storia da parte dei suoi nemici, che le sbavano addosso. Abbiamo a disposizione esempi molto vicini a noi: Cuba ha dovuto subire calunnie per cinquant’anni, e, in quanto al Venezuela, non passa giorno che il sistema dei media e la stampa privata dell’Occidente affermino che una qualsiasi cosa che riguarda il governo di Hugo Chávez non vada bene. Noi dobbiamo imparare a convivere con tali remore, visto che per il momento questo sembra non presentare soluzioni.
La supposizione di un colpo di mano da parte dei Bolscevichi non sta in piedi, nemmeno a fronte della più superficiale delle analisi; è un insulto all’intelligenza. Si fonda sulla falsità semantica che la rivoluzione rappresenti uno stato di scompiglio e di disordine, senza alcuna tattica di combattimento preconcepita, che termina per asfissiare l’ordine legale come passo che precede il caos.
Con una premessa tanto fuorviante risulta facile la deduzione del sofisma che l’assalto al Palazzo d’Inverno — l’ultima scaramuccia rivoluzionaria, un prodigio di tattica militare — fu un colpo di mano di diverse centinaia di intrepidi Bolscevichi, che si erano trovati a pescare in un fiume tumultuoso.
Si tratta senza dubbio di una tesi riduttiva ad infinitum, che deliberatamente fa astrazione di tutto il processo rivoluzionario che ha portato all’assalto finale, che aveva in precedenza costretto in marzo lo Zar Nicola II ad abdicare e aveva imposto la formazione di un debole governo provvisorio della borghesia capitalista.
Questa tesi trascura il fatto che Pietrogrado (San Pietroburgo) era già sotto il controllo dei Soviet e – soprattutto – ignora l’intelligenza di Lenin come mente pensante nel momento di muovere le pedine su quel tavolo degli scacchi.  
É come se qualcuno pretendesse di dimenticare Fidel Castro e la guerra di guerriglia a cui dette inizio a partire dalla Sierra Maestra e si concentrasse solo sulla battaglia di Santa Clara – un altro prodigio di tattica militare – che dette la vittoria finale alla Rivoluzione Cubana. Chi, in un suo giudizio corretto, potrebbe affermare che questo non fu altro che un colpo di mano del Che Guevara? É assurdo, si tratta di un puro inganno.

Tu, prima, hai fatto riferimento all’intelligenza di Lenin. Reputi questa sua intelligenza essere espressione del suo pensiero brillante? Della sua audacia? Del suo coraggio? Delle sue analisi politiche fuori dal comune? Della sua eterodossia? Vi sono stati due Lenin differenti, prima e dopo la Rivoluzione?
Generalmente parlando, i più grandi leader politici o militari che hanno segnato la storia, in bene o in male – come Alessandro il Grande, Giulio Cesare, Gengis Khan, Hernán Cortés, o, nel caso che stiamo trattando, Lenin – sono esseri umani di superiore intelligenza, coraggiosi fino all’inenarrabile e con una capacità strategica fuori dal comune. 
Naturalmente, questa capacità  non è un merito in sè; il merito ne deriva quando viene messa a servizio esclusivo di una causa nobile ed altruistica, come il progresso del genere umano. Lenin – e nello stesso modo Fidel, Ho Chi Minh o Nelson Mandela – appartiene a questa ristretta galleria di esseri umani straordinari.
Con questo, credo di avere risposto ai primi cinque interrogativi che mi hai posto nella tua domanda. E, per quel che concerne l’ultimo, penso fuori questione che vi sia stato un cambiamento fra il leader che patrocinava la lotta rivoluzionaria e lo statista che divenne dopo la presa del potere.  Però questo è normale, visto che le circostanze in entrambi i periodi erano radicalmente differenti.
Uno degli esempi di questa evoluzione è costituito dal cambiamento di ruolo che Lenin ha assegnato al Partito. Da essere, come all’inizio, solo una organizzazione dedicata alla educazione del popolo per far sì che le masse potessero accedere all’avanguardia del proletariato, il Partito si convertì nello strumento per gestire il potere. É tristemente paradossale che Stalin si sia avvantaggiato di questa singolarità per legittimare i suoi crimini.

Educazione popolare: “Un libro è la vostra migliore compagnia, istruite voi stessi!”
(Manifesto sovietico, 1919 circa)


Qual è stata la posizione delle grandi potenze del momento – Inghilterra, Francia, anche gli Stati Uniti – di fronte a questi accadimenti? Permisero all’URSS di respirare liberamente?   
Come era prevedibile, questi paesi assunsero posizioni di totale ostilità. Il passaggio da capitalismo a socialismo non è un fatto che possa avvenire impunemente nel concerto delle nazioni, perché suppone la perdita di un mercato e, allo stesso tempo, la possibilità che altri popoli si contagino con il virus della rivoluzione.  
Inghilterra, Francia, gli Sati Uniti, ma perfino il Giappone, il Canada, la Cecoslovacchia, e la Germania, fra gli altri paesi, si apprestarono a finanziare un esercito di mercenari nazionalisti, zaristi, anticomunisti e conservatori in una guerra civile che venne scatenata in Unione Sovietica nel 1918. Questo esercito affrontò l’Armata Rossa sotto le insegne dei “russi bianchi”, vale a dire il peggio del peggio della società russa, la “gusanera”degli ultradestri Cubani di Miami ante litteram. Comunque questo tentativo controrivoluzionario andò incontro ad un solenne fiasco.
Abbastanza curioso – o forse non così tanto – è l’atteggiamento ostile delle nazioni che persiste ancora in questa nostra attualità: il tentativo, sicuramente di minor rilievo, di cambiare le regole del gioco in qualche paese o continente per conseguirne di più giuste comporta sempre la medesima risposta.
L’America Latina ha una lunga esperienza al riguardo. Quello che sta succedendo in Honduras attualmente non è che l’ultimo esempio di un lungo elenco di interventi controrivoluzionari aizzati dall’esterno.
Dopo pochi anni, nel 1924, Lenin morì. É stato detto che nel periodo precedente la sua morte era depresso, abbattuto per lo sviluppo degli avvenimenti, non solo a causa delle difficoltà del processo, ma anche per le posizioni di alcuni dei suoi compagni. Reputi questa una ragionevole congettura?

Personalmente, questa argomentazione mi sembra una solenne stupidaggine, una fra le tante che si sono inventati, pur di non accettare ciò che per il capitalismo risultava inaccettabile: che Lenin era incombustibile, come Mandela, come Fidel, come molto probabilmente lo sarà Chávez. Quando la reazione di destra non può distruggere un leader, allora lo denigra.
Quindi, si è anche detto che Lenin è morto a causa della sifilide. Che importanza vuoi che abbia se uno è morto per sifilide, per una lesione cerebrovascolare o per essere inciampato?  Perché è tanto difficile ammettere che Lenin è morto perché era giunta la sua ora? É semplicemente ridicolo inventarsi una depressione mentale senile in un individuo che era sopravvissuto al carcere, alle deportazioni, all’esilio ed a ogni tipo di avversità senza deviare dal percorso che si era tracciato all’inizio del suo impegno. 
Ogni modo, con questo non pretendo di suggerire che Lenin era insensibile alla sofferenza. Nessuno lo è.
Perché credi che il processo, solo pochi anni più tardi, abbia assunto un carattere tanto autoritario?  
Questa è la parte più dolorosa dell’Unione Sovietica, perché uno viene stimolato a pensare cosa avrebbe potuto divenire quella grande patria internazionalista se Stalin non si fosse presentato sul suo panorama, o se non fosse stata debilitata dalla Seconda Guerra Mondiale e dalla corsa agli armamenti in cui il paese si è andato ad impantanare durante la Guerra Fredda. É come immaginare un destino differente per la Spagna, se Franco non fosse mai esistito. Il problema è che la storia non consente di ritornare sul cammino per rimediare agli errori.
Quello che è certo – ed è terribile – è che Stalin fu un cancro non solo per l’Unione Sovietica, ma per la stessa idea del comunismo come orizzonte da raggiungere. E i dirigenti che gli succedettero, fatta eccezione forse per Kruschev, sono state le metastasi tardive di Stalin, che hanno portato a conclusione la distruzione dell’eredità di Lenin.
Comunque, non è quello il comunismo! Per fortuna, ora sono cinquant’anni che Cuba con la sua solidarietà mostra a tutti la faccia bella e compassionevole del comunismo.
Tu hai appena adesso citato Kruschev. Come fu possible che il suo tentativo di rinnovamento, la sua autocritica dello stalinismo al XX Congresso, che tante e tante speranze avevano sollevato nuovamente, non abbiano dato frutti o che questi frutti abbiano avuto una durata tanto breve?
Io non sono un kremlinologo o nulla del genere, quindi  posso unicamente interpretare quello che mi suggeriscono le mie sensazioni. 
Credo che il XX Congresso sia arrivato troppo tardi. Se Stalin fosse durato per poco tempo, le cose avrebbero potuto avere rimedio, invece non esiste rivoluzione che possa resistere a ventinove anni di crimini, abusi e terrore, anche se contemporaneamente vengono prodotte cose degne di elogi.
Io considero che Kruschev non sia stato in grado di estirpare del tutto il cancro dello statilismo, e, di conseguenza, questo non ha tardato a riprodursi.
Pochi anni fa, mi è stato raccontato a Mosca una storia preziosa su Kruschev, che ho utilizzato più tardi in un racconto. Ricordami di inviarti questo brano.

(Pochi giorni dopo, Manuel Talens gentilmente mi ha inviato il testo e la foto che vengono riprodotti qui sotto):
[…] E così avvenne che lei, il giorno seguente, mi portò a visitare il cimitero di Novodevichy. I viottoli, simili a quelli di un giardino, erano coperti di neve. Ci aggiravamo fra le lapidi e non ho potuto resistere alla vecchia tentazione di farla partecipe dei miei monologhi, questa volta sui personaggi celebri che stavano sepolti in quel luogo e di quello che sapevo su di loro. Lei mi stava ad ascoltare attenta e il suo sguardo si volgeva attorno con qualche segnale ironico. Arrivammo alla tomba di Kruschev. Allora Mei-Ling aprì bocca per informarmi che l’ex presidente dell’Unione Sovietica non stava sepolto al Kremlino in quanto era morto deprivato del potere.  Quindi, per la prima volta da quando la conoscevo, lei mi rivolse più di un centinaio di parole di seguito. Appresi che il monumento funebre di Kruschev era opera di Ernst Neizvestny, uno scultore che Kruschev, quando era Primo Segretario del Partito Comunista Sovietico, aveva mandato a chiamare per presentargli le sue più vigorose rimostranze in merito al fatto che la sua arte gli appariva contraria agli ideali del socialismo, e che l’allora giovane artista, invece di dimostrarsi intimorito, rispose che lui poteva essere anche il compagno Segretario qual era, ma che di scultura non sapeva nulla in assoluto.
A quanto sembra, dopo la sua caduta in disgrazia, Kruschev mandò a chiamare lo scultore e da quel momento si instaurò fra di loro una certa amicizia, tanto che nel testamento Kruschev espresse la volontà che venisse assegnato l’incarico proprio a Novodevichy di scolpire il suo monumento funerario.
A lato del volto del vecchio dirigente scolpito realisticamente vi sono due grandi raffigurazioni angolari astratte, una in marmo bianco e l’altra in marmo nero, che secondo il parere di Mei-Ling simbolicamente rappresentano due orecchie.

“Alla fine della sua vita,” – aggiunse come conclusione – “Kruschev aveva imparato ad ascoltare.” [...]


Tomba di Nikita Kruschev, cimitero di Novodevisci (Mosca)

É probabile che l’Unione Sovietica si sia disintegrata per il fatto che i suoi dirigenti si dimostravano autistici, non ascoltavano nessuno.
Però non vorrei dare l’impressione che ogni cosa nel percorso dell’Unione Sovietica  mi sembri negativo. Bisognerà sempre ricordare l’aiuto prestato dall’URSS alla Repubblica Spagnola durante la nostra guerra civile, l’eroismo del popolo sovietico nella Seconda Guerra Mondiale, (entrambe le cose sotto il mandato di Stalin, anche questo deve essere sottolineato), e il suo costante ed incondizionato appoggio fornito a Cuba fino all’ultimo momento.  
A prescindere da questo, durante gli anni Ottanta vi sono stati diversi tentativi di correzione di rotta. Prima con Andropov, che non era proprio uno stupido, e poi con Gorbachov e la sua perestroika. Qual è la tua opinione in merito a questi nuovi tentativi?
Nessuno dei dirigenti che sono successi a Kruschev era stupido, però la mia supposizione è che nessuno di loro pensava, come è necessario pensare, - con una convinzione incrollabile – nella sopravvivenza dell’eredità della Rivoluzione. Con ciò, non ho minor simpatia nel ricordarli.
L’ultimo, Gorgachov, è stato una specie di Adolfo Suárez sovietico, che il caso catapultò d’improvviso in una situazione inaspettata: da austero servitore dell’apparato qual era, si è visto trasformato in un frivolo personaggio democratico televisivo in puro stile occidentale. Senza ombra di dubbio, egli cercò di fare quello che poteva, tentò di aprire la finestra perché entrasse aria fresca, ma l’Unione Sovietica stava già moribonda.    
Un cancro non si cura con pannicelli caldi e a Gorbachov è toccato l’ingrato compito di assistere come spettatore ad una agonia che precipitava in tanto dolore, che non rispondeva a qualsiasi trattamento.
Vi è  una canzone di Jacques Brel, “J’arrive”, che esprime bene l’impotenza che  Gorbachov deve aver provato quando la situazione cominciò a sfuggirgli di mano: C’est même pas toi qui es en avance, c’est déjà moi qui suis en retard. [Non sei proprio tu ad essere in anticipo, sono io che sono già in ritardo]. E l’inevitabile accadde, un giorno fece la sua comparsa Yeltsin - arrivista, mentitore, ladro, ubriacone e traditore – che dette all’URSS il colpo di grazia.
Qualche momento fa, hai fatto riferimento alla spinosa questione della guerra fredda. Desidero ritornare su questo argomento. La guerra fredda, che per l’Occidente guerrafondaio è sempre stata molto calda con l’intenzione manifesta di soffocare l’ Unione Sovietica fin dal primo momento, forse concesse all’URSS ben pochi margini di manovra? In quelle accentuate condizioni era possibile intraprendere altri sentieri?     
In casi come quello dell’URSS, mia nonna era solita dire che “tutti insieme la ammazzarono, ma lei morì da sola.” Non vi sono dubbi che gli Yankees fecero la loro parte in quella folle corsa agli armamenti e nella stupida competizione spaziale, che sia gli USA che l’URSS hanno tenuto in vita per decenni.
Posso capire che Washington abbia speso enormi somme di denaro (che non aveva) per la conquista dello spazio, dato che, dopo tutto, incarna un impero colonialista ed invasore, che si cura ben poco dell’enorme numero di suoi cittadini poveri, privi perfino di assistenza medica.
Ma quello che non capisco, e che non riesco proprio a capire, è il fatto che l’URSS abbia potuto accettare la sfida di farsi prosciugare per miliardi di rubli in sputniks, viaggi nello spazio ed altre “pippe”, mentre i suoi cittadini stavano facendo sacrifici in diverse repubbliche. 
Qualsiasi casalinga sa cosa sono le priorità e a nessuna, dotata di sano giudizio, passerebbe per la mente di acquistare una Rolls Royce se ai suoi bambini mancasse anche un bicchiere di latte. I dirigenti del Kremlino, mi dispiace dirlo, optarono per la Rolls Royce. Questi deliri di grandezza hanno drenato risorse che avrebbero potuto essere debitamente dedicate al benessere del popolo sovietico, invece di essere sperperate in questi modi. 
Io non mi trovavo in quello scenario, quella che esprimo è solo la mia opinione da spettatore: io ignoro quale fosse il margine reale di manovra di Mosca e se fosse effettivamente necessario l’impegno nella corsa agli armamenti – un salto nel buio, verso la bancarotta – invece di accontentarsi di organizzare la propria difesa da possibili attacchi  USAmericani. Comunque, a mio parere, le politiche imperiali, anche se imposte dall’esterno, non dovrebbero avere spazio in uno Stato rivoluzionario.
Tenuto conto delle debite distanze, quanto più logica mi sembra la politica di Cuba: le sue scarse risorse economiche vengono dedicate alla produzione di vaccini, alla preparazione di medici ed insegnanti e nella formazione di lavoratori sociali, che vengono poi messi a disposizione dei paesi suoi fratelli.    
L’Unione Sovietica si è disintegrata nel 1991. Secondo te, qual è stato l’elemento più decisivo per il suo collasso?
All’assillo senza respiro da parte di Washington, bisogna aggiungere gli errori compiuti da Mosca: la perdita degli ideali, la perpetuazione di una borghesia del Partito estranea alla realtà quotidiana del popolo sovietico, la rovina economica e morale, la corruzione introdotta profondamente in tutti i posti di potere. É nostro pane quotidiano, nulla che non conosciamo nelle nostre democrazie bipartitiste. La Spagna è un buon esempio di questa decadenza.
La voce narrante del mio racconto che hai citato in precedenza, poco dopo le parole che tu hai riprodotto per questa intervista e proprio prima del punto finale, aggiunge: “…senza dubbio, gli uomini furono creati per essere brevemente liberi nell’attimo delle battaglie, ritornando in schiavitù dopo avere afferrato la vittoria con le loro mani.”    Chi sa se questo è il nostro destino: tentare, fallire, tentare un’altra volta, far fiasco di nuovo e così via successivamente, senza mai rassegnarsi al fallimento. Sono un pessimista attivo, pieno di ottimismo. 
Tentare, fallire, tentare ancora, questo mi stai dicendo. Combattere battaglie che si sanno perdute in partenza, andare in guerra ed essere sconfitti, e ritornare a fare guerra. Tutto questo, non è un poco assurdo? Il panorama che mi stai illustrando è dal punto di vista letterario brillante, ma non è politicamente inattuabile? Non viene sottintesa qui una filosofia della storia non solo pessimistica/ottimistica ma, dobbiamo dirlo, del tutto romantica?
Io ritorno a Lenin: due passi avanti, uno indietro. Pura prassi. L’assurdo sarebbe rinunciare. Non c’è nulla di romantico in questo modo di pensare. Il romanticismo mi lascia freddo.
Guardando le cose in prospettiva a partire dalla nostra posizione attuale, e tenendo in mente i dieci e più anni di capitalismo selvaggio in Russia dopo la caduta dell’Unione Sovietica, pensi che quel 7 novembre abbia valso la pena? Pensi che i movimenti di liberazione di questo mondo dovrebbero continuare a guardare questa data come un punto di riferimento? In definitiva, noi dobbiamo continuare a riconoscerci in questa Rivoluzione?
Sì, ne è valsa la pena. Il criterio per valutare i fatti che costruiscono la storia non dovrebbe mai derivare dal loro successo o dal loro fallimento, ma dalla bontà o dalla cattiveria della loro essenza. E l’essenza di quella Rivoluzione, per cui si è lottato per migliorare il destino dei dannati della terra, - mi piace rivendicare L’Internazionale – fu buona.  
Il capitalismo selvaggio presente nella Russia odierna ha creato multimilionari dalla sera alla mattina. Questo è quello che appare nei titoli cubitali di prima pagina della stampa occidentale, mentre le pagine interne a caratteri di stampa minuti ci mostrano l’altra faccia della moneta, molto più sinistra: che dal 1990 al 2008 l’aspettativa di vita dei Russi – un dato che misura la qualità della vita e riassume il tasso di mortalità per tutte le età in entrambi i sessi - si è abbassata dai 69 ai 65 anni. Questi 4 anni di differenza sembrano poca cosa, però sono l’espressione statistica di una tragedia umana di proporzioni colossali.
Per quel che concerne se noi dobbiamo riconoscerci ancora nella Rivoluzione di Ottobre, non so cosa dirti. La nostalgia mi disgusta, perché il passato non è stato certamente migliore. Preferisco analizzare a mente fredda gli avvenimenti storici per riservarmi i loro aspetti positivi, senza comunque tenere nascoste le parti negative.    
Inoltre, oggigiorno le cose sono molto differenti e, almeno per il momento e sotto determinate circostanze sociali, risulta possibile utilizzare il sistema elettorale della democrazia come leva per produrre la rivoluzione per mezzo del voto, senza l’uso delle armi. Naturalmente, è chiaro, questo risulta molto più complicato in quanto il voto non consente la neutralizzazione completa del nemico, che rimane celato in prossimità. 
Lasciami concludere con una domanda senza nostalgie.  Come concepire il socialismo del XXI secolo? Quali territori ti sembrano più accreditati per la sua conquista? 
Allora, per concludere, e prima di darti il mio punto di vista intorno al socialismo del XXI secolo, desidero dirti che sono stato contento di discutere con te di argomenti tanto estemporanei e trascurati nell’attuale dibattito pubblico, come sono il marxismo e la Rivoluzione di Ottobre. E sono felice, inoltre, che questa conversazione sarà pubblicata, perchè oggigiorno risulta francamente eterodossa, effettivamente una cosa meritoria fra tanti encefalogrammi ideologicamente piatti [sorriso].
La post-modernità, tu lo sai molto bene, ha prodotto sfaceli nei partiti della sinistra tradizionale e nel pensiero politico delle società contemporanee, e il solo fatto di parlare di queste cose suona per molte persone come fantascienza. Cosa possiamo fare?!
Vado a terminare: il socialismo del XXI secolo, penso che parlerà spagnolo, e non precisamente nel nostro paese, la Spagna, ma nell’America Latina. É là che si trova il futuro dell’umanità, se questa avrà ancora un futuro. Noi non vedremo il suo culmine, ma il socialismo si è già messo in moto. Infatti, ufficialmente il suo seme è stato impiantato l’8 gennaio 1959, quando guerriglieri barbuti hanno fatto il loro ingresso all’Avana. Senza Cuba e la sua ostinata resistenza nel corso di cinque decenni, oggi il socialismo del XXI secolo non sarebbe nemmeno pensabile. Ora manca solo che almeno uno dei tre giganti latino-americani - Messico, Brasile o Argentina – incontri ed elegga un Chávez, un Evo o un Correa a sua misura, perché la locomotiva di questo treno cominci a prendere velocità, per diventare inarrestabile. É una questione di tempo. Quel giorno, se potrò esserne testimone, sarà per me un giorno felice.


Un sogno che non era una illusione…
“I filosofi si sono limitati ad interpretare il mondo, il nostro compito è di cambiarlo.”
(Tomba di Karl Marx nel cimitero a London’s Highgate, per gentile concessione di Patricio Suárez)





Originale da: Rebelión e Tlaxcala

Articolo originale pubblicato il 06.11.2009

L’autore

Salvador López Arnal e Manuel Talens sono membri di Rebelión. Talens e Curzio Bettio sono membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala:
http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=9171&lg=it

      

lunedì 26 ottobre 2009

Facebook appartiene alla CIA?


di Ernesto CARMONA, Argenpress, 26/5/2009 Tradotto da Curzio Bettio
Originale: Noticias Censuradas XXIII: Facebook ¿es de la CIA?
Version française : Facebook appartient-il à la CIA ?
I grandi mezzi di informazione hanno celebrato Mark Zuckerberg come il bambino prodigio che, all’età di 23 anni, si è trasformato in un multimiliardario grazie al successo conseguito da Facebook, ma non hanno prestato la loro attenzione all’“investimento di capitale di rischio” di oltre 40 milioni di dollari effettuato dalla CIA per sviluppare la rete sociale.

Quando il delirio speculativo di Wall Street ha fatto credere agli improvvidi che il valore di Facebook ammontava a 15 milioni di dollari, nel 2008 Zuckerberg è diventato il miliardario “che si è fatto tutto da solo”, il più giovane della storia della “graduatoria”  della rivista Forbes, con 1500 milioni di dollari.DESILUSTRATION
A quel momento, il capitale di rischio investito dalla CIA sembrava avere ottenuto degli ottimi rendimenti, ma nel 2009 il “valore” di Facebook è andato ad aggiustarsi al suo valore reale e  Zuckerberg è scomparso dalla graduatoria Forbes.
La bolla Facebook si è gonfiata  quando William Gates, il titolare di Microsoft, vi acquisiva nell’ottobre 2007 una partecipazione dell’1.6%, per un ammontare di 240 milioni di dollari.
Questa operazione induceva a fare il ragionamento per cui, se l’1% di Facebook corrispondeva a 150 milioni di dollari, allora il valore del 100% doveva ammontare a 15 miliardi di dollari, ma il sotterfugio finiva per apparire nella sua piena luce.
La questione di fondo è che Facebook esiste grazie ad un investimento di capitali di rischio della CIA. Nel 2009, i grandi mezzi di comunicazione non si sono risparmiati nel produrre “propaganda informativa” per rendere omaggio a Zuckerberg come paradigma del giovane imprenditore di successo, ma la diffusione reiterata di questa “informazione” non è stata in grado di indurre la rivista Forbes a mantenerlo nella sua graduatoria, versione 2009. (1) Il bambino prodigio spariva dalla lista, malgrado l’intensa campagna propagandistica della CNN e della grande stampa mondiale, che riflettevano gli interessi di Wall Street. La lista Forbes corrisponde ad un Premio Oscar dei grandi affari e fa gonfiare o sgonfiare il valore delle azioni.
La CIA ha investito in Facebook molto prima che questa rete divenisse una delle reti sociali più popolari di Internet, questo secondo una inchiesta del giornalista britannico Tom Hodgkinson pubblicata nel
2008 nel giornale inglese The Guardian (3) e ripresa e commentata da qualche mezzo di comunicazione indipendente di lingua inglese, ma senza alcuna ripercussione nella grande stampa.
La propaganda corporativa ha trasformato il portale sociale Facebook in sinonimo di successo, di popolarità, e nel contempo di buoni affari. Facebook si presenta come un inoffensivo sito web di relazioni sociali, che facilità i rapporti interpersonali. La sua popolarità ha fatto prevedere che i suoi approssimativamente 70 milioni di utilizzatori potrebbero aumentare in un paio di anni a 200 milioni nel mondo intero, dato che nelle migliori settimane Facebook è arrivato a ricevere fino a due milioni di nuovi utilizzatori. Nel frattempo, Facebook non convince proprio tutti!
Critiche e detrattori
“Colui che non compare su Facebook non conta nulla o si colloca fuori del sistema”, affermano taluni. Al contrario, altri dichiarano che si tratta di uno strumento atto a costruirsi una nuova immagine senza contenuti, per darsi dell’importanza nel mega-supermercato che è diventato Internet, sostituto dei posti pubblici di anziana memoria. I più pragmatici sostengono che Facebook consiste solo in uno strumento per ritrovarsi fra vecchi compagni di infanzia o di gioventù, che si sono persi di vista fra i movimenti della vita.
I suoi difensori di sinistra ribadiscono invece che Facebook serve a promuovere le lotte contro la globalizzazione e a coordinare campagne contro attività come le riunioni del G8.
Il giornalista spagnolo Pascual Serrano ha descritto come Facebook sia stato utilizzato dal governo della Colombia per coordinare la giornata mondiale contro le FARC, che nel 2008 ha marcato lo scatenarsi dell’offensiva propagandista contro la guerriglia, che continua tutt’oggi.
Ed è molto evidente come Facebook sia stato utilizzato dalla CIA.
Per Walter Goobar, di MiradasAlSur.com, “si è trattato in realtà di un esperimento di manipolazione globale: [...] Facebook è uno strumento sofisticato finanziato dall’Ufficio Centrale d’Informazione, la CIA, che non solamente lo utilizza per il reclutamento di agenti e per la compilazione di informazioni in lungo e in largo attraverso tutto il pianeta, ma anche per allestire operazioni sotto copertura.”
A grandi linee, Facebook è uno strumento di comunicazione che consente di contattare e di archiviare indirizzi ed altri dati relativi a famigliari ed amici. Per istituzioni come il ministero di Sicurezza per la Patria, degli Stati Uniti, e, in generale, per l’insieme degli apparati di sicurezza dello Stato, consacratisi con pari entusiasmo al “nemico” interno come a quello esterno, dopo l’era Bush, Facebook è una miniera di informazioni sulle amicizie dei suoi utilizzatori.
Milioni di utenti offrono informazioni sulla loro identità, fotografie, e liste di oggetti di consumo da loro preferiti.
Un messaggio proveniente da un amico invita all’iscrizione e a partecipare a Facebook.
I dati personali, spesso catturati da ogni sorta di truffatori e clonatori di carte bancarie, vanno inoltre ad approdare nei dischi rigidi dei computers dei sistemi di sicurezza degli USA.
Il sistema Beacon di Facebook realizza degli elenchi di utenti e associati, includendovi anche coloro che non si sono mai iscritti o quelli che hanno disattivato la loro registrazione. Facebook si dimostra essere più pratico e rapido degli InfraGard (2), che corrispondono a 23.000 micro-comunità o “cellule” di piccoli commercianti-informatori organizzati dall’FBI al fine di conoscere i profili psico-politici della loro clientela.
Dopo il dicembre 2006, la CIA ha utilizzato Facebook per reclutare nuovi agenti.
Altre organizzazioni governative devono sottoporre il reclutamento e gli ingaggi a regole federali, ma la CIA ha acquisito una maggior libertà di azione che non ha avuto mai nemmeno sotto l’amministrazione Bush, perfino per torturare senza salvare nemmeno le apparenze.
La CIA ha dichiarato: “ Non è necessario ottenere un qualsivoglia permesso per poterci inserire in questa rete sociale.”
Capitale di rischio della CIA
Il giornalista britannico Tom Hodgkinson ha lanciato un ben motivato segnale di allarme rispetto alla proprietà della CIA su Facebook in un articolo ben documentato, “With friends like these…”, pubblicato nel giornale londinese The Guardian, il 14 gennaio 2008 (3).
Il giornalista ha sottolineato come dopo l’11 settembre 2001 l’entusiasmo per l’alta tecnologia si è assolutamente intensificato. 
Entusiasmo che aveva già catturato gli apparati di sicurezza degli Stati Uniti, dopo che costoro avevano creato due anni innanzi il fondo di capitali “In-Q-Tel”, per far fronte ad opportunità di investimenti a rischio nelle alte tecnologie.
Secondo il giornalista Hodgkinson, i collegamenti di Facebook con la CIA passano attraverso Jim Breyer, uno dei tre associati chiave che nell’aprile 2005 ha investito in questa rete sociale 12,7 milioni di dollari, associato anche al fondo di capitali Accel Partners, membro dei consigli direttivi di giganti del calibro di Wal-Mart e Marvel Entertainment e per di più ex-presidente di National Venture Capital Association (NVCA), caratterizzata nell’investire su giovani talenti.
Hodgkinson ha scritto: “La più recente tornata di finanziamenti di Facebook è stata condotta da una compagnia finanziaria denominata Greylock Venture Capital, che vi ha impegnato 27,5 milioni di dollari. 
Uno dei più importanti associati di Greylock si chiama Howard Cox, che è un altro ex-presidente di NVCA, che inoltre fa parte del consiglio direttivo di  In-Q-Tel”.
“E In-Q-Tel, in cosa si configura?” si domanda Hodgkinson. “Bene, che lo crediate o no, (comunque lo potete verificare sul suo sito web) si tratta di un fondo di capitali a rischio della CIA. Creato nel 1999, la sua missione è quella di “individuare e di associarsi a società che sono intenzionate a sviluppare nuove tecnologie, per sostenere l’apporto di nuove soluzioni necessarie all’Ufficio Centrale d’Informazione CIA”.
La pagina web di In-Q-Tel (4) raccomandata da Hodgkinson è del tutto esplicita: “Nel 1998, il Direttore della Centrale di Intelligence (DCI) identificava la tecnologia come una prerogativa strategica superiore, direttamente connessa ai progressi della CIA nelle future tecnologie per migliorare le sue missioni di base, di compilazione e di analisi. I responsabili della Direzione di Scienza e Tecnologia hanno elaborato un piano radicale per creare una nuova struttura d’impresa con il compito di consentire un accresciuto accesso dell’Agenzia all’innovazione del settore privato.”
Anche aggiungendo ancora acqua non potremo avere più limpidità, conclude Hodgkinson.
Note

domenica 25 ottobre 2009

Facebook: di amici come quelli posso fare a meno...


di Tom HODGKINSON, The Guardian,14/1/2009. Tradotto da Curzio Bettio
Originale: With friends like these ...
Facebook ha 59 milioni di utenti – e 2 milioni se ne aggiungono ogni settimana. Ma non vi troverete Tom Hodgkinson arruolato come volontario ad offrire i suoi dati personali informativi – non ora che si è reso consapevole delle politiche populiste che stanno nel retroscena di questo sito-rete sociale.

L’entusiasmo della comunità spionistica di intelligence Statunitense per le innovazioni ad alta tecnologia dopo l’11 settembre 2001 è andato alle stelle, entusiasmo che aveva già catturato gli apparati di sicurezza degli Stati Uniti, visto che costoro avevano creato due anni prima, nel 1999, il fondo di capitali “In-Q-Tel”, per far fronte ad opportunità di investimenti a rischio nelle alte tecnologie.
Io detesto Facebook. Questo “affare” Americano di enorme successo viene descritto come “un servizio di pubblica utilità sociale che vi mette in comunicazione con le persone che stanno nel vostro intorno”. 
Ma aspettate un attimo!  Perché, per la grazia di Dio, dovrei io avere necessità di un computer per mettermi in comunicazione con le persone che mi stanno attorno? Perché l’insieme delle mie relazioni dovrebbe venire mediato tramite l’immaginazione di un branco di superfanatici degenerati in California? Cosa c’era di sbagliato nel pub?
Comunque Facebook mette in comunicazione effettivamente le persone? 
Piuttosto, non è che ci sconnetta, dato che al posto di fare qualcosa di godibile come passeggiare e mangiare e danzare e bere con i miei amici, meramente invio loro delle note sgrammaticate e mi diverto con fotografie nel ciberspazio, mentre sto incatenato alla mia scrivania? 
Un mio caro amico di recente mi ha confessato che ha passato un sabato notte da solo a casa su Facebook, bevendo al suo tavolo di computer. 
Quale malinconica immagine! Ben lontano da metterci in comunicazione, in realtà Facebook ci isola nelle nostre postazioni di lavoro.
Facebook fa ricorso ad una qualche forma di vanità e di alta opinione in noi stessi, fin troppo.
Se io costruisco un ritratto lusinghiero di me stesso con una serie di cose ed attività da me preferite, io costruisco una rappresentazione artificiale di chi io sono, in modo da ottenere sesso o consenso. (“Io amo Facebook,” mi diceva un altro amico, “attraverso Facebook ho potuto anche scopare.”) Per di più, Facebook incoraggia una disturbante competitività intorno
all’amicizia: sembra che con gli amici oggi, quella che conta sia la quantità e che la qualità non conti nulla. Più amici voi avete, meglio siete. Voi risultate “popolari”, nel senso molto amato nelle scuole superiori Statunitensi. Lo testimonia il titolo di copertina sulla nuova rivista di Facebook del gruppo editoriale Tennis: “Come raddoppiare l’elenco dei vostri amici.”
Comunque, sembra che io sia veramente molto solo nella mia ostilità. 
Nel momento in cui scrivo, Facebook dichiara 59 milioni di utenze attive, di cui 7 milioni nella Gran Bretagna, il terzo più grande utilizzatore di Facebook dopo gli USA e il Canada.
Si tratta di 59 milioni di creduloni, di potenziali vittime, molti dei quali hanno volontariamente fornito informazioni relative al loro documento di identità e alle loro preferenze come consumatori al sistema affaristico Americano, senza rendersi conto di nulla su questo. Giusto ora, ogni settimana 2 milioni di nuove persone si iscrivono. Al presente tasso di crescita, da ora fino al prossimo anno Facebook avrà più di 200 milioni di utenti attivi. Ed io potrei prevedere che, se mai, questo tasso di crescita vedrà una accelerazione nei prossimi mesi. Come il portavoce di Facebook Chris Hughes dichiara: “ Si è radicato tanto che non può altro che crescere , mentre sarà duro liberarsene.”
Tutto questo per me è sufficiente per farmi rigettare Facebook per sempre. Ma vi sono tante altre ragioni per averlo in odio. Veramente tante!
Facebook è un progetto ben costruito, e le persone che stanno dietro alla sua fondazione, un gruppo di capitalisti di ventura della Silicon Valley, hanno un patrimonio ideologico chiaramente elaborato, che sono fiduciosi di propagare in tutto il mondo. Facebook è una manifestazione di questa ideologia. Come per il precedente PayPal, si tratta di un esperimento sociologico, un’espressione di un particolare tipo di dottrina del libero arbitrio neoconservatrice. Su Facebook, voi potete essere liberi di essere chi desiderate essere, finché non verrete bombardati da annunci pubblicitari dei più importanti marchi del mondo. Come con PayPal, le line di demarcazione nazionali sono una cosa del passato.
Sebbene il progetto sia stato inizialmente concepito dalla star delle copertine dei media Mark Zuckerberg, il volto reale che sta dietro alle quinte di Facebook è quello del filosofo futurista Peter Thiel , un quarantenne capitalista di ventura della Silicon Valley.
Vi sono solo tre membri nel consiglio direttivo di Facebook, e questi sono Thiel, Zuckerberg e un terzo investitore che porta il nome di Jim Breyer, per conto di una impresa di capitali a rischio, la Accel Partners.
Thiel ha investito 500.000 dollari in Facebook , quando gli studenti di Harvard Zuckerberg, Chris Hughes e Dustin Moskowitz lo hanno incontrato a San Francisco nel giugno 2004, subito dopo che questi avevano lanciato il sito. Da quel che si dice, attualmente Thiel possiede il 7% di Facebook, che, alla valutazione corrente di Facebook di 15 miliardi di dollari, dovrebbe corrispondere a più di 1 miliardo di dollari. Esiste un ampio dibattito su chi esattamente siano stati i co-fondatori originali di Facebook, ma chiunque siano stati, Zuckerberg è l’unico rimasto nel consiglio direttivo, benché  Hughes e Moskowitz  lavorino ancora per la compagnia.
Thiel è ampiamente riconosciuto nella Silicon Valley e nello scenario Statunitense dei capitali di rischio come un genio libertario. Egli è il co-fondatore e direttore generale del sistema bancario virtuale PayPal, che ha venduto a Ebay per 1.5 miliardi di dollari, guadagnando per sé 55 milioni di dollari. Inoltre, ha amministrato un fondo assicurativo di 3 miliardi di lire sterline, il Clarium Capital Management e un fondo di capitali a rischio denominato Founders Fund.
Di recente, la rivista Bloomberg Markets lo ha definito come “uno dei manager di maggior successo del paese nel campo dei fondi assicurativi”. Thiel ha fatto i soldi scommettendo sul rialzo dei prezzi del petrolio e prevedendo in modo giusto l’indebolimento del dollaro. Lui e i suoi amiconi assurdamente ricchi della Silicon Valley sono stati recentemente etichettati come “La Mafia di  PayPal” dal periodico Fortune, e un giornalista della rivista ha per di più fatto osservare che Thiel impiega un maggiordomo in uniforme e possiede una superautomobile McLaren da 500.000 dollari.  Per altro Thiel è anche un maestro di scacchi, decisivamente competitivo. In questo campo si è anche distinto per avere rovesciato con furia la scacchiera addosso agli altri giocatori, se perdente. E non si è mai scusato per questo atteggiamento iper-competitivo, affermando: “Mostratemi un buon perdente ed io mi dimostrerò perdente!”
Ma Thiel è ben più di un capitalista abile ed avido. È anche un filosofo futurista ed un attivista neocon.
Laureato in filosofia all’università di Stanford, nel 1998 egli scriveva in collaborazione un libro dal titolo “The Diversity Myth – il Mito della Diversità”, un minuzioso attacco contro il liberalismo e l’ideologia multiculturalista, che dominava Stanford. Egli affermava che la “multicultura” portava ad una perdita delle libertà individuali.
Da studente a Stanford, Thiel aveva fondato un giornale di tendenze di destra, ancora pubblicato, il “The Stanford  Review”- motto: Fiat Lux (“Che venga la luce!”).
Thiel è membro del TheVanguard.Org, un gruppo di pressione neoconservatore con sito in Internet, che era stato costruito per attaccare MoveOn.org, un gruppo di pressione liberale che opera sul web. Thiel si definisce “libertario di passaggio”.
TheVanguard è diretto da un certo Rod D. Martin, un capitalista- filosofo grande ammiratore di Thiel. Sul sito Thiel dichiara: “Rod è una delle nostre menti guida della nazione nella creazione di nuove ed indispensabili idee per la politica pubblica. Ron è in possesso di una più che completa comprensione dell’America, più di quello che molti poteri esecutivi hanno dei loro affari.”
Questo piccolo assaggio dal loro sito web vi darà un’idea della loro visione del mondo: “TheVanguard.Org è una comunità online di Americani che credono nei valori della conservazione, del libero mercato e del governo limitato della cosa pubblica come i mezzi migliori per produrre aspettative ed opportunità per ognuno, specialmente per i più poveri fra noi.”
Il loro obiettivo è quello di promuovere politiche che “daranno nuova forma all’America e al mondo”.
TheVanguard descrive la sua politica come “Reaganite/Thatcherite”.
Un messaggio del presidente recita: “Oggi impartiremo a MoveOn [il sito web liberal], ad Hillary, e ai media radicali di sinistra alcune lezioni che mai hanno immaginato.”
Allora, le politiche di Thiel non presentano dubbi di sorta. Cosa possiamo dire sulla sua filosofia? Io ho prestato ascolto ad un podcast [un podcast è un file (generalmente audio o video), messo a disposizione su Internet per chiunque si abboni ad una trasmissione periodica e scaricabile automaticamente da un apposito programma, chiamato aggregatore] sugli indirizzi che Thiel ha dato sulla sua visione del futuro. In breve, questa è la sua filosofia: dal secolo diciassettesimo, alcuni pensatori illuminati hanno sottratto il mondo da una esistenza legata a valori vecchi, costretta dallo stato di natura, e a questo proposito cita la famosa caratterizzazione di Thomas Hobbes sull’esistenza come “cattiva, brutale e caduca”, in favore di un nuovo mondo effettivo, in cui noi abbiamo conquistato la natura.
Attualmente, viene riposto valore nelle cose immaginarie. Thiel sottolinea come PayPal poneva le sue motivazioni su questa concezione: 
non si ripone valore su oggetti di produzione reale, ma nelle relazioni fra esseri umani. Quindi, PayPal costituiva una modalità di movimentare denaro in tutto il mondo senza alcuna limitazione. La rivista “Bloomberg Markets” si esprimeva così al riguardo: “Per Thiel, PayPal è tutto centrato sulla libertà: dovrebbe consentire alla gente di scansare i controlli monetari e movimentare denaro in tutto il mondo.”
Chiaramente, Facebook è un altro esperimento del grande capitale:  volete fare denaro con l’amicizia? Volete creare collettività libere da confini nazionali – e quindi vendere poi a queste la  Coca-Cola? 
Facebook è profondamente acreativo. Non fa nulla di tutto questo. 
Semplicemente fa da mediatore in relazioni che sarebbero avvenute comunque.
Coca-Cola
Foto: Tim Boyle/Getty

Il mentore filosofico di Thiel è un certo René Girard della Stanford University, che propone una teoria sul comportamento umano denominata “desiderio mimetico”.
Girard riconosce che la gente è essenzialmente un branco di pecore, che tendono a copiarsi l’un l’altra senza troppa riflessione. Quindi la teoria dovrebbe sembrare essere dimostratamente corretta nel caso dei mondi virtuali di Thiel: l’oggetto desiderato è irrilevante; tutto quello che è necessario sapere è che gli esseri umani tenderanno a muoversi come un gregge. Da qui, le bolle finanziarie! Da qui, l’enorme popolarità di Facebook!
Girard è una presenza regolare alle serate intellettuali di Thiel.
Quello che non sentirete mai nella filosofia di Thiel, fra parentesi, sono concetti…antiquati del mondo reale, come arte, bellezza, amore, piacere e verità.
Internet è estremamente attraente per i neocons come Thiel, visto che promette un certo tipo di libertà nelle relazioni umane e negli affari, libertà dalle fastidiose leggi nazionali, dai confini nazionali e da cose di tal fatta. Internet apre su un mondo di libero commercio e di espansione liberistica.
Perciò, Thiel si mostra approvare i paradisi fiscali, e afferma con chiarezza che il 40% delle ricchezze mondiali risiedono in posti come Vanuatu [una Repubblica situata nell’Oceano Pacifico meridionale], le Isole Cayman, Monaco e le Barbados.
Penso che non siamo molto lontani dal dire che Thiel, come Rupert Murdoch, è contrario ad ogni tipo di tassazione. Inoltre ama la globalizzazione della cultura digitale, perché il digitale mette i signori supremi del sistema bancario al riparo da attacchi; e per questo ha dichiarato: “Non è possibile avere una rivoluzione operaia che prenda il controllo delle banche, se queste banche hanno la sede a Vanuatu.”
Se l’esistenza nel passato era cattiva, brutale e caduca, allora per il futuro Thiel desidera renderla molto più lunga, e per questo fine ha investito in un’impresa che sta esplorando tecnologie che procurino un allungamento della vita. Egli ha impegnato 3.5 milioni di sterline su Aubrey de Grey, un gerontologo con sede a Cambridge, che sta ricercando le chiavi dell’immortalità.
Inoltre, Thiel fa parte del consiglio direttivo di un istituto denominato “Singularity Institute for Artificial Intelligence”. Estrapoliamo dal suo fantastico sito web: “L’istituto Singularity è la creazione tecnologica di un’intelligenza più acuta di quella umana. Esistono diverse tecnologie… che spingono in questa direzione…Intelligenza Artificiale…dirette interfacce cervello-computer…ingegneria genetica…differenti tecnologie che, se raggiungessero un livello percettivo di sofisticazione, dovrebbero consentire la creazione di un’intelligenza più acuta di quella dell’uomo.”
Dunque, per sua stessa ammissione, Thiel sta cercando di distruggere il mondo reale, che egli identifica con “natura”, per imporre al suo posto un mondo virtuale, ed è in questo contesto che noi dobbiamo considerare la nascita di Facebook.
Facebook consiste in un esperimento programmato a tavolino di manipolazione globale, e Thiel è un giovane e lucido pensatore nel pantheon dei neoconservatori, con una inclinazione per insolite fantasie techno-utopistiche. Ed io non desidero aiutare nessuno a diventare ancora più ricco!
Il terzo membro del consiglio direttivo di Facebook è Jim Breyer, un partner nell’impresa a capitale di rischio “Accel Partners”, che nell’aprile 2005 ha portato in Facebook 12.7 milioni di dollari. 
Breyer fa parte del consiglio di amministrazione di giganti Statunitensi del calibro di “Wal-Mart” e di “Marvel Entertainment”, ed inoltre è un ex presidente della “National Venture Capital Association (NVCA)”.
Ora, queste sono le persone che realmente muovono le cose negli Stati Uniti, dato che investono nei giovani talenti, sul tipo di Zuckerberg. 
La più recente tornata di finanziamenti di Facebook è stata condotta da una compagnia denominata “Greylock Venture Capital”, che ha posizionato una somma pari a 27.5 milioni di dollari. Uno dei soci importanti di Greylock si chiama Howard Cox, un altro ex presidente della NVCA, che è anche nel consiglio direttivo di “In-Q-Tel”.
A cosa corrisponde “In-Q-Tel”? Bene, che lo crediate o no (ma lo potete verificare nel loro sito web), questa organizzazione gestisce il fondo a capitale di rischio della CIA. Prima dell’11 settembre, l’organizzazione spionistica Statunitense si era tanto eccitata per le possibilità offerte dalle nuove tecnologie e dalle innovazioni portate avanti nel settore privato, che nel 1999 istituiva un suo fondo a capitale di rischio, l’In-Q-Tel, che “identifica e si associa con quelle imprese che sviluppano tecnologie all’avanguardia per aiutare a trasmettere queste soluzioni alla Central Intelligence Agency e ai contigui Servizi Informativi (IC) per le loro future missioni”.
Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e la CIA adorano la tecnologia perché questa consente loro di spiare più facilmente. Nel 2003, il Ministro della Difesa USA Donald Rumsfeld dichiarava: “Noi abbiamo bisogno di trovare nuovi mezzi per scoraggiare i nuovi avversari; abbiamo necessità di spiccare un balzo nell’era dell’informazione, cosa che costituisce il fondamento cruciale dei nostri sforzi di trasformazione.”
Il primo presidente di “In-Q-Tel” è stato Gilman Louie, che aveva fatto parte del consiglio direttivo della NVCA con Breyer.
Un’altra figura chiave nella squadra di “In-Q-Tel” è Anita K. Jones,
ex- direttrice delle ricerche e dei servizi di ingegneria per la difesa per il Ministero della Difesa degli USA e, sempre con Breyer, membro del consiglio di amministrazione di “BBN Technologies”. Quando lei ha lasciato il Ministero della Difesa USA, il Senatore Chuck Robb le ha riservato il seguente tributo: “La Jones ha procurato la tecnologia e le organizzazioni militari operative insieme ai progetti dettagliati per sostenere il dominio Statunitense sui campi di battaglia per il prossimo secolo.”
Ora, anche se voi non accogliete l’idea che Facebook sia una qualche sorta di allargamento del programma imperialista Americano incrociato con un massiccio strumento di raccolta delle informazioni, comunque non vi è modo di negare che come affare consista in una trovata puramente megageniale. Alcuni analisti della rete hanno suggerito che la sua valutazione di 15 miliardi di dollari sia eccessiva, ma io reputo al contrario che sia troppo modesta. Le sue quotazioni sono veramente da vertigine, ma il suo potenziale di crescita è effettivamente senza limiti.
La voce impersonale del Grande Fratello sui siti web incita: “Tutti desideriamo essere in grado di usare  Facebook”. Potete scommettere che questo avverrà!
È il potenziale enorme di Facebook che ha indotto Microsoft ad acquisirne l’1.6% per 240 milioni di dollari. Una recente voce di corridoio assicura che l’investitore Asiatico Lee Ka-Shing, si dice che sia il nono uomo più ricco del mondo, ha acquistato lo 0.4% di Facebook per 60milioni di dollari.
I creatori del sito devono fare ben poco, se non giocherellare con il programma. Principalmente, devono molto semplicemente stare a guardare e aspettare che milioni di fanatici intossicati da  Facebook a titolo volontario inviino file con dettagliati i loro dati identificativi, le loro fotografie ed elenchi dei loro oggetti favoriti di consumo. Dopo avere assemblato questo enorme “database” di esseri umani, Facebook non ha altro da fare che vendere ad agenzie pubblicitarie le informazioni ricevute, o, come ha sottolineato Zuckerberg in un recente blog post, “di cercare di aiutare le persone a condividere informazioni con i loro amici su argomenti e cose che fanno sul web.” 
Ed infatti, è precisamente quello che sta avvenendo.
Il 6 novembre dello scorso anno, Facebook ha annunciato che 12 marchi mondiali hanno dato la scalata al consiglio direttivo. Fra loro, Coca- Cola, Blockbuster, Verizon, Sony Pictures e Condé Nast. Tutti addestrati nelle stupidaggini del marketing di ordine più elevato, i loro rappresentanti hanno reso commenti di fiamma di questa natura:
“Con Facebook Ads, il nostro marchio può diventare parte del modo in cui gli utenti comunicano ed interagiscono su Facebook,” ha affermato Carol Kruse, vice presidente della sezione marketing interagente mondialmente della Coca-Cola Company.
“Noi pensiamo questa come una maniera innovativa di coltivare relazioni fra milioni di utenti, mettendoli in grado di interagire con Blockbuster in un modo conveniente, adatto e divertente,” così ha dichiarato Jim Keyes, presidente e direttore generale della Blockbuster. “Questo va al di là della creazione di effetti pubblicitari. Questa è la ragione per cui Blockbuster partecipa alla comunità dei consumatori, in modo tale che, per concerto, i consumatori vengono motivati a condividere i vantaggi del nostro marchio con i loro amici.”
“Condividere”, questo il linguaggio di Facebook, per “reclamizzare”! 
Iscrivetevi a Facebook  e diverrete gratuitamente  pubblicisti rice- trasmittenti per Blockbuster o la Coca, decantanti le virtù di questi marchi ai vostri amici.
Stiamo assistendo alla modificazione mercantile delle relazioni umane, all’estrazione del valore capitalistico dall’amicizia.
Ora, rispetto a Facebook, i quotidiani, ad esempio, cominciano ad apparire sorpassati senza speranza come modello produttivistico. Un giornale vende spazi pubblicitari alle imprese commerciali perché sembra vendere materiale di valore ai suoi lettori. Ma questo sistema è molto meno sofisticato di Facebook per due ragioni. Una è quella che i giornali devono affrontare la fastidiosa spesa per pagare i giornalisti che devono fornire i contenuti. Facebook fornisce questo servizio gratuitamente. L’altra è che Facebook può raggiungere l’obiettivo pubblicitario con una precisione molto più grande di quella di un quotidiano.
Mark Zuckerberg, founder of Facebook
Il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg (Foto: Paul Sakuma/AP)


È vero che Facebook recentemente naviga in acque agitate, dato il suo programma pubblicitario Beacon. Degli utenti avevano fatto presente come uno dei loro amici aveva fatto un acquisto online presso alcuni esercizi commerciali pubblicizzati; 46.000 utenti hanno considerato che quel livello di pubblicità risultava intrusivo ed hanno firmato una petizione dal titolo “Facebook! Basta invadere la mia privacy!”, tanto per dire.  Zuckerberg ha presentato le scuse presso il blog della compagnia, asserendo che ora il sistema era mutato da “opt-out”  a “opt-in”*.
Ma ho il sospetto che la piccola ribellione a questo sistema tanto radicalmente modificato sarà quanto prima dimenticata: dopo tutto, nella Gran Bretagna della metà del diciannovesimo secolo vi è stata perfino una protesta nazionale da parte del movimento per le libertà civili quando era stata proposta l’idea di una forza di polizia!
Per di più, voi tutti, utenti di Facebook, avete letto effettivamente le norme che regolano la privacy? Questo vi sta a dimostrare che non avete molta privacy. Facebook pretende di essere un campione di libertà, ma in realtà non è forse un sistema virtuale totalitario, ideologicamente motivato, con una popolazione di utenti che va ben oltre a quella della Gran Bretagna?
Thiel e gli altri hanno creato un loro proprio paese, una nazione di consumatori.
Ora, come Thiel e gli altri nuovi proprietari di questo poetico cyberspazio, voi potrete trovare questo esperimento sociale anche tremendamente eccitante. Finalmente si è realizzata la condizione Illuminista tanto desiderata fin dai tempi dei Puritani del diciassettesimo secolo che hanno veleggiato verso il Nord America, un mondo dove ognuno è libero di esprimere se stesso come più gli aggrada. I confini nazionali sono una cosa del passato ed ognuno salterella insieme a ruota libera in uno spazio virtuale. La natura è stata conquistata tramite l’abilità inventiva illimitata dell’uomo. 
Sì. E come voi potete decidere di inviare al geniale investitore Thiel tutti i vostri denari, allora certamente dovreste impazientemente attendervi la costituzione pubblica di un sistema Facebook senza blocchi limitanti.
O potreste riflettere che veramente non potete desiderare di far parte di questo programma pesantemente finanziato per creare una arida repubblica virtuale globale, nella quale il vostro io e le relazioni con i vostri amici sono trasformati in merci da vendere ai marchi giganti mondiali.
Voi potreste decidere di non volere di far parte di questo tentativo di prendere il controllo sul mondo.
Per parte mia, io non sono interessato al sistema Facebook, rimango quanto possibile senza strumenti elettronici e spendo il mio tempo che risparmio non per andare su Facebook, ma per fare qualcosa di utile come leggere qualche libro. Perché dovrei desiderare di sprecare il mio tempo su Facebook, quando non ho ancora letto il poema “Endimione”  di John Keats? E quando vi sono ancora sementi da piantare nel mio giardino di casa? Non ho alcun desiderio di allontanarmi dalla natura, desidero ricongiungermi con essa. Maledetta l’aria condizionata! E se io desidero mettermi in rapporto con le persone che mi stanno attorno, farò riferimento ad un metodo tecnologico molto antico. Si tratta di un metodo libero, facile da usare e che trasmette una ineguagliabile esperienza individuale nel distribuire le informazioni: questo metodo viene denominato “parlare faccia-a-faccia con gli altri”.

La politica di Facebook sulla privacy

Tanto per divertimento, proviamo a sostituire le parole “Grande Fratello” tutte le volte che leggiamo la parola “Facebook”
1) Noi vi faremo pubblicità: “Quando usate Facebook, avete la possibilità di fornire il vostro profilo personale, costruire relazioni, inviare messaggi, svolgere ricerche e presentare quesiti, formare gruppi, presentare eventi, rivolgere istanze e trasmettere informazioni mediante svariati canali. Noi raccoglieremo queste informazioni in modo tale da fornirvi i servizi ed offrirvi attrattive personalizzate.”
2) Voi non potete cancellare o perdere nulla: “Quando volete aggiornare le informazioni, noi conserviamo di regola una copia registrata della versione originale per un ragionevole periodo di tempo in modo da rendere possibile la riacquisizione della primitiva versione di quelle informazioni.”
3) Ognuno può lanciare uno sguardo sulle vostre più personali confessioni: “... noi non possiamo garantire, e non lo facciamo, che il contenuto pubblicato sul sito da un utente non sarà visionato da persone non autorizzate. Noi non ci rendiamo responsabili per l’aggiramento di qualsiasi regolazione della privacy o delle misure di sicurezza presenti sul sito. Voi siete ben consapevoli che, anche dopo la rimozione, copie del contenuto dell’utente possono rimanere visibili in pagine conservate nelle memorie di archivio, o possono essere state copiate da altri utenti, che ne hanno conservato il contenuto.”
4) Il profilo di marketing che noi vi procuriamo sarà imbattibile:  “Inoltre, Facebook ha la potenzialità di raccogliere informazioni su di voi da altre fonti, come giornali, blog, servizi che consentono di scambiare messaggi in tempo reale e da altri utenti del sistema Facebook mediante l’operatività del servizio (ad esempio, cartellini fotografici) in modo da fornire informazioni a vostro riguardo le più opportune e un curriculum più personalizzato.”
5) Decidere di ritirarsi non vuol dire “decidere di ritirarsi”:   “Facebook si riserva il diritto di mettere a disposizione i dati che vi concernono, anche se decidete di ritirarvi del tutto spontaneamente mediante comunicazioni via e-mail.”
6) La CIA può visionare tutto il materiale, quando ritiene opportuno farlo: “Diventando utenti di Facebook, voi acconsentite a che i vostri dati personali possano essere trasferiti ed elaborati negli Stati Uniti…Noi possiamo ricevere la richiesta di mettere a disposizione le informazioni su un utente conformemente ai requisiti e alle norme di legge, come mandati di comparizione o citazioni del tribunale, o in conformità alle applicazioni di norme legali.  Noi non rendiamo pubbliche le informazioni fintanto che non riceviamo valide garanzie che le richieste di informazioni per imposizioni legali o per controversie private non corrispondano a consone modalità legali standard. Inoltre, noi possiamo condividere il materiale informativo quando pensiamo sia necessario in ottemperanza della legge, per proteggere i nostri interessi e le nostre proprietà, per prevenire frodi o altre attività illegali perpetrate tramite il servizio di Facebook o con l’utilizzo del marchio Facebook, o per impedire imminenti lesioni corporali. Questo può intendersi come condivisione di informazioni con altre compagnie, studi legali, magistrati, agenti o agenzie governative.”
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* N.d.tr.: Con il termine “opt-out” (in cui opt è l'abbreviazione di option, opzione) ci si riferisce ad un concetto della comunicazione commerciale diretta (direct marketing), secondo cui il destinatario della comunicazione commerciale non desiderata ha la possibilità di opporsi ad ulteriori invii per il futuro. In mancanza di tale opposizione e in virtù di una sorta di silenzio-assenso può continuare a essere destinatario di questo tipo di comunicazioni; i metodi di opt- out sono quindi i metodi con cui un individuo può evitare di ricevere informazioni su prodotti o servizi non desiderati. Un esempio molto comune di opt-out è l’apposizione della scritta “Niente pubblicità” o similare sulla propria casella di posta in modo da evitare l’inserimento non desiderato di depliant pubblicitari.
Si definisce “opt-in”  il concetto inverso, ovvero la comunicazione commerciale può essere indirizzata soltanto a chi abbia preventivamente manifestato il consenso a riceverla. I metodi di opt- in sono i metodi con cui un individuo può esprimere il consenso al ricevimento di informazioni su prodotti o servizi non desiderati. Un esempio molto comune di opt-in è l'invio di una e-mail per confermare la propria volontà di ricevere un servizio che potrebbe essere stato attivato senza esplicito assenso.