giovedì 12 novembre 2009

L'insabbiamento di Fort Hood: dodici esempi di disinformazione

di Mark AMES, The Exiled, 8/11/2009. Tradotto da Manuela Vittorelli, Tlaxcala
Originale: Fort Hood Cover-Up: A Dozen Tales of Disinformation

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Non voglio addentrarmi troppo nella Tana del Bianconiglio delle stranezze di Fort Hood, dunque mi limiterò a togliermi dallo stomaco un po' di quel fango assurdo messo in giro nei media per confonderci o depistarci. Sembra proprio che sia in corso un insabbiamento, e neanche molto professionale. Ma la cosa triste è che tutta la confusione e le sciocchezze che ci propongono riusciranno probabilmente nell'intento di distogliere l'opinione pubblica da quello che l'esercito non vuole farci sapere sulla strage, di qualsiasi cosa si tratti.
Comunque eccovi la mia lista dei Dodici Esempi di Disinformazione che vanno tenuti d'occhio:
1. Una storia ridicola fabbricata dal londinese Daily Telegraph trasforma Hasan in un vecchio amico dei terroristi dell'11 settembre. Il Telegraph riferisce anche di un misterioso uomo dai lineamenti arabi che si avrebbe fatto visita ad Hasan nel suo appartamento due giorni prima della sparatoria, come in un brutto telefilm:
“Era molto insolito perché non veniva mai a trovarlo nessuno. Portava lunghi capelli neri e i baffi, e aveva la carnagione scura.”
Ricordate, questo è lo stesso Daily Telegraph che lo scorso mese ha pubblicato una bufala sulle origini ebraiche del presidente iraniano Ahmadinejad – storia prontamente smascherata come caso di disinformazione. Il Telegraph non è nuovo a questo genere di storie – come l'articolo del 2003 in cui diceva di avere le “prove” che Saddam Hussein aveva addestrato i terroristi dell'11 settembre a Baghdad.
E però funziona: adesso tutti dalla CBS all'Associated Press riprendono la notizia del Telegraph, e secondo la CBS l'FBI sta indagando su questa storia.
2. NPR ha mandato in onda un servizio citando come fonte un anonimo psichiatra del Walter Reed Army Medical Center (un altro anonimo!) che dice di essere un collega di Hasan e lo dipinge praticamente come un terrorista musulmano: Hasan avrebbe dato di matto con i suoi colleghi durante una conferenza che avrebbe dovuto trattare di questioni mediche. Invece, secondo NPR:
Lo psichiatra dice che [Hasan] era molto fiero ed esplicito sul fatto di essere musulmano. E, si è affrettato ad aggiungere lo psichiatra, nessuno ci badava. Ma sembrava quasi aggressivo a proposito del suo essere musulmano, e un giorno ha tenuto una conferenza che ha spaventato molti dottori.
… nell'auditorium entrano decine di medici e c'è uno che sta sul podio e tiene una conferenza su temi accademici, tipo quali farmaci prescrivere per un certo disturbo. Invece lui, Hasan, avrebbe parlato a lungo del Corano, dicendo che se non credi sei condannato all'inferno. Ti tagliano la testa. Ti buttano nella gola olio bollente.
Poi il servizio di NPR diceva che ai colleghi di Hasan al Walter Reed è stato detto di non parlare più con nessuno, soprattutto l'FBI:
ZWERDLING: Vorrei aggiungere un'altra cosa a proposito di Hasan al Walter Reed. Lo psichiatra con cui ho parlato oggi ha detto che era il tipo di persona della quale i colleghi parlavano nei corridoi, dicendo: Pensate che sia un terrorista o solo un tipo strano? E adesso a quanto pare al Walter Reed c'è la regola del silenzio, e tutti hanno ricevuto questa istruzione: Non parlate con nessuno di questa indagine, tranne che con i militari. Non parlate con l'FBI. Perché hanno paura, cosa succede se cominciano a indagare sul fatto che questa gente si è lasciata sfuggire potenziali segnali di avvertimento su questo tizio? Sa, sono ancora speculazioni, ma...
INSKEEP: Come possono non parlare con l'FBI?
ZWERDLING: Be', la nostra collega Dina Temple-Raston l'ha sentito dire dall'FBI, e questo ufficiale dell'esercito mi sta dicendo la stessa cosa dal Walter Reed.
INSKEEP: Bene. Signori, molte grazie. Daniel Zwerdling e Tom Gjelten di NPR. Grazie a entrambi.
No no no, grazie a te, NPR, per non aver dato retta a quell'enorme insegna che urlava MA CHE CAZZO. Anche qui, non dimentichiamo come l'esercito nel 2000 fosse stato scoperto a infiltrare agenti di PSYOPS esperti in propaganda tra i dipendenti della redazione giornalistica di NPR:
Il primo stagista alla NPR lavorò in vari prorfammi di attualità da settembre a novembre 1998. Gli altri due lavorarono per Talk of the Nation, uno da gennaio a febbraio 1999, l'altro da marzo a maggio 1999. NPR e Withington si sono rifiutati di identificare gli stagisti o di permettere che venissero intervistati.
Tutti gli stagisti erano sottufficiali dell'esercito degli Stati Uniti appartenenti al 4° Gruppo Operazioni Psicologiche di Fort Bragg, Carolina del Nord. Il Gruppo Operazioni Psicologiche dissemina apertamente in altri paesi informazioni a sostegno della politica e degli obiettivi statunitensi. Per esempio ha collocato negli aeroporti colombiani dei cartelloni che scoraggiano il narcotraffico. “In termini civili, è come lavorare in un'agenzia pubblicitaria o in una compagnia di pubbliche relazioni,” dice Withington.
L'esercito prese a organizzare gli stage attraverso l'ufficio risorse umane di NPR nel febbraio del 1998, secondo Withington.
Il portavoce di NPR Jess Sarmiento dice che il dipartimento risorse umane, compreso il vice presidente per le risorse umane Kathleen Jackson, sapeva che gli stagisti lavoravano per PSYOP quando li assunse, ma pensava che la redazione giornalistica avesse dato l'ok. Dvorkin dice di aver saputo solo poche settimane fa che gli stagisti venivano da PSYOP. È possibile che il loro immediato supervisore ne fosse a conoscenza, ma Sarmiento dice che il legame con PSYOP non era noto a un superiore, il cui nome non ha reso noto, che venne a saperlo solo alla fine del periodo di lavoro del terzo stagista. E Dvorkin dice di aver saputo solo poche settimane fa che gli stagisti venivano da PSYOP.
3. L'FBI dice che stava tenendo d'occhio Hasan da quando avrebbe elogiato i terroristi suicidi, sei mesi fa. Però non ha fatto niente. La Senatrice Kay Bailey Hutchinson ha spiegato perché, usando la stessa scusa che usò Condi Rice dopo l'11 settembre:
“Credo che nessuno si sarebbe mai aspettato che uno psichiatra formatosi per assistere la salute mentale altrui sarebbe esploso, a meno che non ci sia qualcos'altro, ed è questo che stanno cercando.”
Proprio così.
Ma la storia cambia... perché oggi l'FBI dice che si erano sbagliati a proposito dei suoi post a favore dei terroristi suicidi, e che anzi non hanno alcuna prova che Hasan comunicasse con siti jihadisti, a parte il fatto che potrebbe averli visitati:
(CBS) Un esame preliminare del computer del Maggiore Nidal Malik Hasan, accusato della strage di giovedì a Fort Hood nella quale sono state uccise 13 persone, non ha rivelato alcuna prova di collegamenti con gruppi o cospiratori terroristici, secondo gli inquirenti.
4. Nonostante siano state sbandierate tutte queste prove del fatto che Hasan era il jihadista più pazzo su questa sponda del Giordano, e nonostante ci siano fantastilioni di ufficiali e colonnelli e colleghi pronti a dichiarare che l'estremismo islamico di Hasan li preoccupava, tuttavia, secondo il New York Times, “le autorità non sono state in grado di dire se l'attacco sia stato il gesto di un uomo solo e turbato o legato a gruppi terroristici, all'interno o all'esterno del paese.” Come aggiungeva lo stesso articolo del New York Times,
La signorina Hutchison, parlando alla base, ha detto che il Maggiore Hasan è stato l'unico a far fuoco ma che non è ancora chiaro se avesse pianificato l'attacco da solo. “È una domanda che bisogna ancora porsi,” ha detto la signorina Hutchison.
5. Se su questo tengono la bocca cucita, state certi che durante e dopo la sparatoria ciarlavano come cocainomani, parlando di tre uomini in uniforme armati di M16. Prima dissero che Hasan era stato ucciso, poi che era sopravvissuto e in condizioni stabili, infine che era in coma, e via dicendo. I racconti erano sempre specifici e però privi di fonti – suggerendo qualcosa di più della semplice confusione del momento. Prendente per esempio questa storia piena zeppa di particolari rifilata a un corrispondente della CNN:
Un alto ufficiale che giovedì giocava a golf vicino a Fort Hood, Texas, ha detto alla CNN di avere assistito all'arresto di uno dei due individui sopravvissuti sospettati della sparatoria nell'edificio dell'Esercito.
Subito dopo la sparatoria, ha raccontato l'ufficiale, la polizia militare gli ha chiesto di allontanarsi, e ha visto altri MP circondare l'edificio dove tengono i golf cart, ha detto.
L'ufficiale ha detto di aver cercato riparo in una casa vicina quando sono arrivati 30-40 veicoli della polizia militare.
Ha raccontato di aver visto un soldato in assetto da combattimento, le mani in alto. Gli MP gli hanno intimato di stendersi al suolo e di aprirsi l'uniforme, si suppone per assicurarsi che non portasse esplosivi, ha detto l'ufficiale.
Ha riferito che un MP gli ha detto che le autorità sospettavano l'uomo della sparatoria dopo averlo sentito dire che era con l'autore della strage.
6. I media si sono affrettati a comunicare che nessuno era rimasto vittima di fuoco amico. Fine della storia. E sappiamo che è vero perché gli stessi poliziotti che avrebbero potuto uccidere dei soldati hanno compiuto riscontri balistici sulla scena della strage, e, sorpresa, si sono autoscagionati. E poi che ne è stato delle prime notizie secondo cui almeno alcuni poliziotti a Fort Hood erano dipendenti civili di ditte private? Come in questo servizio di USA Today:
Aggiornamento delle 7:08 p.m. ET: La CNN riferisce che Hasan aveva 39 anni, si era diplomato in Virginia e aveva lavorato al Walter Reed Army Medical Center prima di entrare come tirocinante al Darnall Army Medical Center di Fort Hood.
Oltre ad Hasan, sono morti 10 soldati e un poliziotto civile che lavorava nella base come dipendente di una ditta privata.
7. La strana storia secondo cui Hasan aveva fatto parte di una task force di Washington che consigliava il futuro Presidente Obama: non mi importa quello che dicono gli altri, a me sembra molto strano. Quelli di destra hanno già distorto la notizia per dimostrare che Hasan era uno stretto collaboratore dell'islamofascista Barack Obama; ma i liberal hanno protestato striduli che il solo fatto che Hasan fosse nella task force non significa un accidente. Um, invece sì: se non lo trovate strano questo mestiere non fa per voi. Gesù Cristo, come si può pensare che non sia strano, soprattutto se si descrive Hasan al culmine del suo islamofascismo islamico, mentre si mette a urlare e a parlare di decapitazione degli infedeli durante una conferenza? La vera domanda è: cosa cavolo ci faceva, lì?
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8. Probabilmente Hasan se ne andava in giro in abiti musulmani, come quando è andato al supermercato, la mattina della sparatoria, ed è stato convenientemente ripreso dalla telecamera a circuito chiuso... però vestiva l'uniforme in moschea. E notate come i media si sono subito abituati a usare una sua foto in bianco e nero, anche se ne esistono molte a colori, comprese versioni a colori di quella stessa foto in bianco e nero. L'immagine in bianco e nero richiama subito alla memoria le foto dei sospetti dell'11 settembre. Ecco, date un'occhiata:
Reperto A: Che razza di terrorista è questo, ditemelo voi! Sembra una brava persona. Avanti la prossima!
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Reperto B: Be', con questa possiamo decisamente fare qualcosa…
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Reperto C: Allora, prendete la foto sopra, cliccate il pulsante “scala di grigi”, aggiungete una leggera sfocatura per dare un bell'effetto terrorista, poi mettetela vicino ad americani colorizzati, e voila! Gente, mi sa che qui abbiamo proprio un terrorista, tutti d'accordo?
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Reperto D: Oh sì, gente, nessun dubbio: questo tizio mette l'“errore” nel “terrore”:
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Reperto E: D'accordo, ora che abbiamo stabilito questo possiamo mandare le immagini sgranate della telecamere a circuito chiuso che mostrano Hasan con il suo travestimento da islamofascista da Halloween:
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Voila! Non troppo difficile, vero?
9. Perché nessuno approfondisce l'informazione secondo cui Hasan era nell'esercito già nel 1989, quando frequentava il Barstow community college nel deserto californiano, il che significa che era nell'esercito da almeno 20 anni? Ecco la notizia riportata da un quotidiano locale, il Victorville Daily Press:
Gli archivi dell'istituto mostrano anche che Hasan, che all'epoca avrà avuto 19-20 anni, quando frequentava il Barstow College aveva il grado di caporale scelto o inferiore. Il codice di avviamento postale relativo all'indirizzo di residenza di Hasan indicava anche che viveva in caserma, secondo Stokes.
Il comando di Fort Irwin non è stato ancora in grado di confermare se all'epoca Hasan stazionasse al forte, secondo il portavoce Etric Smith. Smith ha detto che gli archivi dell'Esercito dimostrano che Hasan era passato al servizio attivo nel 1997 e che il comando non è in grado di spiegare la discrepanza.
Riferivano anche che era uno “studente modello”, il che stride con l'immagine del terrorista lavativo che era riuscito a ottenere una borsa di studio dal credulo governo americano.
10. Hasan era uno psichiatra. Potrebbe significare non solo che studiava trattamenti e terapie, come dicono, ma anche, come accade con gli psicologi militari, che avrebbe potuto far parte di un programma che comportava interrogatori e torture. Tanto per dire. Pensate che uso poterebbero fare i servizi e l'esercito di uno come Hasan: arabo e musulmano con formazione in psichiatria, e tutta una sfilza di credenziali da musulmano fanatico che per qualche strana ragione non l'hanno mai messo nei guai. Mi vengono in mente un sacco di modi in cui un tipo del genere potrebbe rendersi utile in un teatro di guerra o nella caccia ai terroristi.
11. Se Hasan stava in Al Qaeda e il suo obiettivo è sempre stato quello di attaccare gli americani, perché ha lottato tanto per evitare di partire per l'Iraq e ha messo su tutto quel casino sulle sue simpatie per i terroristi suicidi? Perché avrebbe dovuto assoldare un avvocato e perfino offrirsi di pagare per sottrarsi al servizio attivo? Come sappiamo dai terroristi dell'11 settembre, tutto quello che deve fare un terrorista dormiente è fingere di essere più americano degli americani purosangue: andare al casinò e nei club di spogliarelliste, bere alcol davanti a tutti, ecc. Ovviamente l'Esercito sapeva che era infelice, e sapeva anche che era un pazzo musulmano. Davvero è stato così stupido da non saper fare due più due, oppure ha usato Hasan o l'ha in qualche modo tenuto sulla corda?

12. Volendo condurre una finta indagine, chi meglio può dirigerla di quello strumento neocon che è Joe Lieberman? Lieberman ha già esibito la sua imparzialità e determinazione nella ricerca della verità dichiarando alla televisione che Hasan è un “home-grown terrorist”, un terrorista cresciuto in casa.
Ricordatevi che potrebbero esserci motivi di tutti i tipi per occultare la verità. Per esempio, se si trattasse di un raptus omicida sul posto di lavoro, ipotesi per la quale ancora propendo, le autorità avrebbero tutte le ragioni per mettere insieme un bell'insabbiamento… perché tutti si stanno coprendo il culo. Un perfetto esempio di insabbiamento da parte della polizia è quello che è successo dopo Columbine. Ed è stato così plateale che le famiglie delle vittime hanno infine fatto causa, come spiega questo articolo del 2002:
(AP) Le famiglie di cinque studenti uccisi a Columbine hanno chiesto che un gran giurì federale indaghi sulla possibilità che le autorità abbiano occultato le prove dell'uccisione di uno studente da parte della polizia.
“Sono state raccontate delle bugie, oltre ogni dubbio”, ha detto martedì l'avvocato Barry Arrington dopo aver presentato la richiesta all'Ufficio del Procuratore. “La sola questione è: perché mentono?”
Secondo le famiglie un ufficiale sparò accidentalmente al quindicenne Daniel Rohrbough mentre fuggiva dall'istituto durante il massacro del 20 aprile 1999.
Il padre di Rohrbough, Brian, afferma che il Sergente della polizia di Denver Dan O’Shea disse a un funzionario scolastico che temeva di aver sparato a uno studente, e che il vice sceriffo aveva assistito alla sparatoria.
Come ho detto, tante ragioni per insabbiare, e tante bugie e disinformazione.
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 La Prima guerra mondiale delle parole è un'iniziativa di Palestine Think Tank e Tlaxcala.

Gli autori che desiderano parteciparvi possono inviare i loro contributi a
contact@palestinethinktank.com e a tlaxcala@tlaxcala.es.

mercoledì 11 novembre 2009

Sotto il vulcano dell'AfPak


di Pepe ESCOBAR, 6-7.11.2009. Tradotto da Manuela Vittorelli, Tlaxcala
Originale da: Under the AfPak Volcano 
L'autore
There must be some way out of here
Said the joker to the thief
There's too much confusion
I can't get no relief

Bob Dylan
, All Along the Watchtower


I-Benvenuti nel Pashtunistan


PARIGI – Sta accadendo qualcosa nell'AfPak ma non sa cosa, vero, Signor Beltway*?

Mentre Washington fa un bel pastone dei “taliban” – che siano neo-taliban afhgani o Tehreek-e-Taliban (TTP) pakistani – con la solita logica da Impero del Caos per giustificare la perenne permanenza delle truppe degli Stati Uniti e della NATO in AfPak, un numero sempre più alto di pashtun, di qua e di là del confine, ne ha approfittato per vedere nei taliban un utile modo per facilitare la creazione del Pashtunistan.

Ma il Pentagono, statene certi, sa perfettamente come condurre il suo Nuovo Grande Gioco in Eurasia. La balcanizzazione dell'AfPak – la frammentazione di Afghanistan e Pakistan – creerà, tra gli altri Stati, anche un Pashtunistan e un Balochistan indipendenti. La logica dell'Impero del Caos è ancora il vecchio imperiale divide et impera britannico, in una nuova versione; e, almeno teoricamente, produce territori più facili da controllare.

Non provocate il nazionalismo pashtun
I pashtun (dall'Afghanistan orientale al Pakistan occidentale) non hanno mai rinunciato a ricongiungersi. Chiunque abbia una qualche familiarità con l'AfPak sa che la regione sta ancora pagando il prezzo del fatale divide et impera britannico messo in atto dalla decisione imperiale del 1897 di dividere i pashtun attraverso l'artificiale Linea Durand. La linea continua a essere il confine artificiale tra il Pakistan e l'Afghanistan. Chiunque l'abbia attraversata, per esempio a Torkham, ai piedi del passo Khyber, sa che è completamente priva di senso; quelli che sciamano sui due versanti del confine sono tutti cugini che non hanno mai smesso di sognare l'impero Durrani afghano pre-coloniale, che copriva buona parte del Pakistan attuale.

Pochi hanno notato che di recente i pashtun hanno cominciato a fare una richiesta molto semplice e specifica: che la Provincia della Frontiera di Nord Ovest (NWFP) nel Pakistan venga ribattezzata Pakhtunkhwa (“Terra dei pashtun”). Lo scorso settembre le autorità pakistane, a maggioranza punjabi, hanno respinto la richiesta. I nazionalisti pashtun hanno protestato in massa nella favolosa Peshawar, la capitale della NWFP. Il movimento di liberazione nazionale pashtun è giunto al culmine. I Guevara pashtun stanno già chiamando alle armi.

Benché Washington, ora con un piccolo aiuto del governo amico/cliente del Presidente Asif Ali Zardari a Islamabad, conduca una guerra essenzialmente contro i pashtun fin dal 2001, non si tratta di un movimento monolitico. Tutto può riassumersi nella massima, risalente agli inizi di questo secolo, secondo cui praticamente tutti i taliban sono pashtun, ma non tutti i pashtun sono taliban. Ci sono settori significativi di pashtun laici che respingono il TTP e il suo distopico dogma fondamentalista islamico, nonostante le masse pashtun possano vedere nel TTP il veicolo ideale per l'avvento del Pashtunistan.

Se seguiamo i soldi, vediamo che il TTP in Pakistan viene ora finanziato principalmente da ricchi e devoti affaristi del Golfo e non più da Islamabad. I finanziatori sono più interessati al jihad che al nazionalismo pashtun, e questo erode la legittimità dei taliban in quanto veicoli del nazionalismo pashtun. Nello stesso tempo, se il TTP e i suoi alleati pashtun riescono ad assumere il controllo totale di un corridoio strategico tra l'Afghanistan orientale e il Pakistan occidentale, con o senza il sostegno del jihad, e magari anche il controllo parziale di Peshawar, il successo in termini propagandistici non potrebbe essere più spettacolare: significherebbe un emirato islamico a tutti gli effetti costituito come Pashtunistan.

Oltre al TTP ci sono altri fattori che facilitano la spinta verso la creazione di un Pashtunistan. Gli aiuti economici dell'Occidente all'AfPak sono miserabili e non arrivano mai alla popolazione pashtun. La “rivelazione” negli Stati Uniti di ciò che non era mai stato un mistero in Afghanistan, e cioè che Ahmed Wali Karzai, fratello del “vincitore” delle pasticciate elezioni presidenziali afghane, è stato per anni sul libro paga della CIA, ha azzerato ogni possibilità che i pashtun possano fidarsi di tutto ciò che emana da Kabul.

I grandi media statunitensi si dilungano sul kabuki (con riso) delle elezioni presidenziali afghane continuando a ignorare che i servizi segreti degli Stati Uniti e della NATO stanno corrompendo i principali signori della guerra per assicurarsi la “sicurezza” sul territorio (affare lucrosissimo) e i taliban per salvarsi la vita e non finire ammazzati dai loro ordigni esplosivi. E non basta corrompere; i taliban, attraverso il loro ex ministro degli esteri, Mullah Muttawakkil, hanno appena respinto l'offerta americana di otto basi NATO permanenti in cambio di sei governatorati taliban. Esigono il loro bel riso Kabuli, e intendono mangiarselo.

L'establishment militare e della sicurezza di Islamabad, che è uno Stato dentro lo Stato, resta un'appendice di Washington; i pashtun vedono l'attuale offensiva nel Waziristan come uno svendersi di Zardari a Washington – come aveva fatto “Busharraf”, cioè il presidente Pervez Musharraf, prima di lui. Un governo pakistano fallito, che si tratti di questo o di un altro, ha zero possibilità di controllare quelli che sono di fatto territori afghani sul lato pakistano della Linea Durand. Solo nel 2009 più di due milioni di pashtun sono stati costretti alla fuga; si parla diffusamente di “genocidio dei pashtun”.

Dunque per Washington sarebbe tanto più facile, e infinitamente meno sanguinario, adottare la linea del Pentagono in tutto e per tutto: facciamo un'altra Jugoslavia; balcanizziamo; ripristiniamo l'impero Durrani afghano.

Il secondo avvento
Rozza bestia, giunto infine il suo tempo, il Pashtunistan è già nato.

Tanto per cominciare, quei “cugini” su entrambi i lati del confine sono tutti pashtun, per lo più rurali. Seguono gli stessi rituali religiosi conservatori, incarnati dall'ultrareazionaria scuola Deobandi dell'Islam sunnita e propagati da una vasta rete di madrasse (seminari) made in Pakistan. I loro affari stanno prosperando, come dimostra una visita a Spinbaldak, nell'Afghanistan meridionale, tra Kandahar e Quetta; i pesci grossi si arricchiscono con il contrabbando e il narcotraffico, e tutti gli altri con i trasporti o il commercio del legname. Le somme di denaro che entrano ed escono sono enormi, soprattutto grazie alle rimesse dei lavoratori pashtun che faticano nel Golfo e oltre.

Politicamente i pashtun sono rappresentati da partiti come il Jamaat-e-Ulema-e-Islami (JUI). Diplomaticamente hanno ottimi legami con il Golfo Persico e con la maggior parte dei paesi dell'Organizzazione della Conferenza Islamica. Militarmente sono rappresentati da una miriade di gruppi taliban, non esclusivamente dal TTP. E strategicamente incarnano una deliziosa ironia: un movimento rurale, ultrareligioso, nazionalista che combatte con le unghie e con i denti un corrotto governo a base urbana come se fossero una fantasia post-coloniale del nobile selvaggio tribale – alla Rousseau – in lotta contro l'Occidente colonialista..

Può non essere quello che avevano in mente gli intellettuali pashtun di sinistra, relativamente laici; dicono che gli organi di sicurezza infestati da punjabi controllano sia i taliban che l'esercito pakistano, e vorrebbero liberarsi di entrambi. Secondo un gruppo nazionalista come il Pashtun Awareness Movement sono gli stessi pashtun a doversi liberare dei taliban, non l'esercito pakistano schiavo del Pentagono. Per quanto riguarda il Partito Nazionale Awami, a maggioranza pashtun, che è al potere nella NWFP e deve in qualche modo fare i conti con Islamabad, il suo sogno di un Pashtunistan più equilibrato è ancora molto lontano dalla realizzazione.

Al Pashtunistan per diventare adulto potrebbe mancare solo una cosa: un passaporto. Non è difficile capire chi ne approfitterà.

*Beltway: tangenziale interstatale, anche detta Capital Beltway, che racchiude Washington e i vicini Stati del Maryland e della Virginia e serve zone in cui lavorano e risiedono i funzionari e i dipendenti dell'amministrazione federale. Il termine è giunto a designare il potere centrale degli Stati Uniti e le sue ramificazioni. [N. d. T]

II-(Non) è così difficile lasciarsi

“L'orrore... l'orrore.” Il Generale Stanley McChrystal, comandante supremo del Pentagono in Afghanistan, negli Stati Uniti viene fatto comunemente passare per un guerriero Zen – moderno esempio di coraggioso “best and brightest”. Ma potrebbe essere un intellettuale guerriero più simile al Colonnello Kurz che al Capitano Willard di Apocalypse Now di Francis Ford Coppola. Ha guidato una squadra della morte d'élite in Iraq e, nonostante le sue formule di ingegneria sociale in cui Confucio si mescola alla contro-insurrezione, sembra ancora non capire i pashtun.

McChrystal continua a chiedersi incuriosito perché in Afghanistan la maggior parte dei giovani pashtun decida di diventare taliban. Perché Kabul è immensamente corrotta; perché gli americani hanno bombardato le loro case o ucciso i loro amici e i loro familiari; perché possono migliorare la loro condizione sociale. Non intendono svendersi per un pugno di dollari (svalutati). Mirano solo a cacciare via gli occupanti – e a reinstaurare l'Emirato Islamico d'Afghanistan, governato dalla sharia. In questo senso i soldati di McChrystal sono i nuovi sovietici, in nulla diversi dall'Armata Rossa che invase l'Afghanistan negli anni Ottanta.

McChrystal – con tutti i suoi discorsi sul “mettere al sicuro la popolazione” – non può in alcun modo dire agli americani la verità sui taliban. Gli afghani sanno che se non provochi i taliban i taliban non provocheranno te. Se sei un coltivatore d'oppio i taliban ti chiederanno solo una minima tassa.

Conquistare cuori e menti in stile Westmoreland, scusate, McChrystal, è un proposito perso in partenza. Non c'è niente che i soldati di McChrystal, che non parlano la lingua pashto, possano dire o fare per controbilanciare la semplice frase che i taliban dicono agli abitanti: “stiamo facendo il jihad per cacciare via gli stranieri”.

Per quanto riguarda il legame taliban/al-Qaeda, i taliban oggi semplicemente non hanno bisogno di al-Qaeda, e viceversa. Al-Qaeda è strettamente legata a gruppi pakistani, non afghani, come il Lashkar-e-Taiba. Se McChrystal vuole scovare i jihadisti di al-Qaeda deve metter su bottega a Karachi, non nell'Hindu Kush.

Nell'estate del 2009, 20.000 soldati degli Stati Uniti e della NATO, mettendo in pratica il ferreo dogma “bonificare, stabilizzare e costruire”, sono riusciti a mettere in sicurezza solo un terzo della deserta provincia di Helmand. I taliban controllano almeno 11 province dell'Afghanistan. È facile calcolare quanto ci vorrebbe per “mettere in sicurezza” le altre 10 province, per non parlare dell'intero paese fino al, be', 2050, come ha ipotizzato l'alto comando britannico. Non stupisce che Washington stia annegando nei numeri: si specula che McChrystal voglia 500.000 soldati in Afghanistan entro il 2015. Se il confuciano McChrystal non li otterrà, addio contro-insurrezione; si torna all'inferno dal cielo della guerra dei droni.

Se li dividi li controlli
Il Pentagono, come pure la NATO, non faranno mai il tifo per un Pakistan forte, stabile e davvero indipendente. Le pressioni di Washington su Islamabad non saranno mai meno che incessanti. E poi c'è il ritorno del rimosso: il terrore paralizzante del Pentagono che Islamabad possa un giorno diventare uno Stato cliente della Cina a tutti gli effetti.

I teorici dei think tank, seduti nelle loro comode poltrone di pelle, sognano effettivamente che lo Stato pakistano crolli per sempre, vittima di uno scontro all'interno dell'esercito tra punjabi e pashtun. Dunque cosa c'è in serbo per gli Stati Uniti in termini di balcanizzazione dell'AfPak? Alcune gustose prospettive, in primo luogo quella di neutralizzare l'altrettanto incessante spinta della Cina per ottenere l'accesso diretto via terra, dallo Xinjiang e attraverso il Pakistan, al Mar Arabico (passando per il porto di Gwadar, nella provincia del Balochistan).

La logica che sta alla base dell'occupazione dell'Afghanistan da parte degli Stati Uniti – mai espressa dietro la facciata della “lotta all'estremismo islamico” – è pura strategia di dominio ad ampio spettro del Pentagono: spiare meglio la Cina e la Russia da postazioni avanzate dell'impero delle basi; assestarsi nel Pipelinestan, attraverso il Trans-Afghan (TAPI) pipeline, se mai verrà costruito; e controllare il narcotraffico afghano attraverso un assortimento di signori della guerra. La Russia, l'Iran e l'Europa Orientale sono letteralmente inondate dalla cocaina a buon mercato. Non è un caso che per Mosca siano l'oppio e l'eroina il problema cruciale da sconfiggere in Afghanistan, non il fondamentalismo islamico.

Per tornare ai teorici dei think tank, loro restano incorreggibili. La scorsa settimana, in un ricevimento per l'Afghanistan sponsorizzato dalla Rand nel Russell Building di Washington, il consigliere per la sicurezza nazionale dell'ex presidente Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski, l'uomo che ha dato ai sovietici il loro Vietnam in Afghanistan, ha raccontato di aver consigliato l'amministrazione George W. Bush di invadere l'Afghanistan nel 2001; ma anche di aver detto all'allora capo del Pentagono, Donald Rumsfeld, che il Pentagono non doveva restare come una “forza estranea”. Proprio ciò che è ora.

Eppure Zbigniew ritiene che gli Stati Uniti non debbano lasciare l'Afghanistan; che debbano usare “tutta la [loro] influenza” per costringere la NATO a portare a termine la missione, qualunque essa sia. Non sorprende che Zbigniew non abbia potuto fare a meno di svelare la vera essenza della “missione”: il Pipelineistan, cioè costruire il TAPI con tutti i mezzi.

La Cina, l'India e la Russia possono concordare sul fatto che l'unica soluzione praticabile per l'Afghanistan debba avere carattere regionale e non venire dagli Stati Uniti, però non riescono ancora ad accordarsi su come formalizzare una proposta da presentare nell'ambito della Shanghai Cooperation Organization, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione. Li Qinggong, numero due del Consiglio cinese per la Politica di Sicurezza Nazionale, si è fatto portatore di questa proposta. Washington, e non sorprende, preferisce l'unilateralismo.

Tutto risale a una pubblicazione del 1997 della Brookings Institution scritta da Geoffrey Kemp e Robert Harkavy, Strategic Geography and the Changing Middle East, nella quale si identifica un'“ellissi energetica strategica”, con uno snodo chiave nel Caspio e un altro nel Golfo Persico, che concentra più del 70% delle riserve petrolifere globali e più del 40% delle riserve di gas naturale. Lo studio sottolineava che le risorse in queste zone di a “bassa pressione demografica” sarebbero “minacciate” dal premere dei miliardi di abitanti delle regioni povere dell'Asia Meridionale. Così il controllo degli “stan” musulmani centro-asiatici e dell'Afghanistan sarebbe un muro essenziale da opporre alla Cina e all'India.

E così lungo tutta la torre di guardia i principi della guerra stanno all'erta. Tutto ciò comporterà una balcanizzazione. È il dominio ad ampio spettro contro la griglia di sicurezza energetica asiatica. Il Pentagono sa bene che l'AfPak è un ponte strategico tra l'Iran a ovest e la Cina e l'India a est; e che l'Iran ha tutta l'energia di cui Cina e India hanno bisogno. L'ultima cosa che il dominio ad ampio spettro vuole è che il teatro AfPak subisca ulteriormente l'influenza della Russia, della Cina e dell'Iran.

Non esiste un'illustrazione più persuasiva della logica dell'Impero del Caos. Mentre lo spettacolo di McChrystal diverte il loggione, la preoccupazione di Washington è come orchestrare un progressivo accerchiamento della Russia, della Cina e dell'Iran. E il gioco non si chiama nemmeno AfPak, pur con la frammentazione e la balcanizzazione che può comportare. In ballo qui c'è il Nuovo Grande Gioco per il controllo dell'Eurasia.

martedì 10 novembre 2009

E se l'albero climatico nascondesse la foresta dei conflitti armati? Copenhagen 2009: conto alla rovescia



di Ben CRAMER, 1/9/2009. Tradotto da Manuela Vittorelli, Tlaxcala




 Tutto dunque si giocherà nel dicembre del 2009? Va di moda la tesi secondo cui la protezione del nostro caro pianeta esige la conservazione dello strato di ozono e, da qui al 2020, una riduzione del 20% dei gas a effetto serra in Europa. E, secondo il manuale di sopravvivenza, il prossimo summit di Copenhagen sarà l'ultima frontiera, impossibile da superare. Slogan forte ed efficace, ma riduttivo.
Lungi dal voler ironizzare sulle urgenze o dal proporre un'altra gerarchia di priorità, la nostra sopravvivenza – della quale si discuterà a Copenhagen – non dipende ugualmente dalla sorte che sarà riservata alle armi nucleari? Tenuto conto del ruolo che esse svolgono nelle questioni climatiche, tenuto conto delle risorse finanziarie che vi vengono destinate perché queste armi finiscano per sfigurare e devastare permanentemente il pianeta, la questione merita di essere posta.

Una mobilitazione disarmante

Il 29 agosto scorso, circa 10.000 persone si sono riunite sulla spiaggia di Ostenda, in Belgio, per girare un filmato che serve da chiamata all'azione contro i cambiamenti climatici. Questo filmato diverrà uno strumento di mobilitazione in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite sul clima che si terrà a Copenhagen agli inizi di dicembre.
L’ultimatum climatico è una campagna che si integra con la mobilitazione internazionale per ottenere a Copenhague 2009 un accordo all'altezza delle poste in gioco. «Più che mai l'avvenire del clima sta nelle nostre mani», afferma la pubblicità della Revue Durable. Tutti ricorrono a slogan forti per evocare lo sconvolgimento climatico. Il 26 agosto 2009, parlando alla conferenza degli ambasciatori, il presidente Sarkozy ha dichiarato: «Non ci saranno seconde occasioni, o Copenhagen o niente». Se si deve credere al portavoce di Greenpeace France, «quest'anno, tenuto conto dell'importanza della conferenza di Copenhagen, che deve assolutamente portare a un accordo forte e ambizioso per fronteggiare l'emergenza, la maggior parte del nostro lavoro si occupa delle questioni climatiche. È il nostro cavallo di battaglia».
Secondo il Réseau des étudiants français pour l’éducation au Développement Durable (la Rete degli studenti francesi per l'educazione allo sviluppo sostenibile), nel 2008 il 75% degli studenti si è detto convinto che la questione dei cambiamenti climatici sia un problema così grande da dover diventare una preoccupazione crescente delle nostre vite. «I giovani di tutto il mondo costituiscono la generazione che erediterà le decisioni che i governi dovranno prendere tra meno di 110 giorni», ha ricordato a Nairobi il direttore esecutivo del Programma delle Nazioni Uniti per l'ambiente (United Nations Environment Programme, UNEP), Achim Steiner. Il 28 agosto, quando mancavano solo 100 giorni alla Conferenza sui cambiamenti climatici di Copenhagen del dicembre 2009, l'UNEP ha lanciato su Internet la campagna «Seal the Deal!» (D'accordo sull'accordo!), che mira a raccogliere milioni di firme per una petizione sul clima.

 

Un Protocollo sul modello del Trattato di Non Proliferazione Nucleare?

 


Serge Sur, ex direttore aggiunto (1986–1996) dell'Istituto delle Nazioni Unite per la Ricerca sul Disarmo (United Nations Insitute for Disarmament Research, UNIDIR) ha scritto: «Globalizzando la minaccia, la si diffonde trasformandola in una colpevolezza generale e impersonale della quale nessuno è più responsabile… » [1]. Ma entriamo nei dettagli. Il protocollo di Kyoto risparmia i principali emettitori del pianeta e in questo ricorda altri accordi internazionali. I grandi produttori di mine anti-uomo non fanno parte della Convenzione di Ottawa. Il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP), che dovrebbe avere una «vocazione universale», è un altro caso esemplare. Se il TNP è per il disarmo nucleare quello che Kyoto è per il cambiamento climatico, tutte le promesse sono possibili ma lo sono anche le scappatoie e gli imbrogli. Quattro potenze nucleari (Corea del Nord, India, Israele, Pakistan) su nove lo boicottano e/o lo ignorano. Per quanto riguarda le cinque potenze che non lo ignorano (o hanno smesso di farlo), e che fanno volenti o nolenti il bello e il cattivo tempo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nessuna ha l'intenzione di privarsi della sua chincaglieria nucleare e e ciascuna ne possiede in quantità sufficiente a provocare danni climatici conseguenti. Cercate l'errore.
Les trois sphinx de Bikini, Salvador Dali, 1947, collection privée.
Le tre sfingi di Bikini. Salvador Dali, 1947, collezione privata.

E le nebbie della guerra?


Curiosamente, con la mobilitazione sul «clima», il politicamente corretto consiste nel dissociare due fenomeni: il degrado ambientale e la militarizzazione del mondo. I lettori del Rapporto Bruntland hanno dovuto attraversare delle zone di turbolenza amnesica. Certo, quando è uscita l'opera è passata completamente inosservata, ma dato che questa «bibbia» (o corano) dello sviluppo sostenibile è citata così spesso, ricordiamo che il capitolo 11 è interamente consacrato al legame tra pace, sicurezza, sviluppo e ambiente. Vi si può leggere che le armi nucleari rappresentano «la più grande minaccia per l'ambiente e lo sviluppo sostenibile». Un sistema per convincere i politici – o almeno coloro che ancora dubitano – che tutte le guerre sono anti-ecologiche [2]. E soprattutto che un conflitto atomico non avrebbe vincitori e che ci sarebbe un unico sconfitto: il pianeta [3]. I militanti anti-CO2, che faranno il pellegrinaggio nella capitale danese, sembrano purtroppo poco determinati a mobilitarsi per il 21 settembre, la giornata mondiale della pace. Comunque, visto che le nove potenze dotate di armi nucleari sono in grado di sbloccare in 24 ore, solo per la manutenzione e la modernizzazione dei loro arsenali, l'equivalente di quello che il UNEP dispensa in un anno, i finanziamenti per evitare la causa dello scioglimento dei ghiacci saranno sempre difficili da trovare [4]. In altre parole: quello che il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (United Nations Development Programme, UNDP) consacra nel 2008 a progetti «di adattamento al cambiamento climatico» , cioè 26 milioni di dollari, equivale a due giorni di spese previste dal bilancio della difesa per la nostra «dissuasione».

L'inquinamento militare

La militarizzazione, nemico pubblico m° 1 della democrazia, è anche nemico della salvaguardia della qualità della vita e – veniamo all'essenziale! – della vita tout court. Si può negare questo legame, certo, al punto di farci credere che quelli che detengono 25.000 testate nucleari in realtà le le puntano su Marte, sparano «a salve» e si limitano a «giocare», appropriandosi dell'1% della superficie terrestre – il numero di km² riservati all'impiego di queste armi. Nei circa venti di siti che sono serviti – per ben 2059 volte! – per testare gli ordigni nucleari, non ricrescerà più l'erba. Le zone sono condannate anche per le generazioni future (non solo sull'Atollo di Bikini, che gli abitanti hanno dovuto abbandonare all'epoca dei test nucleari americani del 1954 senza poter più farvi ritorno). Attorno agli atolli più fragili (da Amchitka all'Isola di Natale passando per Kwajalein), il rilevamento dell'inquinamento marino meriterebbe altrettanta attenzione della ricerca di una scatola nera, o della caccia ai pirati e ai rifugiati. Se per certi militari l'impatto ecologico di tutte queste attività è un dettaglio, il cambiamento climatico non risparmia nemmeno loro: le loro infrastrutture subiranno le conseguenze della salita del livello delle acque. Un'isola come Diego Garcia, per esempio, della quale il Pentagono si è appropriato nel 1965 dopo averne deportato tutti gli abitanti, è in bilico: la pista allegramente utilizzata dai B-52 e dai B-2 (stealth) per bombardare l'Afghanistan e l'Irak verrà presto sommersa.
Nuclearizzazione e «inverno nucleare»
Quando i militanti così concentrati su Copenhagen avvertono «The climate is ticking», si tratta di una formula presa in prestito. Perché questa appropriazione? L’orologio dell'apocalisse è stato creato dagli scienziati nel 1947 con riferimento alla bomba atomica, e le sue lancette vengono spostate in funzione delle minacce... nucleari. Ma andiamo più in là alla ricerca della paternità dei fatti e delle riflessioni: coloro che hanno denunciato gli arsenali nucleari e contrastato il loro potere di seduzioni sono anche stati i primi a lanciare l'allarme in materia climatica. Più di 25 anni fa, degli scienziati – tra cui l'astrofisico Carl Sagan, Paul J. Crutzen dell'Istituto Max Plank a Mayence, Richard P. Turko dell’Université della California –, hanno evocato lo scenario dell'«inverno nucleare» [5] Da allora, la bulimia nucleare delle superpotenze è stata tenuta sotto controllo e la corsa delirante ai megatoni [6] si è interrotta. Questo scenario, che non ha niente a che vedere con le «variazioni stagionali», dimostra (con una simulazione) che in caso di scambio o di «tiri incrociati» di metà delle testate detenute all'epoca da Mosca e Washington, l'emisfero Nord piomberebbe in un clima glaciale finché le polveri rigettate nell'atmosfera non precipitassero nuovamente al suolo. Queste particelle, in sospensione nell'atmosfera, agirebbero come uno schermo e bloccherebbero i raggi solari per molti mesi. Privata di luce e calore, la vegetazione non potrebbe sopravvivere e questo comporterebbe la rottura delle catena alimentare. Nelle zone nordiche, basterebbe che la temperatura scendesse di 1 o 2 gradi perché i raccolti gelassero. Un raffreddamento dell'altopiano tibetano, frenando il riscaldamento estivo, cancellerebbe l'arrivo di aria carica di umidità proveniente dall'oceano impedendo così al monsone di apportare le piogge indispensabili alla vita dell'India e del Pakistan.

Scomode verità?

La solidarietà internazionale è la parente povera dello sviluppo sostenibile.
Il problema della solidarietà internazionale è grave quanto quello del cambiamento climatico e del surriscaldamento del pianeta. In assenza di solidarietà assisteremo a spostamenti di popolazioni che comporterebbero conflitti difficili da controllare…
Il GUEC stima che la minaccia di un cambiamento climatico progressivo e il suo impatto (…) non saranno gravi al punto di rappresentare una minaccia per la sicurezza. E tuttavia. Se il governo canadese prevede di stanziare 10 miliardi di dollari per costruire navi da guerra che pattuglieranno l'Artico, è per puro caso e senza una logica geopolitica?
Tra le scomode verità, ci si potrebbe chiedere perché l'impatto ecologico delle forze armate e dei sistemi d'arma sono un argomento tabù. Ammettiamo che i climatologi e i loro seguaci siano indifferenti alle questioni militari. Ma l'inverso non quadra: le forze armate hanno saputo utilizzare l'ambiente ai propri fini. Prendiamo il caso della deforestazione, che svolge il suo ruolo nelle perturbazioni climatiche: la diossina sparsa dagli aerei C-123 Provider si è ben armonizzata con il motto dell'Air Force statunitense «Only we can prevent forests» durante le operazioni in Vietnam (1961-1975). Curiosamente, i militanti che «fremono» [7] per il clima hanno tendono a evitare di celebrare il 6 novembre, la giornata internazionale per la prevenzione dello sfruttamento dell'ambiente in tempo di guerra e di conflitto armato.
Se l’Antartide è ancora più o meno preservata, è perché è stata denuclearizzata e demilitarizzata a partire dal 1959 [8]. Poi l'environmental warfare (per spezzare gli equilibri di un ecosistema, per esempio) si interessa soprattutto ad assalire lo spazio, il cosmo come lo chiamano i russi: un teatro di scontro militare che ha come scenografia più di 2800 dispositivi spaziali. Ma tutti quelli che si destreggiano alla perfezione tra gli acronimi GIEC o IPCC (versione anglosassone) si scoraggiano davanti alla sigla PAROS (Prevention of an Arms Race in Outer Space), cioè la militarizzazione dello spazio extra-atmosferico. Mentre tutti hanno un pensiero commosso per lo strato di ozono dell'atmosfera, i razzi che consumano 15 tonnellate di combustibile al secondo fanno meno scalpore dei 4×4 e le limitazioni di velocità per i missili.
Copenhagen nel retrovisore
Torniamo al clima. Quando la febbre di Copenhagen si sarà abbassata, si può prevedere una revisione delle priorità su tutto ciò che rischia di caderci sulla testa? Già nel 1991 la Commissione Trilaterale stimava che «la paura di un conflitto nucleare, che un tempo ha esercitato una pressione psicologica considerevole, [...] sta per attenutarsi. Ma certe minacce ambientali potrebbero finire per esercitare la stessa pressione sulle menti della popolazione. [...]» se si deve credere al rapporto intitolato Beyond Interdependance.
Mi sembra piuttosto che la pressione potrebbe essere mantenuta e amplificata se si tiene conto del fatto che una minaccia non deve sostituirsi a un'altra e che ragionare per compartimenti stagni non fa che aumentare l'ignoranza. È vero, il fronte delle ONG per il disarmo nucleare non ha la forza d'urto delle ONG ecologiste, né un consenso sulla gravità della situazione. Ma visto che ho fatto riferimento alle trattative della diplomazia atomica, evitiamo gli stessi errori e inganni simili. Il dopo-Kyoto può essere l'occasione per identificare nello stesso tempo gli attori virtuosi, quelli che si impegnano in maniera differenziata, anche a ritroso, e i disonesti arroganti o discreti che non meritano un trattamento d'eccezione e/o di favore.

Note



  1. Questions Internationales no 38, juillet–août 2009, La Documentation Française, 90 pagine, di cui 2 pagine (sic) sulla sicurezza e gli studi strategici.




  2. Il degrado consegue alla dichiarazione di guerra, i danni finanziari possono essere considerati danni di guerra… Cf. articolo su crises, guerres et paix, 24 mai 2009.




  3. Umberto Eco, Cinque Scritti Morali, Bompiani, Milano 1997.








  4. Paul Ehrlich, Carl Sagan, Donald Kennedy, Walter Orr Roberts, Il freddo e il buio, Frassinelli 1986; traduzione italiana di The Cold and the Dark, WW Norton & Company, New York, 1984.




  5. Megaton: unità di potenza di un'arma nucleare che equivale a un milione di tonnellate di TNT, cioè 1000 kilotoni, cioé 66 volte il potenziale della bomba di Hiroshima.




  6. Se si digita «Greenpeace», «clima» e «drammatico», Google mette a disposizione dell'internauta 9500 risultati in italiano.




  7. Il Trattato dell'Antartide proibisce i test nucleari, il ricorso a basi militari e il deposito o sepoltura delle scorie nucleari.


Così vicini alla fine, di David Lihard

lunedì 9 novembre 2009

Quel muro che cadde sulla sinistra



di Barbara Spinelli, La Stampa, 8.11.2009
Traduzione francese di Tlaxcala: Ce mur qui est tombé sur la gauche 
Il muro di Berlino cadde sulla testa della sinistra italiana come il giorno del Signore nella prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi: «Voi sapete bene che il giorno del Signore arriverà come un ladro, di notte. Proprio quando la gente dirà “Pace e sicurezza”, improvvisa piomberà su di essi la rovina, allo stesso modo che arrivano alla donna incinta i dolori del parto. E non scamperanno». Per alcuni nel partito comunista italiano fu proprio così: Alessandro Natta, che fino all’88 aveva guidato il Pci, confidò a Claudio Petruccioli (era il 10 novembre, poche ore dopo la notte fatale) che «Hitler aveva vinto».

Il massacro di Fort Hood: breve storia della violenza americana


di Mark AMES, Exiled, 6.11.2009. Tradotto da Manuela Vittorelli, Tlaxcala
È difficile decidere quale sia l'aspetto più sconvolgente del massacro compiuto dal Maggiore Malik Nadal Hasan a Fort Hood, Texas. Comincerò con questo: non c'è niente di assolutamente nuovo, in quel massacro. Succede di continuo, è solo che il nostro paese soffre di amnesia: dimentichiamo le cose sgradevoli e ci rifiutiamo di imparare le lezioni preziose. [Proprio stamane c'è stato un altro raptus omicida in un ufficio di Orlando, che ha fatto almeno due morti e 17 feriti. In base alle prime notizie l'omicida era un dipendente.]
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Tanto per cominciare, Fort Hood si trova a Killeen, Texas – teatro nel 1991 di uno dei peggiori raptus omicidi, quando un disoccupato già arruolato nella Marina, George Hennard Jr., entrò con il suo pickup in un popolare ristorante self-service, tirò fuori due pistole (anche Hasan ne ha usate due), e assassinò 23 persone prima di togliersi la vita. Il giorno prima del massacro Hennard stava mangiando un hamburger in un ristorante seguendo alla tv la nomina del giudice Clarence Thomas e, secondo il gestore, “Quando trasmisero un'intervista con Anita Hill diede in escandescenze. Cominciò a urlare ‘Brutta troia! Bastardi, avete aperto la porta a tutte le donne!’”
Così la sparatoria di Fort Hood non è il peggiore o più folle omicidio di massa della storia di Killeen. Niente affatto. I media a grande diffusione incoraggiano il clamore sui traditori musulmani che vivono in mezzo a noi, ma Hasan ha ucciso meno americani del bianco e razzista Hennard. Ed entrambi sono stati battuti dal governo federale nella vicina Waco, Texas, dove nel 1993 i federali massacrarono ben 74 tra uomini, donne e bambini nel ranch dei davidiani.
Ma in quella che appare come una strana coincidenza, il Maggiore Hasan e Killeen sono legati a un altro massacro americano. Killeen ha detenuto il record del peggiore massacro degli Stati Uniti fino al 2007, quando lo studente del Virginia Tech Seung-Hui Cho si è messo a sparare contro gli altri studenti uccidendone 33. Malik Nadal Hasan si era diplomato proprio al Virginia Tech nel 1997. Sia Hasan che Cho erano vittime di prepotenze e persecuzioni – il cugino di Hasan ha raccontato ai giornalisti che dopo l'11 settembre i suoi commilitoni lo tormentavano regolarmente, chiamandolo “cavalca-cammelli”. Ma il cugino insiste che l'opposizione di Hasan alla guerra non era tanto una conseguenza di quelle prevaricazioni, quanto dei racconti che aveva ascoltato durante il tirocinio come counselor psichiatrico dei reduci delle guerre in Iraq e in Afghanistan. Hasan aveva perfino assoldato un avvocato per cercare di giungere a un accomodamento con il governo degli Stati Uniti e lasciare il servizio, ma l'accordo non c'è stato e Hasan è stato destinato in Afghanistan. Pare che si sia opposto a questa decisione fino al giorno prima della partenza: e invece di andare in guerra ha portato la guerra nell'esercito americano.
This 2000 picture provided by the Uniformed Services University of the Health Sciences shows Nidal Malik Hasan when was a medical student at the F. Edward Hebert School of Medicine, Uniformed Services University of the Health Sciences.
Nidal Malik Hasan nel 2000, quando studiava medicina alla F. Edward Hebert School of Medicine, Uniformed Services University of the Health Sciences. AP Photo/Uniformed Services University of the Health Sciences

Come spesso capita, sono state tratte le lezioni sbagliate: la soluzione è stata più armi e una maggiore militarizzazione della società. Dopo la strage del Virginia Tech, nel 2007, è nato un nuovo gruppo studentesco favorevole alle armi, che chiede che gli studenti possano girare armati negli atenei. Il gruppo si chiama Students for Concealed Carry on Campus e conta oggi più di 40.000 membri in più di 363 atenei. Analogamente, nel 1991, dopo la sparatoria di Killeen, lo Stato del Texas rispose adottando una legge che consentiva l'omissione di denuncia per il possesso d'armi. Fu il Presidente Bush a firmarla quando era governatore del Texas nel 1995, e fu sempre Bush che nel 2008, dopo il massacro al Virginia Tech, firmò la prima legge federale per il controllo delle armi in 13 anni.
(In questo caso sta già accadendo: ecco per esempio un articolo appena pubblicato, “Fort Hood: Death By Gun Control”, in una cosa chiamata Austin Gun Examiner.)
Dunque Hasan, i cui genitori giunsero negli Stati Uniti dalla Palestina, aveva molti legami personali con la violenza e i massacri “Made in the USA”; eppure si tenta fanaticamente di ritrarlo come un folle mostro musulmano deciso ad uccidere americani a tutti i costi. Ma perché cercare altre fonti di ispirazione, quando gli americani avevano già dimostrato con tanti eccellenti esempi come si fa una strage di connazionali?
Anche Fort Hood, la più grande base militare in territorio statunitense, ha avuto la sua dose di violenza. Innanzitutto detiene il record di soldati uccisi in Iraq e Afghanistan – 685 fino a oggi – e anche se non si conoscono le cifre è ragionevole supporre che Fort Hood sia responsabile di un'alta percentuale delle decine o centinaia di migliaia di persone uccise in quei paesi in seguito all'invasione americana. Nello stesso periodo a Fort Hood si sono suicidati 75 soldati, dieci nel solo 2009; più che in qualsiasi altra base. In un solo fine settimana del 2005 si sono uccisi, in due episodi distinti, due soldati rientrati dall'Iraq. Lo scorso anno, in un caso che sembra uscito direttamente da Full Metal Jacket, lo Specialista Jody Michael Wirawan, 21 anni, della 1ª Divisione di Cavalleria, ha ucciso il suo tenente per poi suicidarsi all'arrivo della polizia. E Killeen non se la cava meglio: ha uno dei redditi mediani più bassi del paese e un tasso di criminalità tra i più alti. Quest'anno un soldato ventenne di Fort Hood è stato ucciso da un poliziotto di Killeen che ha detto di avergli sparato dopo essere stato investito dal suo SUV; la madre del soldato morto ha fatto causa affermando che il poliziotto era noto per essere un individuo violento e incontrollabile, e che l'auto di suo figlio era accostata quando è stato ucciso.
Tutta questa violenza e disperazione ha portato il comandante di Fort Hood, il Tenente Generale Rick Lynch, a creare un centro per il recupero dalla sindrome da stress post-traumatico: si chiama Resiliency Campus e comprende un Centro Benessere Spirituale per la meditazione e un Centro di Aiuto per il Potenziamento Cognitivo. Come se l'allenamento spirituale potesse risolvere le cause che hanno portato a creare un Resiliency Campus.
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Ma se il governo fosse veramente preoccupato per tutti i casi di suicidio e di sindrome da stress post-traumatico, avrebbe potuto evitare la missione suicida e omicida del Maggiore Hasan. Sarebbe stato facile: Hasan aveva chiesto ai suoi superiori di non essere mandato in Iraq, dove era stato destinato, ma le sue richieste furono respinte. I blogger di destra come Michelle Malkin e alcuni media hanno cavalcato le notizie secondo cui Hasan avrebbe espresso simpatia per gli attentatori suicidi. Ma se avesse fatto parte di una cellula dormiente di Al Qaeda non si spiegherebbe perché a) avesse detto ai commilitoni che le guerre sono sbagliate e che avremmo dovuto ritirarci; e b) che stava cercando di evitare di essere mandato in Iraq. I terroristi dell'11 settembre fecero del loro meglio per “mimetizzarsi” e fingere di essere americani quanto una torta di mele, perché quando sei un terrorista che pianifica un attentato suicida in una base militare devi cercare di non attirare l'attenzione. Inoltre la scelta dei tempi per il massacro, il giorno prima di partire, dimostra che la sua disperazione era giunta al limite. Questo suggerisce che se le obiezioni del Maggiore Hasan fossero state prese in considerazione il massacro avrebbe potuto essere evitato .
L'opposizione del Maggiore Hasan alle guerre in Iraq e in Afghanistan lo colloca dove si trova oggi la maggioranza degli americani. E non è il primo soldato di Fort Hood a contestare la guerra. Dall'invasione dell'Iraq la percentuale di diserzioni è salita, e quest'anno hanno fatto notizia alcuni obiettori di alto profilo di Fort Hood, come lo specialista Victor Agosto, processato questa estate dalla corte marziale dopo essersi rifiutato di partire per l'Afghanistan, e il Sergente Travis Bishop, che ha chiesto lo status di obiettore di coscienza dopo essere stato in Iraq per 14 mesi.
Ai tempi della guerra del Vietnam Fort Hood divenne famosa per una delle prime proteste pacifiste, nel 1965, quando i cosiddetti “tre di Fort Hood” si rifiutarono di partire dicendo che la guerra era ingiusta e illegale. Tre anni dopo il movimento si estese: centinaia di soldati semplici afro-americani destinati in Vietnam manifestarono la propria opposizione durante la Convention democratica del 1968, e finirono sotto corte marziale. Fu un gesto eroico: soldati e poliziotti statunitensi misero in scena una delle repressioni di massa più sanguinarie della storia moderna. Nel 1971 il Fronte Unito di Fort Hood, composto da soldati della base, marciò a Killeen, malgrado la città gli avesse rifiutato il permesso. I manifestanti furono arrestati a centinaia.
Oggi, se si va a leggere nei forum le reazioni al massacro di Fort Hood, emerge che il sentimento pacifista è forte e che costituisce chiaramente un problema per le autorità. Dunque si farà il possibile per ritrarre il Maggiore Hasan come un musulmano matto. Da anni la destra ha cercato di identificare l'opposizione alle guerre con il filo-terrorismo e l'anti-americanismo: se così fosse, in base ai sondaggi la maggioranza degli americani sarebbe costituita da terroristi anti-americani.
È già possibile vedere la fetida, cupa essenza dell'Animo Americano nei messaggi anonimi postati in siti di destra come Free Republic. Eccone alcuni:
Perché alcuni si sorprendono?
Abbiamo già uno SPORCO TRADITORE MUSULMANO nello Studio Ovale.
Altra immondizia musulmana, che sarà mai?
* * *

[Citando un post precedente] **Se sei islamico, non puoi entrare nel nostro esercito. Punto.**

Mi sto avvicinando a:
Se sei islamico, non puoi entrare nel nostro esercito vivere in questo paese.
Punto.
* * *
Mi sto avvicinando a:
Se sei islamico, non puoi vivere.
* * *
La storia è ancora fresca e ci sono molte cose che non conosciamo, e molte notizie contrastanti e confuse. Dato che Hasan verrà giudicato da un tribunale militare, noi americani sapremo solo quello che l'esercito vorrà farci sapere. E in una nazione che sta scivolando ulteriormente nelle nebbie della sua amnesia, l'ultima cosa che vogliamo conoscere sono le verità minacciose e dolorose.

"Nella valle di Elah" ("In the Valley of Elah", 2007) di Paul Haggis.





sabato 7 novembre 2009

Processo Abu Omar: Ombre italiane


di Claudio FAVA, il manifesto, 5.11.2009
Traduzione francese di Tlaxcala: Ombres italiennes-À propos du verdict dans le procès de l'enlèvement par la CIA d'Abou Omar


Una sentenza prevedibile. Molto italiana nella sua garbata reticenza, come furono le sentenze sul senatore Giulio Andreotti (è vero, era amico dei mafiosi, ma è passato troppo tempo: tutto prescritto e amici come prima).

Eppure è una sentenza esemplare: per ciò che conferma e per ciò che ammette. Conferma che l'Imam di Milano fu sequestrato dalla Cia in una delle prime rocambolesche extraordinary rendition in cui i servizi americani si esercitarono a lungo dopo l'11 settembre. La condanna per tutti gli agenti della Cia e la grazia concessa al loro capo per la sua presunta immunità diplomatica sono il suggello su tre anni di inchiesta rigorosa e puntuale svolta dal procuratore Spataro ed dal suo ufficio. Ma accanto alla conferma, l'ammissione: se Pollari e Mancini la fanno franca con un non luogo a procedere devono ringraziare tutti gli ultimi governi in carica nel nostro paese. Di più: Pollari deve formalmente ringraziare Silvio Berlusconi, Romano Prodi e Francesco Rutelli che, più degli altri, si sono personalmente adoperati per fare prevalere, sulla verità, l'omertà di un falso segreto di stato.

Le ombre su questa storia sono particolarmente moleste perché non raccontano solo un maldestro rapimento, ma un'idea devastante della lotta al terrorismo. Nel nome della quale servizi americani ed europei si sono intestati la pretesa di derubricare i diritti fondamentali a una questione accessoria, a un trastullo d'anime candide, a un orpello. Abu Omar venne rapito per questo: per sottrarre alle garanzie e ai principi della giustizia ordinaria un presunto terrorista. E il Sismi, accettando di offrire la propria servile collaborazione, ha spazzato via in pochi istanti secoli di cultura e di civiltà giuridica. Su questo scempio, sui prezzi politici pagati, sui favori ottenuti, è precipitata poi la mannaia del segreto di stato.

Questo è un paese offeso troppe volte dai suoi innominabili segreti, scarnificato di ogni verità, costretto a tacere, a fingere, a non capire. Ma mai si era ritrovata, sul bisogno di negare i fatti, una sintonia così perfetta fra tutte le parti politiche. Come sul palcoscenico di una tragedia greca, i protagonisti non sono più i partiti ma il potere. Che difendendo l'indifendibile Pollari, difende se stesso, il privilegio di mentire, di considerarsi legibus soluto. Per una volta non è di Berlusconi che ci tocca parlare ma di questa nazione. Felice di non sapere, felice di non giudicare. Convinta ormai che per esorcizzare la realtà basti cambiare canale.
Leggere anche

venerdì 6 novembre 2009

“La Rivoluzione Russa era la prova tangibile di cui avevano bisogno i dannati della terra per essere sicuri che il sogno di Marx non era un’illusione”


Un’intervista con lo scrittore Spagnolo Manuel Talens in occasione del 92.esimo Anniversario della Rivoluzione di Ottobre
di Salvador LÓPEZ ARNAL. Tradotto da Curzio Bettio, Tlaxcala

Fin dal primo momento, la Rivoluzione di Ottobre è stata un punto di riferimento per il movimento operaio internazionale e internazionalista e delle organizzazioni socialiste che non erano arretrate di fronte al militarismo e alle smanie di conquista dimostrate dai potenti della terra. Era quindi un punto di riferimento da celebrare. Le manifestazioni che si organizzavano in omaggio a quella data gloriosa, il 7 novembre, balzano tuttora alla memoria di molti rivoluzionari in lotta. A partire dalla disintegrazione dell’Unione Sovietica, dalla vittoria della controrivoluzione di un capitalismo selvaggio nella terra di Gorky e Mayakovsky, perfino qui, in questo sito che si tinge di rosso, vive l’oblio, un ingiusto e suicida oblio.
Per ricordare questa data, per parlare del significato di quella rivoluzione socialista, abbiamo conversato con lo scrittore spagnolo Manuel Talens, uomo di scienze, traduttore e militante.




*     *     *

Non molto tempo fa, tu mi ricordavi che la tua prima novella, La parábola de Carmen la Reina, si concludeva con le seguenti parole: 

[In Artefa, un piccolo villaggio nelle Alpujarras di Granada, le trombe dell’Apocalisse iniziano a suonare]...
 “María Espinosa stava sull’aia, lanciando becchime alle galline; aveva sognato che José Botines le dichiarava il suo amore accarezzandola con parole ardenti alla luce della candelina, e si era svegliata con l’animo tanto allegro che si era dimenticata di aprire la finestra per arieggiare la camera, senza rendersi conto che l’azzurro del cielo si era coperto di nubi plumbee che erano arrivate lentamente durante la notte; però aveva alzato lo sguardo al sentire che i suoi capelli nivei cominciavano a bagnarsi, e allora vide la luce di un raggio luminoso cadere sopra la croce del campanile; si diresse dal lato sinistro della sua casa verso la piazza del villaggio, mentre i timpani esplodevano fra il frastuono delle trombe; si sentiva l’odore della polvere pirica bruciata e le fiamme scaturivano scintillando dalle finestre della chiesa; lei stava già a due passi dalla morte, e comunque credette di sentire fra il rombo degli scoppi l’inizio di una nuova speranza; era il 7 novembre del 1917, e in quel medesimo istante le orde liberatrici balzavano al di sopra delle barricate allo squillo della settima ed ultima tromba, avanzando vittoriose fra il fumo opaco dei cannoni per entrare di slancio dentro il Palazzo d’Inverno…”   
Ora, quasi cento anni più  tardi, desidero proprio chiederti di quel 7 novembre. Nel tuo brano parli di una nuova speranza, di orde liberatrici. Cosa successe in quel 7 novembre 1917? Perché pensi che rappresentò una nuova speranza per le classi lavoratrici di tutto il mondo?
Dal momento che la tua domanda mescola fiction con la realtà, e questo mi è veramente di mio gradimento e come novelliere sono uso praticare, prima di tutto voglio aggiungere qualcosa sul contesto relativo a questa citazione estemporanea dalla mia novella, in modo che il lettore possa meglio orientarsi.
La parábola de Carmen la Reina si svolge nella regione montagnosa delle Alpujarras di Granada, un angolo di Andalusia da cui proviene la mia famiglia materna, e tratta della lotta di classe in un villaggio immaginario, Artefa, attraverso tutto il diciannovesimo secolo e l’inizio del ventesimo.
La meticolosa coincidenza di date fra gli esiti apocalittici degli accadimenti in Artefa e l’assalto al Palazzo d’Inverno – che significò la nascita dell’URSS – non è casuale, ma un artificio retorico che ho utilizzato per rendere omaggio a quell’avvenimento storico fondamentale che è stata la Rivoluzione di Ottobre.
In quanto al 7 novembre, devo fare chiarezza sul fatto che la Russia zarista faceva riferimento all’antico calendario giuliano, che si differenzia dal calendario gregoriano usato oggi dappertutto. Secondo il calendario pre-rivoluzionario, il trionfo dei Soviet è avvenuto il 25 ottobre, che coincide con il 7 novembre gregoriano. Da qui deriva la apparente contraddizione temporale di una Rivoluzione di Ottobre che si celebra in novembre. Aggiungerò che, sebbene l’Unione Sovietica di nascita recente avesse adottato immediatamente il calendario gregoriano, si è continuato a far riferimento alla sua rivoluzione come culminata nel mese di ottobre.
Più tardi, l’indimenticabile film di Eisenstein ha solidificato per sempre questa confusione. Il mondo di oggi è così globalizzato e uniforme che queste discrepanze appaiono illogiche, ma in quei tempi, poi non tanto lontani, era il contrasto fra paesi e culture la normalità, non la omogeneità. Chiarito questo, torniamo alla tua domanda.
Sul 7 novembre del 1917 e sulla sua importanza storica si sono scritte tonnellate di pagine e le riflessioni che posso esprimere ora in questa intervista non sono più che l’irrilevante opinione personale – senza l’intenzione di convincere qualcuno – di qualcuno che ha considerato sempre quegli avvenimenti con sguardo benevolo.
Per questo, in anticipo, mi scuso se i miei commenti non saranno all’altezza della circostanza.
La Rivoluzione Russa è  stata la seconda rivoluzione della storia, però è stata la prima che il proletariato ha vinto, in quanto quella Francese, dal carattere borghese, non ha intaccato la proprietà privata capitalista dei mezzi di produzione come sistema economico imperante.
D’altro canto, la Rivoluzione Russa fu la prova tangibile di cui avevano bisogno i paria della terra per essere certi che il sogno di Marx non era una illusione. Come poteva non rappresentare l’inizio di una nuova speranza? Questa volta, il capitalismo sfruttatore non riuscì a stare in piedi, e fu sostituito dal comunismo, un concetto bellissimo malgrado tutta la disinformazione che questa idea ha dovuto sopportare per più di un secolo, e il comunismo significava l’eguaglianza nel godimento dei beni della terra.
Il fatto che tale edificio sia collassato sette decadi più tardi non rende la sua costruzione meno sublime. In buona sostanza, ci viene confermato che i sogni, una volta realizzati, necessitano di essere coltivati con amore e con la lotta, tutti i giorni, per evitare che non si estinguano.               
Allora, il comunismo, questo bellissimo concetto secondo le tue parole, vorrebbe significare “l’eguaglianza nel godimento dei beni della terra.”
Certamente, questo è  un concetto fondamentale del materialismo storico, una naturale conseguenza di una società senza classi e della proprietà pubblica dei mezzi di produzione. Il paradiso — se questo esiste — esiste qui in terra e non deve essere limitato solo per alcuni pochi e non essere goduto da tutti. Questo viene definito compartecipazione, ed è un principio alieno alla natura del capitalismo. Il messaggio evangelico del cristianesimo è esattamente uguale a quello del comunismo, salvo addentrarsi nel terreno di un pensiero magico per fantasticare su un ipotetico godimento egualitario nell’aldilà.  
Tu hai fatto riferimento ad un film di Eisenstein. A quale ti riferivi?
Ad Ottobre, una meraviglia del cinema muto dedicata ai proletari di Pietrogrado, che Eisenstein filmò nel 1927 in occasione delle celebrazioni del decimo anniversario della Rivoluzione. Molti dei combattenti che avevano partecipato effettivamente alle lotte rappresentarono se stessi nella pellicola, e questo è un dettaglio storico di tutto rilievo, a parte la maestria che Eisenstein dimostrò, da quello straordinario cineasta qual era.
Il film è  disponibile in internet, sebbene col passare del tempo sempre meno sono le persone che sono in grado di apprezzare una narrazione filmica come questa, allo stato puro, senza dialoghi.



In alcune occasioni, e l’approccio non è sembrato dei più amichevoli, si è affermato che la Rivoluzione Russa non fu altro che un colpo di mano da parte dei Bolscevichi. Cosa pensi di questa valutazione? 
Qui, entriamo in pieno nel terreno della propaganda, il cui obiettivo non è altro che la disinformazione. É evidente che ogni impresa rivoluzionaria subisce la riscrittura della sua storia da parte dei suoi nemici, che le sbavano addosso. Abbiamo a disposizione esempi molto vicini a noi: Cuba ha dovuto subire calunnie per cinquant’anni, e, in quanto al Venezuela, non passa giorno che il sistema dei media e la stampa privata dell’Occidente affermino che una qualsiasi cosa che riguarda il governo di Hugo Chávez non vada bene. Noi dobbiamo imparare a convivere con tali remore, visto che per il momento questo sembra non presentare soluzioni.
La supposizione di un colpo di mano da parte dei Bolscevichi non sta in piedi, nemmeno a fronte della più superficiale delle analisi; è un insulto all’intelligenza. Si fonda sulla falsità semantica che la rivoluzione rappresenti uno stato di scompiglio e di disordine, senza alcuna tattica di combattimento preconcepita, che termina per asfissiare l’ordine legale come passo che precede il caos.
Con una premessa tanto fuorviante risulta facile la deduzione del sofisma che l’assalto al Palazzo d’Inverno — l’ultima scaramuccia rivoluzionaria, un prodigio di tattica militare — fu un colpo di mano di diverse centinaia di intrepidi Bolscevichi, che si erano trovati a pescare in un fiume tumultuoso.
Si tratta senza dubbio di una tesi riduttiva ad infinitum, che deliberatamente fa astrazione di tutto il processo rivoluzionario che ha portato all’assalto finale, che aveva in precedenza costretto in marzo lo Zar Nicola II ad abdicare e aveva imposto la formazione di un debole governo provvisorio della borghesia capitalista.
Questa tesi trascura il fatto che Pietrogrado (San Pietroburgo) era già sotto il controllo dei Soviet e – soprattutto – ignora l’intelligenza di Lenin come mente pensante nel momento di muovere le pedine su quel tavolo degli scacchi.  
É come se qualcuno pretendesse di dimenticare Fidel Castro e la guerra di guerriglia a cui dette inizio a partire dalla Sierra Maestra e si concentrasse solo sulla battaglia di Santa Clara – un altro prodigio di tattica militare – che dette la vittoria finale alla Rivoluzione Cubana. Chi, in un suo giudizio corretto, potrebbe affermare che questo non fu altro che un colpo di mano del Che Guevara? É assurdo, si tratta di un puro inganno.

Tu, prima, hai fatto riferimento all’intelligenza di Lenin. Reputi questa sua intelligenza essere espressione del suo pensiero brillante? Della sua audacia? Del suo coraggio? Delle sue analisi politiche fuori dal comune? Della sua eterodossia? Vi sono stati due Lenin differenti, prima e dopo la Rivoluzione?
Generalmente parlando, i più grandi leader politici o militari che hanno segnato la storia, in bene o in male – come Alessandro il Grande, Giulio Cesare, Gengis Khan, Hernán Cortés, o, nel caso che stiamo trattando, Lenin – sono esseri umani di superiore intelligenza, coraggiosi fino all’inenarrabile e con una capacità strategica fuori dal comune. 
Naturalmente, questa capacità  non è un merito in sè; il merito ne deriva quando viene messa a servizio esclusivo di una causa nobile ed altruistica, come il progresso del genere umano. Lenin – e nello stesso modo Fidel, Ho Chi Minh o Nelson Mandela – appartiene a questa ristretta galleria di esseri umani straordinari.
Con questo, credo di avere risposto ai primi cinque interrogativi che mi hai posto nella tua domanda. E, per quel che concerne l’ultimo, penso fuori questione che vi sia stato un cambiamento fra il leader che patrocinava la lotta rivoluzionaria e lo statista che divenne dopo la presa del potere.  Però questo è normale, visto che le circostanze in entrambi i periodi erano radicalmente differenti.
Uno degli esempi di questa evoluzione è costituito dal cambiamento di ruolo che Lenin ha assegnato al Partito. Da essere, come all’inizio, solo una organizzazione dedicata alla educazione del popolo per far sì che le masse potessero accedere all’avanguardia del proletariato, il Partito si convertì nello strumento per gestire il potere. É tristemente paradossale che Stalin si sia avvantaggiato di questa singolarità per legittimare i suoi crimini.

Educazione popolare: “Un libro è la vostra migliore compagnia, istruite voi stessi!”
(Manifesto sovietico, 1919 circa)


Qual è stata la posizione delle grandi potenze del momento – Inghilterra, Francia, anche gli Stati Uniti – di fronte a questi accadimenti? Permisero all’URSS di respirare liberamente?   
Come era prevedibile, questi paesi assunsero posizioni di totale ostilità. Il passaggio da capitalismo a socialismo non è un fatto che possa avvenire impunemente nel concerto delle nazioni, perché suppone la perdita di un mercato e, allo stesso tempo, la possibilità che altri popoli si contagino con il virus della rivoluzione.  
Inghilterra, Francia, gli Sati Uniti, ma perfino il Giappone, il Canada, la Cecoslovacchia, e la Germania, fra gli altri paesi, si apprestarono a finanziare un esercito di mercenari nazionalisti, zaristi, anticomunisti e conservatori in una guerra civile che venne scatenata in Unione Sovietica nel 1918. Questo esercito affrontò l’Armata Rossa sotto le insegne dei “russi bianchi”, vale a dire il peggio del peggio della società russa, la “gusanera”degli ultradestri Cubani di Miami ante litteram. Comunque questo tentativo controrivoluzionario andò incontro ad un solenne fiasco.
Abbastanza curioso – o forse non così tanto – è l’atteggiamento ostile delle nazioni che persiste ancora in questa nostra attualità: il tentativo, sicuramente di minor rilievo, di cambiare le regole del gioco in qualche paese o continente per conseguirne di più giuste comporta sempre la medesima risposta.
L’America Latina ha una lunga esperienza al riguardo. Quello che sta succedendo in Honduras attualmente non è che l’ultimo esempio di un lungo elenco di interventi controrivoluzionari aizzati dall’esterno.
Dopo pochi anni, nel 1924, Lenin morì. É stato detto che nel periodo precedente la sua morte era depresso, abbattuto per lo sviluppo degli avvenimenti, non solo a causa delle difficoltà del processo, ma anche per le posizioni di alcuni dei suoi compagni. Reputi questa una ragionevole congettura?

Personalmente, questa argomentazione mi sembra una solenne stupidaggine, una fra le tante che si sono inventati, pur di non accettare ciò che per il capitalismo risultava inaccettabile: che Lenin era incombustibile, come Mandela, come Fidel, come molto probabilmente lo sarà Chávez. Quando la reazione di destra non può distruggere un leader, allora lo denigra.
Quindi, si è anche detto che Lenin è morto a causa della sifilide. Che importanza vuoi che abbia se uno è morto per sifilide, per una lesione cerebrovascolare o per essere inciampato?  Perché è tanto difficile ammettere che Lenin è morto perché era giunta la sua ora? É semplicemente ridicolo inventarsi una depressione mentale senile in un individuo che era sopravvissuto al carcere, alle deportazioni, all’esilio ed a ogni tipo di avversità senza deviare dal percorso che si era tracciato all’inizio del suo impegno. 
Ogni modo, con questo non pretendo di suggerire che Lenin era insensibile alla sofferenza. Nessuno lo è.
Perché credi che il processo, solo pochi anni più tardi, abbia assunto un carattere tanto autoritario?  
Questa è la parte più dolorosa dell’Unione Sovietica, perché uno viene stimolato a pensare cosa avrebbe potuto divenire quella grande patria internazionalista se Stalin non si fosse presentato sul suo panorama, o se non fosse stata debilitata dalla Seconda Guerra Mondiale e dalla corsa agli armamenti in cui il paese si è andato ad impantanare durante la Guerra Fredda. É come immaginare un destino differente per la Spagna, se Franco non fosse mai esistito. Il problema è che la storia non consente di ritornare sul cammino per rimediare agli errori.
Quello che è certo – ed è terribile – è che Stalin fu un cancro non solo per l’Unione Sovietica, ma per la stessa idea del comunismo come orizzonte da raggiungere. E i dirigenti che gli succedettero, fatta eccezione forse per Kruschev, sono state le metastasi tardive di Stalin, che hanno portato a conclusione la distruzione dell’eredità di Lenin.
Comunque, non è quello il comunismo! Per fortuna, ora sono cinquant’anni che Cuba con la sua solidarietà mostra a tutti la faccia bella e compassionevole del comunismo.
Tu hai appena adesso citato Kruschev. Come fu possible che il suo tentativo di rinnovamento, la sua autocritica dello stalinismo al XX Congresso, che tante e tante speranze avevano sollevato nuovamente, non abbiano dato frutti o che questi frutti abbiano avuto una durata tanto breve?
Io non sono un kremlinologo o nulla del genere, quindi  posso unicamente interpretare quello che mi suggeriscono le mie sensazioni. 
Credo che il XX Congresso sia arrivato troppo tardi. Se Stalin fosse durato per poco tempo, le cose avrebbero potuto avere rimedio, invece non esiste rivoluzione che possa resistere a ventinove anni di crimini, abusi e terrore, anche se contemporaneamente vengono prodotte cose degne di elogi.
Io considero che Kruschev non sia stato in grado di estirpare del tutto il cancro dello statilismo, e, di conseguenza, questo non ha tardato a riprodursi.
Pochi anni fa, mi è stato raccontato a Mosca una storia preziosa su Kruschev, che ho utilizzato più tardi in un racconto. Ricordami di inviarti questo brano.

(Pochi giorni dopo, Manuel Talens gentilmente mi ha inviato il testo e la foto che vengono riprodotti qui sotto):
[…] E così avvenne che lei, il giorno seguente, mi portò a visitare il cimitero di Novodevichy. I viottoli, simili a quelli di un giardino, erano coperti di neve. Ci aggiravamo fra le lapidi e non ho potuto resistere alla vecchia tentazione di farla partecipe dei miei monologhi, questa volta sui personaggi celebri che stavano sepolti in quel luogo e di quello che sapevo su di loro. Lei mi stava ad ascoltare attenta e il suo sguardo si volgeva attorno con qualche segnale ironico. Arrivammo alla tomba di Kruschev. Allora Mei-Ling aprì bocca per informarmi che l’ex presidente dell’Unione Sovietica non stava sepolto al Kremlino in quanto era morto deprivato del potere.  Quindi, per la prima volta da quando la conoscevo, lei mi rivolse più di un centinaio di parole di seguito. Appresi che il monumento funebre di Kruschev era opera di Ernst Neizvestny, uno scultore che Kruschev, quando era Primo Segretario del Partito Comunista Sovietico, aveva mandato a chiamare per presentargli le sue più vigorose rimostranze in merito al fatto che la sua arte gli appariva contraria agli ideali del socialismo, e che l’allora giovane artista, invece di dimostrarsi intimorito, rispose che lui poteva essere anche il compagno Segretario qual era, ma che di scultura non sapeva nulla in assoluto.
A quanto sembra, dopo la sua caduta in disgrazia, Kruschev mandò a chiamare lo scultore e da quel momento si instaurò fra di loro una certa amicizia, tanto che nel testamento Kruschev espresse la volontà che venisse assegnato l’incarico proprio a Novodevichy di scolpire il suo monumento funerario.
A lato del volto del vecchio dirigente scolpito realisticamente vi sono due grandi raffigurazioni angolari astratte, una in marmo bianco e l’altra in marmo nero, che secondo il parere di Mei-Ling simbolicamente rappresentano due orecchie.

“Alla fine della sua vita,” – aggiunse come conclusione – “Kruschev aveva imparato ad ascoltare.” [...]


Tomba di Nikita Kruschev, cimitero di Novodevisci (Mosca)

É probabile che l’Unione Sovietica si sia disintegrata per il fatto che i suoi dirigenti si dimostravano autistici, non ascoltavano nessuno.
Però non vorrei dare l’impressione che ogni cosa nel percorso dell’Unione Sovietica  mi sembri negativo. Bisognerà sempre ricordare l’aiuto prestato dall’URSS alla Repubblica Spagnola durante la nostra guerra civile, l’eroismo del popolo sovietico nella Seconda Guerra Mondiale, (entrambe le cose sotto il mandato di Stalin, anche questo deve essere sottolineato), e il suo costante ed incondizionato appoggio fornito a Cuba fino all’ultimo momento.  
A prescindere da questo, durante gli anni Ottanta vi sono stati diversi tentativi di correzione di rotta. Prima con Andropov, che non era proprio uno stupido, e poi con Gorbachov e la sua perestroika. Qual è la tua opinione in merito a questi nuovi tentativi?
Nessuno dei dirigenti che sono successi a Kruschev era stupido, però la mia supposizione è che nessuno di loro pensava, come è necessario pensare, - con una convinzione incrollabile – nella sopravvivenza dell’eredità della Rivoluzione. Con ciò, non ho minor simpatia nel ricordarli.
L’ultimo, Gorgachov, è stato una specie di Adolfo Suárez sovietico, che il caso catapultò d’improvviso in una situazione inaspettata: da austero servitore dell’apparato qual era, si è visto trasformato in un frivolo personaggio democratico televisivo in puro stile occidentale. Senza ombra di dubbio, egli cercò di fare quello che poteva, tentò di aprire la finestra perché entrasse aria fresca, ma l’Unione Sovietica stava già moribonda.    
Un cancro non si cura con pannicelli caldi e a Gorbachov è toccato l’ingrato compito di assistere come spettatore ad una agonia che precipitava in tanto dolore, che non rispondeva a qualsiasi trattamento.
Vi è  una canzone di Jacques Brel, “J’arrive”, che esprime bene l’impotenza che  Gorbachov deve aver provato quando la situazione cominciò a sfuggirgli di mano: C’est même pas toi qui es en avance, c’est déjà moi qui suis en retard. [Non sei proprio tu ad essere in anticipo, sono io che sono già in ritardo]. E l’inevitabile accadde, un giorno fece la sua comparsa Yeltsin - arrivista, mentitore, ladro, ubriacone e traditore – che dette all’URSS il colpo di grazia.
Qualche momento fa, hai fatto riferimento alla spinosa questione della guerra fredda. Desidero ritornare su questo argomento. La guerra fredda, che per l’Occidente guerrafondaio è sempre stata molto calda con l’intenzione manifesta di soffocare l’ Unione Sovietica fin dal primo momento, forse concesse all’URSS ben pochi margini di manovra? In quelle accentuate condizioni era possibile intraprendere altri sentieri?     
In casi come quello dell’URSS, mia nonna era solita dire che “tutti insieme la ammazzarono, ma lei morì da sola.” Non vi sono dubbi che gli Yankees fecero la loro parte in quella folle corsa agli armamenti e nella stupida competizione spaziale, che sia gli USA che l’URSS hanno tenuto in vita per decenni.
Posso capire che Washington abbia speso enormi somme di denaro (che non aveva) per la conquista dello spazio, dato che, dopo tutto, incarna un impero colonialista ed invasore, che si cura ben poco dell’enorme numero di suoi cittadini poveri, privi perfino di assistenza medica.
Ma quello che non capisco, e che non riesco proprio a capire, è il fatto che l’URSS abbia potuto accettare la sfida di farsi prosciugare per miliardi di rubli in sputniks, viaggi nello spazio ed altre “pippe”, mentre i suoi cittadini stavano facendo sacrifici in diverse repubbliche. 
Qualsiasi casalinga sa cosa sono le priorità e a nessuna, dotata di sano giudizio, passerebbe per la mente di acquistare una Rolls Royce se ai suoi bambini mancasse anche un bicchiere di latte. I dirigenti del Kremlino, mi dispiace dirlo, optarono per la Rolls Royce. Questi deliri di grandezza hanno drenato risorse che avrebbero potuto essere debitamente dedicate al benessere del popolo sovietico, invece di essere sperperate in questi modi. 
Io non mi trovavo in quello scenario, quella che esprimo è solo la mia opinione da spettatore: io ignoro quale fosse il margine reale di manovra di Mosca e se fosse effettivamente necessario l’impegno nella corsa agli armamenti – un salto nel buio, verso la bancarotta – invece di accontentarsi di organizzare la propria difesa da possibili attacchi  USAmericani. Comunque, a mio parere, le politiche imperiali, anche se imposte dall’esterno, non dovrebbero avere spazio in uno Stato rivoluzionario.
Tenuto conto delle debite distanze, quanto più logica mi sembra la politica di Cuba: le sue scarse risorse economiche vengono dedicate alla produzione di vaccini, alla preparazione di medici ed insegnanti e nella formazione di lavoratori sociali, che vengono poi messi a disposizione dei paesi suoi fratelli.    
L’Unione Sovietica si è disintegrata nel 1991. Secondo te, qual è stato l’elemento più decisivo per il suo collasso?
All’assillo senza respiro da parte di Washington, bisogna aggiungere gli errori compiuti da Mosca: la perdita degli ideali, la perpetuazione di una borghesia del Partito estranea alla realtà quotidiana del popolo sovietico, la rovina economica e morale, la corruzione introdotta profondamente in tutti i posti di potere. É nostro pane quotidiano, nulla che non conosciamo nelle nostre democrazie bipartitiste. La Spagna è un buon esempio di questa decadenza.
La voce narrante del mio racconto che hai citato in precedenza, poco dopo le parole che tu hai riprodotto per questa intervista e proprio prima del punto finale, aggiunge: “…senza dubbio, gli uomini furono creati per essere brevemente liberi nell’attimo delle battaglie, ritornando in schiavitù dopo avere afferrato la vittoria con le loro mani.”    Chi sa se questo è il nostro destino: tentare, fallire, tentare un’altra volta, far fiasco di nuovo e così via successivamente, senza mai rassegnarsi al fallimento. Sono un pessimista attivo, pieno di ottimismo. 
Tentare, fallire, tentare ancora, questo mi stai dicendo. Combattere battaglie che si sanno perdute in partenza, andare in guerra ed essere sconfitti, e ritornare a fare guerra. Tutto questo, non è un poco assurdo? Il panorama che mi stai illustrando è dal punto di vista letterario brillante, ma non è politicamente inattuabile? Non viene sottintesa qui una filosofia della storia non solo pessimistica/ottimistica ma, dobbiamo dirlo, del tutto romantica?
Io ritorno a Lenin: due passi avanti, uno indietro. Pura prassi. L’assurdo sarebbe rinunciare. Non c’è nulla di romantico in questo modo di pensare. Il romanticismo mi lascia freddo.
Guardando le cose in prospettiva a partire dalla nostra posizione attuale, e tenendo in mente i dieci e più anni di capitalismo selvaggio in Russia dopo la caduta dell’Unione Sovietica, pensi che quel 7 novembre abbia valso la pena? Pensi che i movimenti di liberazione di questo mondo dovrebbero continuare a guardare questa data come un punto di riferimento? In definitiva, noi dobbiamo continuare a riconoscerci in questa Rivoluzione?
Sì, ne è valsa la pena. Il criterio per valutare i fatti che costruiscono la storia non dovrebbe mai derivare dal loro successo o dal loro fallimento, ma dalla bontà o dalla cattiveria della loro essenza. E l’essenza di quella Rivoluzione, per cui si è lottato per migliorare il destino dei dannati della terra, - mi piace rivendicare L’Internazionale – fu buona.  
Il capitalismo selvaggio presente nella Russia odierna ha creato multimilionari dalla sera alla mattina. Questo è quello che appare nei titoli cubitali di prima pagina della stampa occidentale, mentre le pagine interne a caratteri di stampa minuti ci mostrano l’altra faccia della moneta, molto più sinistra: che dal 1990 al 2008 l’aspettativa di vita dei Russi – un dato che misura la qualità della vita e riassume il tasso di mortalità per tutte le età in entrambi i sessi - si è abbassata dai 69 ai 65 anni. Questi 4 anni di differenza sembrano poca cosa, però sono l’espressione statistica di una tragedia umana di proporzioni colossali.
Per quel che concerne se noi dobbiamo riconoscerci ancora nella Rivoluzione di Ottobre, non so cosa dirti. La nostalgia mi disgusta, perché il passato non è stato certamente migliore. Preferisco analizzare a mente fredda gli avvenimenti storici per riservarmi i loro aspetti positivi, senza comunque tenere nascoste le parti negative.    
Inoltre, oggigiorno le cose sono molto differenti e, almeno per il momento e sotto determinate circostanze sociali, risulta possibile utilizzare il sistema elettorale della democrazia come leva per produrre la rivoluzione per mezzo del voto, senza l’uso delle armi. Naturalmente, è chiaro, questo risulta molto più complicato in quanto il voto non consente la neutralizzazione completa del nemico, che rimane celato in prossimità. 
Lasciami concludere con una domanda senza nostalgie.  Come concepire il socialismo del XXI secolo? Quali territori ti sembrano più accreditati per la sua conquista? 
Allora, per concludere, e prima di darti il mio punto di vista intorno al socialismo del XXI secolo, desidero dirti che sono stato contento di discutere con te di argomenti tanto estemporanei e trascurati nell’attuale dibattito pubblico, come sono il marxismo e la Rivoluzione di Ottobre. E sono felice, inoltre, che questa conversazione sarà pubblicata, perchè oggigiorno risulta francamente eterodossa, effettivamente una cosa meritoria fra tanti encefalogrammi ideologicamente piatti [sorriso].
La post-modernità, tu lo sai molto bene, ha prodotto sfaceli nei partiti della sinistra tradizionale e nel pensiero politico delle società contemporanee, e il solo fatto di parlare di queste cose suona per molte persone come fantascienza. Cosa possiamo fare?!
Vado a terminare: il socialismo del XXI secolo, penso che parlerà spagnolo, e non precisamente nel nostro paese, la Spagna, ma nell’America Latina. É là che si trova il futuro dell’umanità, se questa avrà ancora un futuro. Noi non vedremo il suo culmine, ma il socialismo si è già messo in moto. Infatti, ufficialmente il suo seme è stato impiantato l’8 gennaio 1959, quando guerriglieri barbuti hanno fatto il loro ingresso all’Avana. Senza Cuba e la sua ostinata resistenza nel corso di cinque decenni, oggi il socialismo del XXI secolo non sarebbe nemmeno pensabile. Ora manca solo che almeno uno dei tre giganti latino-americani - Messico, Brasile o Argentina – incontri ed elegga un Chávez, un Evo o un Correa a sua misura, perché la locomotiva di questo treno cominci a prendere velocità, per diventare inarrestabile. É una questione di tempo. Quel giorno, se potrò esserne testimone, sarà per me un giorno felice.


Un sogno che non era una illusione…
“I filosofi si sono limitati ad interpretare il mondo, il nostro compito è di cambiarlo.”
(Tomba di Karl Marx nel cimitero a London’s Highgate, per gentile concessione di Patricio Suárez)





Originale da: Rebelión e Tlaxcala

Articolo originale pubblicato il 06.11.2009

L’autore

Salvador López Arnal e Manuel Talens sono membri di Rebelión. Talens e Curzio Bettio sono membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori e la fonte.

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