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venerdì 21 giugno 2013

Il «leone impaziente» di sbranare

Manlio Dinucci


Quando il presidente Giorgio Napolitano incontrò l'anno scorso in Giordania S.M. Re Abdallah II, gli espresse «l'alta considerazione con cui l'Italia guarda alla volontà di pace e alla linea di moderazione da sempre perseguita dalla ... 
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Originale: Italiano Tradotto in English  Français

venerdì 28 maggio 2010

Chi ha fallito in Iraq?

di Ghassan Charbel غسان شربل, Al Hayat, 24-5-2010. Tradotto da Giorgioguido Messina, Tlaxcala
Gli americani sono arrivati in Iraq da un altro pianeta. Questa parte del mondo vive una fase storica diversa. Immaginavano di poter operare chirurgicamente e profondamente nella regione eliminando il regime di Saddam Husseyn.

Il politico iracheno sorride. L'esperienza ha dimostrato che gli americani hanno commesso un'errore nel leggere le istanze del popolo ed i loro sentimenti. Ritenevano che la caduta di Saddam avrebbe permesso loro di ricostruire l'Iraq come fecero in Germania e Giappone. Hanno dimenticato le differenti condizioni e il grado di sviluppo economico e sociale, nonché le diversità religiose e culturali.

Nei loro uffici distanti gli “architetti” inseguono un sogno ingenuo. Credevano che la democrazia fosse il solo sogno che avessero i popoli della regione. E che semplicemente aprendo la finestra  questo avrebbe incoraggiato gli iraniani e gli arabi ad invadere le strade seguendo l'esempio iracheno.

Non sapevano che noi, con le nostre etnie, sette e dottrine, ci trasciniamo appresso una storia di scontri, paure e tentativi di annientamento e cancellazione. Non sapevano che la nostra vera identità, come i sentimenti di lealtà, riduce i confini nazionali ma li oltrepassa. Non hanno capito che la nostra vera patria sono le nostre dottrine o le regioni che ci assomigliano.

Ho ascoltato funzionari, politici ed intellettuali convenire sul fatto che il ruolo americano è diventato secondario. L'invasione è riuscita a rovesciare il regime di Saddam ma ha fallito nel costruire un modello democratico attraente che stimolasse la gente della regione ad impegnarsi in un progetto di democrazia e di cambiamento di stile di vita all'ombra del pluralismo e dello stato di diritto. E' chiaro che gli americani non sono un ente di beneficenza puro.

Anche il semplice visitatore in Iraq sente le confessioni amare di politici ed intellettuali. Il racconto del fallimento americano gettato a volte come una coperta sul fallimento degli iracheni stessi, il loro fiasco nell'approfittare rapidamente dell'opportunità e fare proprio un Paese con delle istituzioni ed uno stato di diritto.

Uno dei politici include gli iracheni stessi nella lista di chi ha profanato l'Iraq. Racconta gli orrori della violenza nelle strade ed il saccheggio dei patrimoni storici, dei ministeri e delle istituzioni. Il politico denuncia le lobbies straniere che continuano a saccheggiare il suo Paese, ma vede la catastrofe nel contributo delle forze irachene al festival di questo saccheggio perenne.



Il futuro dell'Iraq è oscuro. Si sente fare questo discorso da molti. L'iracheno sente che da che era giocatore è diventato terreno di gioco. Era una nazione ed è diventato un campo. Il sogno che un Iraq forte torni ad essere la porta orientale del mondo arabo non è un sogno prossimo a realizzarsi. Il restauro del lato iracheno del triangolo che unisce Turchia ed Iran richiederà molto tempo ed il ritorno ad un Iraq forte sembra impossibile a causa della sua composizione e dei cambiamenti che lo hanno investito.

All'ingresso della regione curda aumentano le bandiere regionali al fianco di quelle irachene. Un grande cambiamento nella vita dei curdi e dell'Iraq. Per la prima volta nella storia i curdi dormono all'ombra della loro bandiera e del potere che hanno eletto. La “Repubblica di Mahabad”, formatasi nei territori iraniani durante gli anni quaranta del secolo scorso, non visse che pochi mesi. Il Kurdistan iracheno è un'altra storia. Non è possibile inserire la leadership curda nella lista dei perdenti.

Domani partiranno gli americani. Partirono decenni fa dal Vietnam. L'Impero ha la capacità di sopportare il fallimento e superarlo. L'importante è non consolidare l'insuccesso e non rendere ogni appuntamento elettorale una miccia per guerre civili e sommosse. La regione non può sopportare il fallimento iracheno a lungo.

 

Originale da: Al Hayat-من فشل في العراق؟Articolo originale pubblicato il 24-5-2010

Fonte di questa traduzione:
http://canaledisicilia.blogspot.com/2010/05/chi-ha-fallito-in-iraq.html

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URL di questo articolo su Tlaxcala:
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domenica 4 aprile 2010

La strategia usamericana in Afghanistan e in Pakistan: da Bush ad Obama – Da un fallimento ad una risoluzione?

di Hans-Christof von SPONECK, 27-3-2010. Tradotto da Curzio Bettio, Tlaxcala
Il “Grande Gioco” del secolo diciannovesimo, descritto da Rudyard Kipling (nel suo romanzo del 1901“Kim”), partecipato dall’India britannica e dalla Russia imperiale per conquistare l’accesso all’India e alle acque calde del Mare Arabico, continua. Oggi, vi partecipano molti nuovi giocatori, ma le questioni praticamente sono sempre le stesse. Non si deve dimenticare che la Gran Bretagna è stata uno dei più importanti giocatori in, e per, l’Hindukush già nei primi giorni del colonialismo. Perciò, non deve destare sorpresa che il governo di Londra, il 28 gennaio 2010, abbia organizzato una conferenza internazionale sull’Afghanistan. Questo conferma in modo convincente il continuo interesse britannico nei confronti di questa area geo-politicamente strategica.   
Coinvolgimento degli Stati Uniti nell’area
Per quanto concerne gli Stati Uniti, il loro coinvolgimento nell’area durante il diciannovesimo secolo è stato veramente trascurabile.
Nel ventesimo secolo gli USA hanno partecipato per procura alle mosse strategiche nell’area. Questa indiretta presenza usamericana si è materializzata mediante i collegamenti con i servizi segreti del Pakistan, l’Inter-Services Intelligence (ISI), e attraverso le forniture segrete di armamenti ai Mujaheddin afghani per “dare alla Russia il suo Vietnam”, come affermato da Zbigniev Brzezinski, dal 1977 al 1981 Consigliere per la Sicurezza Nazionale nell’amministrazione Carter. In seguito agli eventi dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti hanno assunto la parte principale nel plasmare la politica internazionale per l’Afghanistan durante il ventunesimo secolo. 
 
Ambiti del conflitto
Nel 2010 le crisi in Afghanistan e Pakistan sempre più profonde si stanno sviluppando su un’area geografica molto estesa.
Esiste un cerchio esterno di conflitto in cui la NATO guidata dagli USA si oppone alla Russia e alla Cina, membri decisivi della Shanghai Cooperation Organisation (SCO), che contrastano la sua politica in Afghanistan-Pakistan. La SCO è un’alleanza regionale che vede come membri associati la maggior parte dei paesi dell’Asia centrale, fra i quali l’India, il Pakistan, l’Iran e la Mongolia.
La dottrina della NATO del 1999 e la conseguente divulgazione del paradigma che la sicurezza energetica è l’elemento principale della politica della NATO hanno intensificato il braccio di ferro con la Russia e la Cina. Questi due paesi respingono con fermezza l’accerchiamento dell’Occidente e l’interferenza in quella che considerano la loro sfera di tradizionale influenza.
Inoltre, vi è un cerchio più interno di conflitto con il centro in Afghanistan e Pakistan.
È qui dove le divisioni etniche in Afghanistan e la controversia storica fra Afghanistan e Pakistan sul ‘Pashtunistan’ determinano le politiche locali. Il trattato del 1893 fra l’India britannica e la Russia imperiale zarista ha lasciato la sua eredità nella configurazione di un confine artificiale che divide le comunità che parlano Pashtu. Qualsiasi amministrazione degli Stati Uniti alle prese con questo cerchio di conflitto più interno dovrebbe avere una approfondita conoscenza di questo panorama etnico.  
 
Per capire la situazione locale
Altre circostanze locali e regionali devono essere prese in considerazione. Fra queste, la sfiducia dei leader locali nei confronti delle autorità centrali di Kabul, Peshawar ed Islamabad.
Le autorità pachistane di Islamabad non hanno dimenticato che, al tempo dell’indipendenza nel 1947, la Provincia di Frontiera Nord-Occidentale (NWFP) era propensa ad optare per l’India piuttosto che per il Pakistan!
Tradizionalmente, le divisioni religiose più profonde fra Sunniti e Sciiti si sono verificate in Afghanistan. Gli Sciiti della zona di Hazara nell’Afghanistan centrale, della Provincia di Helmand e di altre parti dell’Afghanistan sud-occidentale sono da sempre in conflitto con la maggioranza sunnita di Kabul.
Da quando l’Iran ha allargato la sua sfera di influenza nell’area afghano-pachistana (AfPak area), in Pakistan gli antagonismi fra Sunniti e Sciiti si sono accentuati.
Feudalesimo, povertà e corruzione [1], tutto questo è stato parte integrante della vita nell’area AfPak.
Bisogna considerare tre fattori che hanno considerevole influenza sulle crisi attuali nei due paesi.
Le Nazioni Unite identificano l’Afghanistan come uno dei paesi più poveri nel mondo con una aspettativa di vita media di soli 42 anni, con un’alfabetizzazione negli adulti di circa il 28% e una mortalità nei bambini sotto i cinque anni del 297 per 1000. Il quadro nella cintura tribale del Pakistan che attraversa il confine con l’Afghanistan non è molto differente.
L’India non ha mai del tutto accettato che tre delle sue Province occidentali (Sind, Baluchistan e NWFP) e parti del Punjab le siano state sottratte nel 1947 per formare il Pakistan odierno. Questo spiega in qualche maniera l’interesse che l’India ha dimostrato fin da allora nel conservare un forte punto di appoggio politico in Afghanistan.
Cina e Russia, dal cerchio più esterno, non influenzano da sole gli sviluppi nell’area AfPak, ma esistono molti altri attori che altrettanto bene agiscono nel cerchio più interno, allo scoperto o dietro le quinte.
A contribuire in modo ulteriore alla complessità della crisi vi è la mentalità da bazar degli Stati dell’Asia centrale. Per ragioni monetarie e di altra natura, i governi di questi Stati hanno allacciato contrattazioni sia con la Russia che con gli Stati Uniti e quindi si dimostrano giocatori imprevedibili ed inaffidabili nella regione. Le recenti trattative in Kyrgystan riguardanti la base aerea di Manas servono da perfetto esempio. Sia la Russia che gli Stati Uniti hanno cercato di spuntare il miglior prezzo e alla fine gli Stati Uniti hanno fatto la miglior offerta per ottenere la concessione della base in affitto. 
Il mondo musulmano in questa zona, nel Medio Oriente ed altrove si è opposto ai piani espansionistici usamericani. La maggioranza dei popoli che vivono nelle regioni dell’Asia centrale sono di fede musulmana. Questo costituisce un fattore importante che ogni amministrazione degli Stati Uniti deve tenere ben presente. Il Presidente degli USA Obama lo deve avere fatto quando al Cairo nel giugno 2009 ha rivolto il suo discorso conciliante ai popoli musulmani.
Allo stesso modo, gli Afghani e i Pakistani avranno preso nota della sua enfatica sottolineatura relativa ai diritti per la libertà religiosa e per lo sviluppo economico e, cosa più importante, del punto di vista di Obama che nessun sistema di governo dovrebbe essere imposto da un paese ad un altro paese.  
Sfide difficili per gli Stati Uniti
Gli Stati Uniti e i loro alleati devono affrontare difficili sfide nel mettere in attuazione i loro piani nell’area AfPak, sotto le migliori circostanze. Il problema è che non ci sono “migliori” circostanze.
Prima di tutto, vi è  una completa mancanza di fiducia fra la maggioranza della popolazione che vive nella regione AfPak nei confronti della NATO guidata dagli USA e nei governi coinvolti.
La cooperazione segreta di un tempo si è trasformata in scontro in campo aperto. Da non dimenticare che nell’area gli Stati Uniti avevano cooperato con Osama bin Laden, arruolando, armando ed indottrinando le milizie anti-Sovietiche. Gli amici di ieri dei Mujahedeen sono i nemici dei Mujahedeen di oggi. In una intervista del giugno 2009 rilasciata al settimanale tedesco ‘Der Spiegel’, l’ex Presidente Pervez Musharraf concludeva: “Oggi, gli Usamericani sono odiati in Pakistan. Gli Stati Uniti ci hanno lasciato in eredità 30.000 Mujahedeen che loro hanno procurato ed addestrato!”
Come in Iraq, gli Stati Uniti hanno mancato di preparazione non-militare e di addestramento a comprendere e a trattare con la complessità delle situazioni locali, e questo spiega molti dei fallimenti dell’intervento.
Penetrata in profondità  nella psicologia statunitense vi è la percezione che gli Stati Uniti siano chiamati sempre ad esibire una globale leadership in tutti i campi e con ogni mezzo. Malgrado la nuova retorica da parte dell’attuale amministrazione Obama, questa percezione non è svanita. Elementi di una mentalità bi-partisan ‘PNAC’ (il neo-liberista ‘Project for a New American Century’ degli anni Novanta) rimangono presenti e visibili e non sono di buon augurio per i futuri sviluppi nella regione AfPak.
Le complicazioni di natura differente che gli USA e i loro alleati devono affrontare nell’area AfPak sono un terreno collinoso – eccellente per la guerriglia, sfavorevole per un moderno esercito – e linee di rifornimento complicate date le grandi distanze e, come accennato, l’inaffidabilità dei partner dell’Asia centrale.  
 
L’amministrazione Bush nella regione AfPak – una storia di fallimenti
In seguito all’attacco dell’11 settembre 2001 contro le torri gemelle di New York, il coinvolgimento in Afghanistan degli Stati Uniti con azioni di anti-guerriglia sotto copertura si è trasformato in operazioni di contro-terrorismo in campo aperto. Si è intensificata l’assistenza militare USA al Pakistan.
Gli obiettivi dell’amministrazione Bush erano triplici: la sconfitta di Al-Qaida, la distruzione delle basi di appoggio dei Taliban ed una determinazione cieca a portare la democrazia in Afghanistan e all’intero mondo musulmano. Al di là di queste generali aspirazioni, il governo degli Stati Uniti, durante la presidenza di George W. Bush, non ha mai avuto una strategia per l’Afghanistan o per il Pakistan, e tanto meno una strategia per l’area AfPak.
Comunque, come nel caso dell’Iraq, vi è stata molta sperimentazione tattica nel dispiegamento delle truppe, nel mescolare le operazioni militari e l’assitenza umanitaria e nel sollecitare l’appoggio di gruppi locali. 
Durante questi anni sono stati investiti sempre più tempo e denari per la sicurezza delle stesse truppe. La diffidenza e l’odio per la presenza straniera, in particolar modo per l’esercito degli Stati Uniti, si sono di continuo accresciuti. Le informazioni trapelate sul crudele trattamento riservato ai prigionieri afghani nella base aerea usamericana di Bagram, l’equivalente di Guantanamo in Afghanistan, hanno alimentato la lotta contro le truppe statunitensi. Il recente attacco terroristico all’interno dell’avamposto della CIA usamericana a Khost nei pressi del confine Afghano-Pakistano da parte di un membro dell’esercito afghano, che ha causato la morte di sette operativi di intelligence statunitensi e di un reporter canadese, è la prova evidente della profondità dell’odio che è stato accumulato nel paese contro gli invasori stranieri.
Quello che non avrebbe dovuto costituire sorpresa a Washington era la facilità con cui i rivoltosi di etnia Pashtu si muovevano avanti ed indietro attraverso le aree di confine fra Afghanistan e Pakistan. Per costoro, questo è territorio di rifugio in entrambi i versanti del confine.
La risposta statunitense è  stata quella di mettere in atto operazioni segrete delle Forze Speciali e di impiegare droni pilotati automaticamente contro la fascia tribale del Pakistan. Questo ha elevato i rischi e la complessità della crisi. La dirigenza politica del Pakistan giustificava in maniera riluttante queste incursioni usamericane. Gli Stati Uniti compensavano con assistenza finanziaria e strutture militari, necessarie per rafforzare sia l’esercito che il governo del Pakistan contro un’opposizione sempre più larga nei confronti del presidente Asif Ali Zadari e il gabinetto del primo ministro Yousaf Raza Gilani.
Questo approccio statunitense è stato per decenni il modello della cooperazione fra gli Stati Uniti e il Pakistan. Quello che costituisce la differenza di questi tempi è solo l’entità dei contributi statunitensi.
Lo stato d’animo del popolo, sia in Afghanistan che in Pakistan, è diventato progressivamente ostile all’aumentare del numero di vittime locali. Sono manifestazioni di collera delle popolazioni gli attacchi ben pianificati contro centri di rifornimento della NATO nell’area di Peshawar e contro convogli militari nella strada che collega il Pakistan all’Afghanistan.
Per rendere la situazione ancora più complessa, il servizio segreto del Pakistan, l’ISI, continua a fare un abile doppio gioco nel nord del Pakistan e attraverso il confine con l’Afghanistan, cooperando sia con le autorità statunitensi che con i gruppi locali. 
Qual è stato il ruolo delle Nazioni Unite nella crisi AfPak? Presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU non è avvenuta alcuna discussione in merito e sono state destinate in modo limitato assistenza umanitaria e risorse per la ricostruzione nazionale.
L’ONU e le sue agenzie sono state attive nell’occuparsi dei profughi da entrambe le parti del confine. Comunque, tanto i dirigenti dell’ONU che quelli della NATO hanno elogiato la cooperazione tra l’Organizzazione mondiale e l’Alleanza.
Kai Eide, il coraggioso Inviato Speciale delle Nazioni Unite per l’Afghanistan, che avrebbe dovuto lasciare il suo ufficio in marzo [N.d.tr.: Le dimissioni del capo della missione Onu in Afghanistan, annunciate con quattro mesi di anticipo sulla scadenza naturale del mandato, il norvegese Kai Eide si dimette il 12 dicembre 2009, sono la ciliegina sulla torta di uno sfilacciamento generale dell'opzione “civile”, già messa a dura prova dalla marcia indietro di Obama suggellata dalla decisione di inviare 30mila nuovi soldati americani cui si aggiungerebbero altri 10mila uomini Nato tra cui mille italiani.], nel dicembre 2009 dichiarava al Consiglio di Sicurezza dell’ONU che, a suo parere, l’Afghanistan straziato dalla guerra si trovava sull’orlo di diventare incontrollabile.    A livello politico, durante gli anni dell’amministrazione Bush, l’ONU aveva rivestito un ruolo poco più di legittimazione della presenza della NATO in Afghanistan.
Questo non deve sorprendere, visto che il presidente Bush non ha dato molto spazio al multilateralismo, né in Iraq né in Afghanistan.
Una conoscenza dell’amministrazione statunitense geo-strategicamente limitata si è palesata in una grave sottovalutazione del peso politico della Russia e dei paesi confinanti con l’Afghanistan, come la Cina, i paesi dell’Asia centrale e l’Iran.
L’amministrazione Bush semplicisticamente riteneva che la superiorità militare degli Stati Uniti fosse bastante a promuovere la causa in Afghanistan, a diffondere nell’area il pluralismo e a marginalizzare la Russia.
In assenza di una strategia, gli USA avevano solo obiettivi politici limitati. Il governo Bush cercava di rafforzare la struttura dell’esercito e della polizia dell’Afghanistan e provvedeva al loro addestramento. Questo non è differente dall’approccio statunitense in Iraq.
Per di più, molti analisti e specialisti di intelligence venivano inviati in Afghanistan per cercare di dare la caccia ad Al-Qaida e ai Taliban.
Durante questi anni, la produzione di oppio in Afghanistan ha raggiunto nuovi record.
L’Ufficio dell’ONU per le Droghe e il Crimine con sede a Vienna valutava che nel 2008 i campi di papavero afghano avevano reso qualcosa come 8.000 tonnellate di oppio. La reazione degli Stati Uniti oscillava da un atteggiamento di laissez-faire alla distruzione di raccolti e laboratori. Poco veniva fatto per promuovere la sostituzione dei raccolti e nulla per ridurre il consumo di oppio afghano all’estero. I mezzi di sostentamento dei contadini dell’Afghanistan e le loro tradizioni venivano completamente ignorati.   
L’amministrazione Obama nella regione AfPak – opportunità per una risoluzione
È ancora troppo presto per trarre delle conclusioni sulle politiche della nuova amministrazione degli Stati Uniti rispetto alle problematiche dell’area Afghanistan e Pakistan. Quello che si può dire è che la barra delle ambizioni statunitensi è stata abbassata.
Nel suo discorso del giugno 2009 al Cairo il presidente Obama sottolineava come “nessun sistema di governo può essere imposto da un qualche paese ad un altro paese”.
Tuttavia nulla veniva detto su come portare democrazia, libertà e diritti umani in Afghanistan.
Gli obiettivi dichiarati dal governo Obama, non dissimili da quelli del governo Bush, sono lo smembramento, lo smantellamento e la sconfitta di al-Qaida e dei Taliban e quello di garantire che i paradisi sicuri per questi gruppi in Afghanistan e in Pakistan non costituiscano più a lungo una minaccia per gli Stati Uniti.
Comunque, è importante sottolineare come la retorica del presente governo statunitense e la sua sensibilità di interagire con le problematiche della regione sono decisamente più positive e costruttive rispetto al modo di porsi dei governi precedenti.
Esiste il proposito di collaborare con i Taliban “moderati”, qualsiasi cosa questo comporti.
I giorni della parola d’ordine “Noi li staneremo dovunque essi siano” sono finiti. Basti considerare l’osservazione conciliante del Segretario di Stato Hillary Clinton: “I soggetti che noi adesso combattiamo, li abbiamo addestrati noi venti anni fa. Dobbiamo essere prudenti – stiamo raccogliendo quello che abbiamo seminato!” 
Di tutto rilievo è l’atteggiamento più duro che gli Stati Uniti stanno assumendo con il governo Karzai di Kabul.
Un punto importante della posizione critica degli Stati Uniti si riferisce alla corruzione esercitata dal Gabinetto afghano e dal suo troppo esteso sistema burocratico. Sono state sospese le video-conferenze bisettimanali tra i presidenti statunitense ed afghano che avevano luogo nei giorni dell’amministrazione Bush.
Il presidente Obama insiste: “Dobbiamo ascoltare le voci degli Afghani”. Ed in Afghanistan non mancano proprio le voci. Recentemente, un abitante di un villaggio afghano rimarcava: “Noi desideriamo amici, non padroni. Le priorità devono essere priorità per gli Afgani. I diritti importanti ora per noi sono l’agricoltura e l’istruzione.”
In una lettera indirizzata al Presidente Obama, un Taliban afghano ha scritto: “Noi vogliamo che lei ripudi le politiche guerrafondaie della precedente amministrazione statunitense e ponga fine alle guerre anti-umanitarie in Iraq (!) e in Afghanistan.”
Si sono sentite anche voci dal Pakistan sulla crisi AfPak. Un Chitrali, che vive nelle vicinanze del confine afghano, arrabbiato faceva rilevare: “Prego, bisogna fare opportune distinzioni fra atti di terrorismo, atti di criminalità e azioni di protesta locali dopo decenni di promesse mai mantenute dal governo per una migliore fornitura dell’acqua, per strutture sanitarie e per la risoluzione delle controversie territoriali.” 
Inoltre, si fanno sentire voci dal governo e dall’esercito del Pakistan, che chiedono che gli Stati Uniti dovrebbero comprendere le necessità di sicurezza del Pakistan ed invertire la loro politica di favore nei confronti dell’India.
La retorica del presidente echeggia queste voci. La sua sfida è di tradurre le sue prese di posizione in azioni tangibili. E non è affatto garantito che le operazioni usamericane nella regione AfPak non possano diventare il tallone di Achille di Obama.
Obama non prevede l’opzione del ritiro delle truppe dalla regione AfPak.
Da quando la nuova amministrazione è entrata in carica, tre riviste di strategia militare sono state pubblicate di seguito, dal consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti generale Lute, dal capo dello Stato Maggiore ammiraglio Mullen e dal generale Petraeus, capo del Comando Centrale delle Forze statunitensi.
Intanto il contingente militare degli Stati Uniti in Afghanistan è aumentato di 30.000 unità, con un aumento delle perdite usamericane che a metà gennaio 2010 arrivano quasi a 1000 caduti. Finalmente, dai comandanti usamericani sono stati mesi in atto tentativi per ridurre al minimo le perdite di civili. Lo scorso anno, Robert Gates, ministro della difesa degli Stati Uniti affermava: “L’uccisione accidentale di Afghani costituisce una delle nostre più gravi vulnerabilità strategiche.” In questa osservazione avrebbe dovuto includere anche le perdite civili del nord Pakistan.
Le operazioni di droni a cavallo del confine “hanno creato più nemici di quelli che si voleva eliminare”, questo il punto di vista di un consigliere militare straniero al generale Petraeus. Il numero esatto di vittime provocate dagli attacchi dei droni usamericani telecomandati non è ancora noto, ma certamente in aumento nelle aree tribali del Pakistan del nord.
Le due guerre statunitensi in Iraq e in Afghanistan hanno ridotto le potenzialità militari degli Stati Uniti ad un minimo storico. La crisi economica e finanziaria globale ha ulteriormente invalidato la libertà di azione usamericana.
Figure politiche importanti degli Stati Uniti, compreso il presidente Obama, hanno ribadito pubblicamente, senza mai fare riferimento all’accresciuta incapacità statunitense, che il governo degli Stati Uniti si aspetta dall’Europa un significativo aumento del sostegno economico e militare per le operazione nell’area AfPak.
Queste aspettative costituiscono un test importante sulla consistenza dei vincoli delle relazioni transatlantiche, dal momento che l’Europa verosimilmente sta eludendo queste aspettative. Gli alleati europei della NATO sono effettivamente sottoposti a forti pressioni politiche nel loro ambiente domestico, tali da riconsiderare la loro partecipazione all’avventura AfPak.
Immediatamente prima della conferenza di Londra sull’Afghanistan (28 gennaio 2010), il ministro della difesa della Germania, Theodor zu Guttenberg, puntualizzava come la Germania avrebbe presentato alla conferenza una strategia unilaterale per l’Afghanistan per un “maggior impegno per la ricostruzione e la formazione professionale nazionale”.
Il ministro degli esteri Guido Westerwelle minacciava anche di boicottare la conferenza, se l’incontro di Londra si sarebbe limitato solo ad un dibattito sui contributi addizionali di truppe.
In precedenza, aveva dichiarato al Parlamento germanico che, solo quando obiettivi e strategia fossero stati chiariti in modo definitivo, allora sarebbe stato possibile considerare per l’Afghanistan il problema di “contenuto” ( in linguaggio diretto, la questione dell’aumento di truppe).
Risulta anche interessante il fatto che nel suo discorso aveva fatto riferimento alla delicata questione di un eventuale ritiro di truppe dall’Afghanistan. Non sarebbe stata una sorpresa se a seguito della riunione di Londra, si fosse scoperto che le sue dichiarazioni erano state puramente un abile mossa politica del governo tedesco per preparare l’opinione pubblica ad un prossimo incremento nel dispiegamento di truppe tedesche in Afghanistan.
È importante considerare qui che resta da vedere se il presidente Obama sia in grado di trovare persone con autentica conoscenza delle questioni nell’area specifica. Il suo inviato speciale, Richard Holbrooke, ha dato dimostrazione evidente di non rientrare in questa categoria. Un consigliere deputato alla sicurezza nazionale, responsabile per l’Afghanistan, che di recente si è dimostrato completamente ignaro della molto discussa linea Durand ( il contestato confine fra Afghanistan e Pakistan, dal nome di Sir Mortimer Durand, ministro degli esteri nell’India britannica del 1893), non è molto affidabile!  
Le due amministrazioni degli Stati Uniti: dall’“entrata nei conflitti” all’uscita?
Mettendo a confronto l’approccio di Bush con quello di Obama rispetto alle problematiche che interessano l’Afghanistan e il Pakistan, si possono registrare prese di posizione del tutto consimili accanto a differenze significative. Entrambe le amministrazioni ritengono che la leadership degli Stati Uniti sia una pre-condizione per la pace, il benessere e la democrazia nel mondo. Qualsiasi alternativa alla leadership statunitense sarebbe fonte di anarchia internazionale.
Entrambe le amministrazioni hanno sperimentato il dispiegamento di truppe di rilevante entità, l’equilibrio fra le operazioni militari e civili e l’allargamento di negoziati a livello regionale e locale.
Evidente nelle due amministrazioni il deficit di conoscenza geo-strategica.
Comunque, il presidente Obama e la sua squadra riconoscono queste carenze e stanno tentando di porvi rimedio. Questo riguarda il confronto che si sta profilando fra la NATO e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, le divisioni etniche e religiose in Afghanistan e in Pakistan, le delicate situazioni locali trans-frontaliere e, naturalmente, gli interessi particolari di Iran ed India in Afghanistan.
Per ultimo, in entrambe le amministrazioni era presente la convinzione che il meccanismo di un aumento impetuoso del livello delle truppe statunitensi impegnate sul campo per uno specifico periodo di tempo avrebbe comportato una soluzione militare.  
Sembra che l’amministrazione Obama abbia cominciato a domandarsi se un intervento fondamentalmente militare possa risolvere la crisi nella regione AfPak.
Entrambi i governi si sono dimostrati consapevoli della situazione potenzialmente pericolosa di un Pakistan come potenza nucleare e hanno impegnato le autorità pakistane negli sforzi per intensificare la protezione delle strutture nucleari nel paese.
Le più importanti differenze negli approcci delle due amministrazioni si sono manifestate al livello retorico.
La disposizione del governo Obama ad ascoltare anche i protagonisti costituisce una differenza notevole rispetto alla precedente leadership a Washington. Una volta ancora, il dialogo e la diplomazia per gli Stati Uniti sono strumenti soddisfacenti nelle relazioni internazionali. Inoltre, l’attuale governo è più energico nel richiedere la ripartizione degli oneri politici, finanziari e militari.
Il presidente Obama è molto più orientato al multilateralismo che il suo predecessore e amerebbe vedere per le Nazioni Unite un ruolo più decisivo e una maggiore attenzione per lo sviluppo nell’area AfPak ed in altre regioni del mondo.
Le relazioni fra gli Stati Uniti e i governi dei paesi dell’Asia centrale come il Tajikistan, l’Uzbekistan, il Kyrgyzstan e il Kazakhstan si sono complicate con l’andar del tempo. L’attuale governo usamericano si rende conto della natura delicata di queste relazioni.
Visto che il Pakistan è divenuto parte integrale della crisi, ora gli Stati Uniti sono alla ricerca di una chiara definizione delle questioni nell’area AfPak, tenendo ben presente la necessità di proteggere le installazioni nucleari del Pakistan.
Nella lotta contro il terrorismo, si è aperto un nuovo fronte nello Yemen. Questo è avvenuto nella assenza completa di conoscenza da parte dell’opinione pubblica, fino all’arresto del 25 dicembre 2009 di Abdulmutallah, figlio di un banchiere nigeriano, che aveva tentato di far precipitare un jet delle linee statunitensi sulla città di Detroit. Il mondo veniva a sapere così che lo Yemen stava diventando un pericoloso covo di al-Qaeda e roccaforte usata per l’addestramento di giovani Musulmani, come questo Abdulmuttalah.
Così lo Yemen è stato annoverato dagli Stati Uniti, e naturalmente dalla NATO, nel conto dei punti caldi attorno al cerchio più interno dell’area AfPak, e in quella zona veniva ulteriormente elevato il livello complesso delle operazioni militari sotto copertura e in campo aperto.
Il presidente Obama si rende conto che sta scattando l’ora della politica sia a Washington che a Brussels e nelle altre capitali di Europa. Una presenza a tempo indeterminato degli Stati Uniti e dei loro alleati della NATO e i costi sempre crescenti, l’occupazione militare e il numero delle perdite, sia afghane che straniere, non sono più a lungo accettabili dai parlamenti e certamente non dalla pubblica opinione nei singoli paesi dell’Unione Europea.
Un diplomatico europeo, di cui si è conservato l’anonimato, è stato citato dai media per avere dichiarato: “Tutti noi, a porte chiuse, ci raccontiamo che prima ce ne andiamo dall’Afghanistan, meglio è!”
Inoltre è abbastanza sicuro che quelli che stanno nel cerchio più esterno al conflitto, i paesi dell’Asia centrale, la Cina e la Russia intensificheranno la loro resistenza ai progetti dell’Occidente in Afghanistan e Pakistan.
I piani provocatori della NATO di espandere la sua sfera di influenza, inglobando come membri i paesi dell’Est, e così completando l’accerchiamento della  Russia e della Cina, daranno origine solo ad ulteriori conflitti nell’area e provocheranno una ancor più pericolosa corsa agli armamenti, compreso lo sviluppo dei sistemi d’arma nucleari.
La Russia condivide a breve termine le preoccupazioni dell’Occidente nei confronti del fondamentalismo islamico, dei Taliban e della droga e per queste ragioni offre un qualche appoggio alla NATO, ad esempio consente il trasporto di materiali letali e non-letali attraverso il suo territorio per ferrovia o per via aerea. Questo non è in contraddizione con le fondamentali obiezioni della Russia alla presenza USA/NATO nel suo “cortile dietro casa”. I dirigenti della NATO dovrebbero tenere questo ben presente quando si lamentano del tiepido sostegno della Russia all’avventura della NATO. 
La fiducia in sé e la risolutezza in continuo crescendo della Cina concorrono a lanciare nuove sfide all’Alleanza occidentale in Afghanistan. Il comportamento della Cina alla Conferenza Climatica dell’ONU tenutasi a Copenhagen, la sua sfida alle politiche degli Stati Uniti e dell’Unione Europea verso l’Iran, l’audacia dei suoi programmi di investimenti civili in Afghanistan e, da non sottovalutare, la recente decisione di partecipare con la sua marina militare al pattugliamento delle acque territoriali della Somalia sono indicatori di un più diretto e palese interventismo cinese nelle future crisi globali, compresa questa dell’Afghanistan.   
 
L’urgenza di un cambiamento
L’amministrazione Obama ha avuto una buona partenza in politica estera. Le opportunità di andare oltre le intenzioni per la risoluzione dei conflitti globali, compreso quello che interessa l’area AfPak, non si presenteranno per più di tanto tempo. Queste possibilità devono essere afferrate senza indugio.
Il discorso di Obama del 1o dicembre 2009 su una nuova politica degli Stati Uniti nei confronti dell’ Afghanistan fornisce ulteriori chiarimenti su queste intenzioni e dà conferma delle politiche precedenti, negando sicurezza ai rifugi di Al Qaeda e dei rivoltosi Taliban, arrestando l’impeto dei Taliban, impedendo la caduta del governo afghano e rafforzando le forze militari e di polizia dell’Afghanistan.
Si suppone che l’arrivo in aggiunta di 30.000 uomini di truppa statunitensi e un’addizionale di 7.000 uomini delle truppe della coalizione possano favorire il meccanismo del cambiamento.
La novità nella proposta di Obama consiste nella maggior condivisione delle responsabilità con le autorità civili e militari dell’Afghanistan non solo a livello centrale, a Kabul, ma anche a livello regionale e, in modo particolare, a livello locale “per creare le condizioni per il trasferimento totale delle responsabilità agli Afghani” e per intensificare le relazioni degli Stati Uniti con il vicino   Pakistan.
Quello che manca è una conferma da parte del governo degli Stati Uniti di avere compreso la vitale importanza di portare tutti quelli dei cerchi esterni ed interni al conflitto a discutere insieme alternative alla fallimentare opzione militare e come possa essere promossa in Afghanistan la ricostruzione nazionale sulla base di misure che rendano solida una durevole fiducia.
La crisi nella regione AfPak e in altre aree richiede un dialogo universalmente coinvolgente e di vasta portata. La comprensione da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati occidentali delle cause del fondamentalismo islamico nell’area AfPak e in altre parti del mondo deve essere considerata come pre-requisito di avanzamento.    
(Questo documento si basa su una relazione presentata dall’autore nel giugno 2009 su invito dell’Istituto del Lussemburgo per gli Studi europei ed internazionali)  

[1] ‘Corruzione’ è un termine che sfortunatamente viene usato dappertutto in maniera semplicistica ed indifferenziata. Non si tiene in conto delle differenti forme che la cosiddetta “corruzione” assume, dal semplice favoritismo che si basa sulle tradizioni locali agli atti moderni di disonestà criminale. Non è possibile un unico approccio nel considerare il comportamento degli Afghani, che i politici stranieri descrivono per loro comodità con “corruzione”.    

domenica 1 novembre 2009

L'America, i preservativi e i taliban



di M.K. BHADRAKUMAR, 23/10/2009. Tradotto da Manuela Vittorelli, Tlaxcala
Originale: America, condoms and the Taliban
I pakistani usano una metafora grossolana quando vogliono mettere sulla difensiva i loro interlocutori americani. Dicono che gli Stati Uniti hanno usato il Pakistan come un preservativo, limitandosi a gettarlo via quando non serviva più, come era successo varie volte ai tempi della Guerra Fredda. Così facendo chiedono agli americani di essere costanti nella loro amicizia.
Gli afghani finiranno per provare gli stessi sentimenti. Bastava dare un'occhiata alla CNN martedì pomeriggio per vedere l'espressione di disagio stampata sulla faccia del Presidente afghano Hamid Karzai quando ha annunciato che gli erano stati tolti i voti che gli avrebbero dato la vittoria nelle elezioni presidenziali, e che il ballottaggio con Abdullah Abdullah si sarebbe svolto il 7 novembre.

Si è verificato un incidente culturale. A quanto pare agli americani non importava quanto fosse grave per un capo Popolzai essere costretto ad ammettere la sconfitta davanti al suo popolo.

Fino allo scorso fine settimana Karzai aveva ribadito che non avrebbe accettato interferenze straniere al momento di decidere i risultati delle elezioni, dopo essersi proclamato vincitore al primo turno svoltosi in agosto. Martedì ha ritrattato pubblicamente senza offrire spiegazioni. Karzai ha fatto un passo indietro, resosi conto di aver irrecuperabilmente perso quella gravitas che gli è necessaria per governare in Afghanistan.

John Kerry, presidente della Commissione del Senato degli Stati Uniti per le Relazioni Estere, si sarebbe presentato al palazzo presidenziale e avrebbe messo sotto pressione Karzai per ben 72 ore per convincerlo a rinunciare a proclamarsi vincitore. Venerdì il Segretario di Stato Hillary Clinton aveva parlato al telefono con Karzai per 40 minuti; il Primo Ministro britannico Gordon Brown aveva chiamato tre volte da Londra; il Ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner era corso a Kabul per partecipare allo sforzo di persuasione (e per vedere se vi fosse un futuro per Abdullah, uno dei “Panjshiri boys” prediletti dalla Francia); e anche il segretario generale delle Nazioni Unite

Ban Ki-moon e il segretario generale dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, Anders Fogh Rasmussen, avevano diligentemente contribuito da New York e Bruxelles alla campagna per far sì che Karzai firmasse il suo necrologio politico.

Nel loro trionfalismo, però, le capitali occidentali non hanno capito che gli afghani non rispetteranno neanche chi è incapace di offrire una stabile amicizia. La questione non è più se Karzai fosse efficiente o corrotto. La questione è la percezione afghana secondo cui gli occidentali trattano i loro amici come preservativi usati.

Questo avrà delle conseguenze sulla tanto reclamizzata strategia di “afghanizzazione”. Di certo una “afghanizzazione” del conflitto nell'Hindu Kush avrebbe dovuto incentrarsi sul potere fallico di un maschio alfa – in senso figurato, naturalmente –, possibilità oggi irrealizzabile. Chiunque vincerà il ballottaggio del 7 novembre avrà comunque l'onere di essere considerato un fantoccio americano, e questo erode la strategia di “afghanizzazione”.

Probabilmente l'unica “afghanizzazione” praticabile era quella intrapresa da Karzai, e passava attraverso alleanze con comandanti locali, signori della guerra, malik (capi) tribali e i mullah. L'“afghanizzazione” dipendeva da una figura pashtun in grado di collegare e coordinare tutte queste forze. Tra Karzai e Abdullah la scelta è limitata, e quella figura può essere incarnata solo da Karzai.

Il teatrino svoltosi a Kabul nel fine settimana (sorprendentemente lodato dal Presidente americano Barack Obama) sottolinea il fatto che gli Stati Uniti in Afghanistan non stanno cercando una struttura di potere forte. Tutti i discorsi sui brogli elettorali e sul ballottaggio raccomandato dagli osservatori delle Nazioni Unite sono sciocchezze. Per dirla con l'autore pakistano Tariq Ali, "Nelle montagne dell'Hindu Kush dev'essere risuonata la risata dei Pashtun”.

State certi che anche il secondo turno sarà largamente contrassegnato dai brogli. Ban ha dichiarato alla BBC che le Nazioni Unite vogliono il “licenziamento” di 200 funzionari elettorali (su un totale di 380) per rendere “credibile” il ballottaggio. Chi, di grazia, li sostituirà e verificherà le credenziali delle altre migliaia di addetti ai seggi? E il tutto nei prossimi quindici giorni, cioè il tempo che resta alle Nazioni Unite per organizzare il ballottaggio.

Se così stanno le cose, perché tutto questo parapiglia attorno a Karzai, privato della maggioranza assoluta al primo turno per un esiguo 0,3% dei voti? Il fatto è che gli Stati Uniti temevano che Karzai potesse diventare una spina nel fianco se fosse stato eletto con le sue forze e con l'aiuto dei suoi alleati di coalizione messi insieme di riffa o di raffa. Potrebbe sembrare una contraddizione, dato che la guerra è ormai quasi persa. Ma c'è una spiegazione logica.

È prevedibile che gli Stati Uniti stiano per avviare un deciso sforzo per cooptare i taliban. I preliminari sono cominciati. Si prevede che agli elementi taliban verrà consentito di riempire il vuoto nelle strutture di potere locali.

Questa possibilità si aprirà il prossimo anno in occasione delle elezioni locali. Significativamente, gli Stati Uniti hanno chiesto al Giappone di stabilire una presenza militare nel sud dell'Afghanistan. (Il Giappone aveva tenuto aperta una linea di comunicazione con i regime dei taliban a Kabul.)

L'amministrazione Obama sta adottando un approccio revisionista nei confronti dei taliban. Bisogna ammettere che Obama non ha motivo di covare intenzioni di vendetta nell'Hindu Kush come il suo predecessore otto anni fa. Nel suo libro intitolato Bush At War, Bob Woodward ha scritto che fu proprio la questione se i taliban dovessero essere considerati il nemico degli Stati Uniti a dominare le discussioni alla Casa Bianca e a Camp David nelle critiche settimane successive all'11 settembre 2001, prima che le forze speciali statunitensi penetrassero in Afghanistan alla fine di ottobre.

Si è chiuso il cerchio di quella discussione durata otto anni. È vero, i taliban non sono necessariamente nemici dell'America. Né andrebbero esclusi dalla vita politica del loro paesi. Probabilmente, inoltre, i taliban erano stati spinti a ricorrere ad al-Qaeda dopo aver lungamente e pazientemente atteso un riconoscimento da parte degli Stati Uniti che non giunse mai. Perciò, se i taliban non costituiscono una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti e se recidono i legami con al-Qaeda, Obama potrebbe essere disposto a considerarli senza pregiudizi.

Pare che vi abbia accennato il guardiano di Obama, Rahm Emanuel, nella sua intervista di domenica alla CNN:
Si è letteralmente finiti in una situazione, c'è un altro modo di agire? E il presidente sta ponendo le domande che non sono mai state fatte... E prima di impegnare delle truppe, cosa che non è irreversibile ma va in una certa direzione, prima di prendere questa decisione ci sono delle domande che esigono risposte e che non sono mai state fatte... Ed è chiaro che dopo otto anni di guerra significa praticamente partire da zero, e quelle domande non sono mai state fatte... Quali sono le relazioni all'interno dei taliban? Ci sono diversi tipi di taliban? È su questo che si sta concentrando l'analisi.
Riassumendo, Obama con l'“afghanizzazione” del conflitto aveva due possibilità. Una era la strada presa da Karzai alleandosi con i “signori della guerra”, che lo ha reso una figura cruciale. Ma Washington può scegliere una strategia d'uscita imperniata su una progressiva “talibanizzazione” della struttura di potere locale afghana. Karzai II potrebbe essersi appena accorto di non essere affatto indispensabile agli americani.

giovedì 29 ottobre 2009

California, “primo degli Stati Uniti in fallimento”? I tagli profondi spingono i Californiani sull’orlo del precipizio


di Bob Reynolds. Tradotto da Curzio Bettio, Tlaxcala
Originali: California: America’s first failed state? & Deep cuts push Californians to edge




Ormai, molti Californiani fanno affidamento solamente su sussidi alimentari, fra disoccupazione in aumento e tagli alle prestazioni della previdenza e sicurezza sociale.

Foto Getty Images

Alla domenica mattina, presso la congregazione metodista  della Glide Memorial United Methodist Church nel distretto degradato Tenderloin di San Francisco, il tempio vibra sempre di musica gospel di vecchia scuola.
Il Pastore Cecil Williams dichiara: “È cosa proprio buona stare tutti insieme.” La sua è una congregazione di gente tanto diversa – bianchi e afro-americani, stravaganti e seriosi, giovani ed anziani.
Per quarant’anni il Pastore Williams è stato un sincero patrocinatore della causa dei poveri e degli emarginati della città.  Di recente, in una splendida domenica di ottobre, pronunciava un sermone sulla compassione e la necessità di una giustizia sociale. Williams si rivolgeva così al suo gregge : “Voi ribadite con fermezza la vostra identità quando vi mettete dalla parte di coloro che stanno nel bisogno. E allora potete affermare che state andando nella direzione del mutamento di questo vecchio mondo per un mondo nuovo.” 
Ma in questi giorni in California si prospetta un nuovo mondo ben duro! Uno Stato, fino a questo momento sinonimo di opportunità e prosperità, di sole caldo e surf, di Hollywood e Disneyland, è piombato in tempi amaramente difficili.
 
“La terra delle opportunità”

Per avere un immediato riscontro di questo non occorre andare molto più lontano del seminterrato della chiesa, dove vengono distribuiti gratuitamente pasti ai senza casa e alle persone povere che hanno fame, come Robert Shirley. Robert è stato occasionalmente per mesi senza tetto, e così afferma: “La California era la terra delle opportunità. Qui era possibile cavarsela. Eh, mi dispiace, ma la  California non è più in questa condizione.”

Nell’ultimo anno, il numero di pasti distribuiti dalla congregazione è balzato del 21%. Il Pastore Williams dichiara che la tipologia degli assistiti della cucina gratuita è mutata drasticamente.
 
“Costoro, poco tempo fa, erano persone che andavano in giro con la ventiquattrore, persone che vestivano buoni abiti, persone che vestivano in modo veramente elegante e facevano parte della classe media. Ed ora li stiamo vedendo che si mettono in coda. E, naturalmente, questo ha dello sbalorditivo.”

La California è il paese che occupa nella graduatoria per importanza dei sistemi economici l’ottava posizione nel mondo, ma la percentuale di disoccupazione supera il 12%, la più alta negli ultimi 70 anni.  
Milioni di persone hanno perso le loro abitazioni, quando la bolla speculativa immobiliare è esplosa. Milioni ancora sono stati spinti nella condizione di povertà dalla recessione.

In luglio, l’Assemblea Legislativa dello stato disputava per settimane su come colmare un buco di bilancio di 26 miliardi di dollari. Invece di aumentare le tasse alle grandi compagnie o ai ricchi, l’accordo di bilancio che risultava per andare alla firma di Arnold Schwarzenegger, il Governatore repubblicano dello stato, prevedeva profondi tagli alla spesa pubblica, licenziando decine di migliaia di lavoratori statali.

Sono stati ridotti i finanziamenti per l’istruzione, in concomitanza con la grande crescita di domanda di insegnamento, e così si è fatto esplodere uno sciopero degli studenti delle facoltà universitarie delle università pubbliche della California.

 Sono stati abbattuti i programmi in favore degli ex carcerati e dei detenuti in libertà condizionale. Per di più è stata sistematicamente stracciata la rete di sicurezza sociale per la cura della salute e dei servizi sociali per i poveri, i bambini e gli anziani, i membri della società più deboli e con scarso potere di farsi sentire.
Con tristezza, il Pastore Williams aggiunge: “ Le persone che stanno per essere raggiunte e colpite anzitutto saranno i meno abbienti, quelli che sono in grande necessità; costoro non vengono considerati esseri umani.”
Lo Stato “che sta abbandonando i suoi cittadini più poveri”

In Pleasant Hill, un quartiere periferico di San Francisco, ho incontrato una straordinaria giovane donna di nome Amy Fedeli. Di solo 24 anni, ha riposto nel cassetto il suo sogno del college ed una carriera di infermiera professionale per accudire la nonna di 75 anni, Margaret, e la nipotina di sette anni, Emilia.
Amy sta tenendo fede ai propri doveri con le persone a lei più care in uno stato che sistematicamente sta abbandonando i suoi più poveri e le persone più deboli.

Margaret, la nonna, sofferente per un disturbo neurologico e per una forma lieve di demenza, è troppo fragile per essere lasciata a casa da sola, e però Amy deve recarsi ugualmente al lavoro presso una società di registrazioni di cartelle cliniche.

La signora stava seguendo un programma di cure diurne per adulti finanziato dallo stato dove poteva essere sottoposta a terapie ergonomiche, di controllo generale della salute, e per avere la possibilità di interazione con gli altri e conservare vigili le sue facoltà mentali.
Ma nello sforzo di ridurre gradualmente il deficit di bilancio, la California ha tagliato molti programmi dedicati agli anziani indigenti. Le nuove norme vorrebbero limitare ai più anziani le cure mediche diurne per soli tre giorni alla settimana. Questo costituisce un grosso problema per la famiglia Fedeli. Senza l’assistenza medica giornaliera al centro per anziani, Amy ritiene che  Margaret non abbia molte possibilità di sopravvivere a lungo. “Probabilmente dovrebbe finire in una casa di cura. Forse potrebbe morirne, Dio ce ne guardi!”

Per curare Margaret, Amy dovrebbe abbandonare il suo impiego, lasciando la sua piccola famiglia senza alcun reddito. Cosa ha spinto Amy ad assumersi tanta responsabilità a così giovane età?
“Cosa posso dire!? Questa è la mia famiglia; la vostra famiglia, voi siete attaccati alla vostra famiglia – questo è tutto!”

Politiche dello stato “ad un punto morto”

Una ricusazione legale ha temporaneamente bloccato alcuni dei tagli all’assistenza medica per gli anziani. Ma Schwarzenegger sta tentando con cavilli legali di rovesciare l’ordinanza del tribunale e di reintrodurre i tagli.
 
Donna Calame, che dirige un programma statale che fornisce agli anziani cure domiciliari, mi illustra bene le posizioni di Schwarzenegger, che le decisioni della magistratura stanno rendendo furioso. 
In un’intervista, Donna afferma: “Per me, tutto questo è decisamente osceno! Noi siamo uno stato ricco. Penso che quello che sta capitando in California sia dovuto, per me, a quei ricchi che hanno fatto le scelte di quest’anno, e ciò è moralmente riprovevole.”  

I critici sottolineano come i politici della California siano arrivati ad un tale “punto morto”, il governo sia così poco funzionale, che può succedere che la California sia dichiarata primo stato fra gli Stati Uniti in fallimento.

Il corpo legislativo dello stato è reso impotente da una normativa che richiede il voto di maggioranza di due terzi per aumentare le tasse e mettere questo a bilancio. Questo rende la transazione praticamente impossibile.

Ho chiesto all’analista politico Sherry Bebitch Jeffe dell’Università della California del Sud cosa sia sbagliato per la California. Bebitch Jeffe lamenta: “Il problema per la California è che siamo diventati politicamente così polarizzati che non possiamo convenire su qualcosa senza farne un affare di stato. In un certo qual modo, il bene pubblico, come concetto di buon governo, in questo stato è scomparso.”

Il fallimento del governo della California ha generato un profondo cinismo fra la gente.

Ritornando alla coda per la minestra, Robert Shirley indirizza uno schietto monito alle persone al governo del Golden State, dello Stato d’Oro.
“Se i nostri uomini politici non si toglieranno dalla testa le loro asinerie, questo stato, mettiamola in questa maniera, sta incamminandosi ad essere tale che molti dei paesi del Terzo Mondo vedranno un destino migliore della California.” 

I tagli profondi spingono i Californiani sull’orlo del precipizio
La recessione ha colpito la California duramente, con un tasso di disoccupazione al 13%.



Foto GALLO/GETTY

Viene chiamato “Tortilla Flats”, Pian della Tortilla, un agglomerato disordinato di tende e baracche che si estende fra un marciapiede e un appezzamento di terra libero, direttamente nel centro di Fresno, una città di 500.000 abitanti nella Central Valley della California.
La tendopoli, che richiama alla mente le “Hoovervilles” dell’epoca della Grande Depressione descritte dallo scrittore John Steinbeck nel suo romanzo The Grapes of Wrath, un classico della letteratura americana,  (in italiano tradotto con il titolo Furore), è il rifugio di una popolazione senza fissa dimora di quasi 70 persone.
Qui è dove incontro una coppia di nome Kerry e John. Non rispondono alle mie domande facendo riferimento ai loro cognomi. Loro vivono in una tenda ristretta per due persone ingombra di coperte e vestiario. Entrambi sono nativi della Valley. Ed entrambi, per la prima volta nella loro vita, si trovano nella condizione di senza casa.
Kerry era un’insegnante di asilo, fino ad un anno fa, quando il mondo le è crollato addosso.
Lei mi dichiara: “Mi sono ammalata. Colite ulcerosa. Ho finito di perdere il lavoro e sono finita qui. Si è esaurito il denaro ed è scaduta l’assicurazione medica, e questo è quello che mi è successo.” 
John, un giovane riservato che di solito lavorava come barbiere, mi ha raccontato una storia piena di divagazioni di brutti licenziamenti, di datori di lavoro disonesti e di impieghi che non sono andati per il verso giusto. Ora passa il tempo giocando con due piccioni che tiene liberi e ammaestrati come animali da compagnia.
Mi dice: “Si arriva ad un punto in cui il tempo non ha più alcun significato. Il tempo è solo tempo. Noi stiamo soltanto aspettando una grande occasione, una opportunità di ricostruire le nostre vite.” 
Campi di senzatetto come questo sono sorti in molti posti per tutta la California. In questi posti le persone hanno formato dei tipi di comunità, completi perfino di “municipalità” di anziani che si incontrano di sera. Molti di coloro che vivono nei campi sono dei senzatetto da sempre con problemi mentali o di droga e di alcool. Ma molti altri sono ex appartenenti al mondo del lavoro e membri della classe media che sono precipitati dalla scala economica. 
Kerry ribadisce: “Quando arrivi qui e ti riduci così, è effettivamente uno shock. Tu non sai se la gente si mostrerà amica o no. Per fortuna, ci sono persone ospitali. Ma dovunque ti guardi ci sono pericoli. Specialmente alla notte.”
  
Miseria concentrata
Mark Arax, un residente di terza generazione che ha scritto diffusamente su temi riguardanti la Central Valley, mi ha accompagnato in un giro in macchina per le campagne intorno a Fresno.  Vigne pesanti di grossi grappoli di uva da tavola, una distesa che si perde a vista d’occhio, fra vasti frutteti di mandorli, pistacchi e fichi. Arax osserva: “Noi ci troviamo nella zona agricola più ricca al mondo. E però la povertà qui è dappertutto. Fresno ha una concentrazione di povertà più di qualsiasi città della California. New Orleans sta al secondo posto. Sembra paradossale a vedere questo posto, questa fertilità e ricchezza fianco a fianco con la miseria.”

Problemi sanitari
Un altro paradosso: nell’ambiente culturale della Valley, dominato dal fast-food e dall’automobile, il più grosso problema sanitario per gli indigenti non è la fame, ma l’obesità.
Genoveva Islas-Hooker dirige a Fresno il Programma Centrale per la Prevenzione dell’Obesità nella Regione California. Lei mi accompagna nella arteria di maggior traffico della città, denominata “Kings' Canyon”. Un traffico intenso di macchine attraverso chilometri e chilometri di punti vendita di McDonald's, Kentucky Fried Chicken, e Pizza Hut.
La Islas-Hooker mi faceva osservare: “Noi amiamo muoverci in questo ambiente obesogenico, un ambiente che effettivamente induce all’obesità”.
Il fast food pieno di grassi e di zuccheri, troppo salato e piccante, per la povera gente risulta essere in effetti il più economico per sfamare le loro famiglie piuttosto che i vegetali e i cereali più salutari. 
I programmi governativi di aiuti alimentari accentuano questa situazione distribuendo cibi ipercalorici, come formaggio, latte e pane. E la forma irregolare della Valley, l’assenza di spazi pedonali e l’insufficienza di terreni di gioco e di parchi scoraggiano l’esercizio fisico. In più, l’intensa attività criminale e delle gang induce molti genitori preoccupati a tenere i bambini a casa, parcheggiati davanti alla TV, magari con un litro di qualche bevanda gassata piena di zucchero. I disturbi fisici collegati all’obesità sono saliti alle stelle.
Islas-Hooker mi dice che i medici vedono bambini nei loro primi dieci anni di vita con due tipi di diabete, di malattie normalmente riscontrate in persone quarantenni e cinquantenni.
“Stiamo parlando di disturbi cardiaci, di alcuni tipi di cancro che sono strettamente associati con l’obesità, l’ipertensione, il diabete, tutto direttamente collegabile all’obesità.”
“Questi sono dei killers. La gente sta morendo!”
Le cure sanitarie ridotte brutalmente
Ora, a causa di non indifferenti tagli di bilancio, la California ha ridotto nettamente i programmi di cure sanitarie per i meno abbienti. Queste riduzioni hanno riguardato importanti sforbiciate al programma di assicurazione statale e al programma “Healthy Families (Famiglie Sane)”, che è destinato ai lavoratori indigenti.   
Inoltre sono stati eliminati l’assistenza integrativa per i ciechi e i disabili e i centri sanitari diurni per i pazienti del Morbo di Alzheimer.
A Merced, a nord di Fresno, ho incontrato Mike Sullivan, CEO (Direttore Generale) dell’istituzione sanitaria non-profit “Golden Valley”, che vede operative 33 cliniche a costo contenuto per pazienti privi di assicurazione medica ed impoveriti. Molti dei clienti della Golden Valley sono braccianti immigrati o immigrati privi di documenti provenienti dal Messico. 
Descrivendo i tagli approvati dal Governatore Arnold Schwarzenegger, Sullivan ha commentato: “Lui ha tagliato le prestazioni mediche fornite dalla sicurezza sociale, ha eliminato direttamente programmi come quello destinato ai lavoratori della terra ed un altro programma per i poveri della California privi di assicurazione. Questo è stato devastante per la Golden Valley e per tutti coloro che provvedono alla rete di sicurezza per le cure sanitarie in questo stato.”
L’“abbandono” governativo
Sullivan ha aggiunto di essere preoccupato per l’atteggiamento del governo dello stato verso la gente interessata dai programmi che sono stati tagliati. Vi sono state poche discussioni o considerazioni degli effetti che i tagli avrebbero avuto sulla vita delle persone.
Quando ho suggerito che poteva venire alla mente la parola “abbandono”, Sullivan ha replicato: “Ma certamente! Penso che sia un buon modo di inquadrare il tutto.”
Mark Arax fa risalire le radici dell’attuale crisi della California indietro nel tempo, a più di trent’anni fa, quando i votanti in un referendum statale avevano impedito la competenza del governo ad innalzare le imposte patrimoniali : “Uno stato tanto complicato e vasto come questo non può essere gestito senza tasse. Il governo ha bisogno di capacità di tassazione. E quando noi abbiamo perso queste imposte sui patrimoni abbiamo perso la grande base che è stata utilizzata per costruire le dighe, le autostrade e l’importante sistema educativo dell’Università di California. Stiamo assistendo ora ai tempi più duri che mai si sono verificati da tre o quattro generazioni. La potenzialità di sistemare questo, la capacità da parte del governo di mettere un rimedio a questo sta diventando sempre più improbabile. Noi siamo rovinati in maniera veramente profonda.”
Ritorniamo a Tortilla Flats, il sole sta quasi tramontando. La notte è il momento peggiore, così mi avevano confessato John e Kerry, quando escono fuori i ratti e i predatori umani si muovono furtivamente. John e Kerry hanno acceso un fuoco in un malconcio barbecue grill, riscaldandosi le mani alla fiamma. L’oscurità sta coprendo la Central Valley – e tutta la California.

mercoledì 21 ottobre 2009

Capitale intellettuale


di Jorge Majfud. Tradotto da Maria Rubini
Originale: El capital intelectual  
Português: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=9030&lg=po
English: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=9032&lg=en


Nel 1970 lo sciopero dei lavoratori della General Motors ha ridotto il PIL entro il 4 per cento e si stima che siano stato questo il motivo della scarsa crescita del 2 per cento che il paese ha sperimentato negli anni successivi.
Oggi il declino di tutte le industrie automobilistiche USA colpisce un solo punto percentuale. Quasi tutto del PIL è nei servizi, nel settore terziario. In questo settore, la produzione intellettuale derivante dalla formazione è in aumento. Per non parlare che nulla quasi oggi viene prodotto senza l’intervento diretto delle invenzioni più recenti, dal computer del mondo accademico, dalla produzione agricola nei paesi che esportano verso l’industria pesante, soprattutto nei paesi in via di nota come emergenti o in via di sviluppo.
Per la maggior parte le città del ventesimo secolo, come Pittsburgh, Pennsylvania, fiorirono come centri industriali. Riccha e città sporca come è stata l’eredità della rivoluzione industriale. Oggi è una città pulita che vive ed è conosciuta per la sua università.
L’anno scorso, il corridoio “ricerca” del Michigan (Consorzio sono l’Università del Michigan e Michigan State University) ha contribuito per 14 miliardi di dollari allo Stato solo per i benefici diretti generati dalle loro invenzioni, brevetti e ricerca. Questi benefici sono cresciuti nel corso dell’ultimo anno e ancora di più in proporzione in uno stato che era la casa delle grandi auto del XX secolo che oggi sono in declino. Il che è, una parte dei benefici diretti derivanti dalla produzione di “capitale intellettuale” di una università al 27 ° posto e una classifica a livello nazionale in 71 degli Stati Uniti in una somma anno equivalente allo stesso capitale moneta prodotto da un paese come l’Honduras.Questo fattore spiega la produzione intellettuale, in gran parte, perché solo l’economia di New York e la sua area metropolitana è equivalente a tutta l’economia dell’India (in termini nominali internazionale, non di acquisto sul mercato interno) di un paese di oltre un miliardo di abitanti e una forte crescita economica a causa della sua produzione industriale.
Il 90 per cento di oggi del PIL è derivato dalla proprietà “non” prodotto “. Il valore monetario del capitale intellettuale è di 5 miliardi di dollari, quasi il 40 per cento del totale del PIL, il che equivale di per sé a tutti gli elementi insieme dell’economia dinamica cinese.
Se l’impero americano, come tutti gli imperi hanno sostenuto e, direttamente o indirettamente, ha violato le materie prime provenienti da altri paesi, resta il fatto che per lungo tempo e soprattutto oggi i paesi emergenti e grandi emergenti adottano la pirateria e parte dei diritti d’autore delle invenzioni americane. Per non parlare del marchio solo negli Stati Uniti la contraffazione sottrae dai prodotti originali $ 200 miliardi l’anno, che supera di gran lunga il totale del PIL dei paesi come il Cile.
Guardando a questa realtà, possiamo prevedere che l’aumento del rischio di paesi emergenti è a riposo l’attuale sviluppo delle esportazioni di materie prime, il secondo di fiducia prosperità industriale. Se i paesi emergenti non si occupano di investire massicciamente nella produzione intellettuale forse in un decennio o due, la divisione internazionale del lavoro che hanno sostenuto e che ha generato grandi disparità economiche nei secoli XIX e XX, rimarrà tale in futuro.
Ora è di moda proclamare, per i media di tutto il mondo, che l’America è finita, che è a tre passi dalla disintegrazione in quattro paesi, a due passi dalla rovina.
Ho l’impressione che la metodologia di analisi non è del tutto esatta perché, come criticò l’Ernesto Che Guevara lo stesso che ha elogiato l’efficacia della produzione industriale a capitalismo socialista, hanno confuso il desiderio con la realtà. Guevara si lamentava che la passione alla critica oggettiva impedisce di vedere che il suo obiettivo non era semplicemente l’aumento della produzione di cose.
Quando si effettuano le previsioni per il 2025 o il 2050 è previsto in gran parte in questo futuro, il sottovalutare le innovazioni radicali che anche uno status quo prolungato può produrre. Nei primi anni ‘70 gli analisti e presidenti come Richard Nixon erano convinti che la nascita e il successo finale dell’Unione Sovietica contro gli Stati Uniti sarebbe stato inevitabile. Gli anni ‘70 furono anni di recensione e sconfitte politiche e militari per l’impero americano.
Penso che dalla fine del secolo scorso, eravamo tutti d’accordo che questo sarebbe stato un secolo di grandi equilibri internazionali. Non necessariamente più stabile, forse il contrario. Sarà un bene per il popolo americano e soprattutto per l’umanità che questo paese smetta di esercitare il potere arrogante che ha esercitato per gran parte della sua storia. Ha molti altri meriti, a cui far riferimento per impegnarsi, come dimostra la storia, è un paese di inventori professionisti e dilettanti, di premi Nobel, di eccellenti sistemi universitarii e di una classe di intellettuali che ha aperto vie in diverse discipline, dalla umanistiche alle scienze.
Il drammatico aumento della disoccupazione in America è la sua migliore occasione per accelerare questa trasformazione. In tutte le classifiche internazionali le università americane occupano la maggior parte dei primi cinquanta posti. Questo monopolio non può essere eterno, a è lì che si trova la sua risorsa principale.
Fonte: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=9031&lg=it