sabato 27 febbraio 2010

Non uccidete la nostra indipendenza prima ancora che sia nata

La lotta per la liberazione dei palestinesi ha raggiunto una delle sue fasi più difficili da sempre. L’attuale e complessa situazione sta mostrando alcuni cambiamenti positivi, ed alcuni negativi, che dovrebbero essere tutti giudicati secondo i rispettivi valori. Tuttavia, è evidente un elemento immutabile: l’assenza di un chiaro e univoco riconoscimento della voce popolare palestinese. Sfortunatamente, questo avviene a livello di governo, nei media ufficiali e nella politica internazionale. Sembra un fenomeno duro a morire che continua ad influenzare ogni livello di coinvolgimento, dalla società civile fino ai piani alti.
In positivo, negli ultimi anni c’è stato un aumento di partecipazione da parte dei sostenitori internazionali sulla questione palestinese. Da quando è esplosa l’ondata genocida che ha investito Gaza nell’inverno del 2008-9, aggiungendosi a un assedio già soffocante, c’è stato un aumento percepibile nell’intensità dei suoni della protesta da parte della comunità internazionale, soprattutto a livelli non-governativi. Aiuti internazionali come il convoglio di Galloway, Viva Palestina e quello di Code Pink, hanno conquistato le testate, mentre facevano del loro meglio per portare aiuti umanitari alla popolazione devastata di Gaza. Il movimento globale di BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) ha raccolto alcuni significativi successi nelle aree del boicottaggio e del disinvestimento contro Israele, e continua a rafforzare le voci che invitano a sanzionare l’entità sionista. A livello politico, il rapporto Goldstone ha inferto un duro colpo alla credibilità israeliana e alla sua immagine artificiosa, come benevola isola di progresso e democrazia nel Medio Oriente.
Tuttavia, questi cambiamenti positivi stanno avendo luogo in un ambiente che lascia sperare sempre meno nell’auto-determinazione palestinese. L’occupazione israeliana non è cessata dagli Accordi di Oslo ma, al contrario, si è intensificata. La scena politica palestinese non si è rafforzata, ma è caduta vittima di divisioni interne senza precedenti. Le aggressioni israeliane contro civili palestinesi sotto forma di assassini, incarcerazioni, demolizioni di case e confische di terreni agricoli e proprietà non ha allentato la morsa sotto le pressioni della comunità internazionale, ma è diventata ancora più spietata. Il sostegno dei governi arabi è diminuito e in alcuni casi si è persino trasformata in una stretta collaborazione verso gli obiettivi dell’asse coloniale e dominatrice israelo-americana-europea.

Varietà e diversità

In questa giungla sempre più confusa di intrighi politici, osserviamo una gran varietà di reazioni da parte palestinese. Alcune voci reclamano una totale abolizione della soluzione dei due stati e un radicale ritorno all’idea originale dell’unico stato unito per tutti i suoi cittadini, senza distinzione di religione o origine etnica. Un ottimo esempio di questo è la direzione che viene propagandata fra gli altri da Ali Abunimah, punta di diamante della Electronic intifada, che non ha problemi a definire la soluzione dell’unico stato come la sola fattibile per raggiungere la pace. Fisicamente e politicamente parlando, Hamas si trova sempre più isolata all’interno del territorio di Gaza, che viene spregiativamente chiamato un “emirato” dai propri avversari. I sostenitori dei “due stati”, più notevolmente rappresentati da Mahmoud Abbas e dal suo gruppo, stanno trovando sempre maggiori difficoltà a rendere chiaro ai propri seguaci come intenderebbero trasformare l’ideale romantico della soluzione dei due stati in realtà – contro ogni avversità – e a quale livello di indipendenza palestinese condurrebbe, se si materializzasse questa soluzione.
Oltre a questa scissione politica più palese, vi sono diverse alternative individuali che sono emerse recentemente. Un esempio scioccante è l’opinione espressa in un’intervista concessa a Le Figaro del 6 gennaio da Sari Nusseibeh, presidente dell’università di Al Quds. Egli ha risposto alla domanda “Quale prospettiva per la gente palestinese?”, con le seguenti parole: “La mia prossima proposta sarà di chiedere a Israele di conquistarci, di annetterci, riconoscendoci come cittadini di serie C. I palestinesi godrebbero di diritti di base, movimento, lavoro, salute, educazione, ma senza avere diritti politici. Non saremmo cittadini, solo sudditi.”
Si può tranquillamente supporre che un’affermazione tanto estrema, che viola anche i più fondamentali principi della lotta palestinese, sia una voce solitaria che non rappresenta l’opinione esistente dei palestinesi. Lascia molto perplessi come qualcuno che sia alla testa di uno dei più grandi istituti educativi della comunità civile palestinese, sia pronto ad offrire una totale capitolazione della lotta contro l’entità sionista. La risposta si può trovare nella mancanza di principio, visione, o semplicemente nella disperazione. Potrebbe ben essere che un’opinione tanto distruttiva non sarebbe mai stata espressa se la scena fosse dominata dal suono collettivo della voce popolare palestinese.
La diversità sopra descritta illustra quanto possa essere difficile parlare di una posizione politica palestinese unitaria. Ovviamente, eccezioni come Sari Nusseibeh dovrebbero semplicemente essere accantonate, ma anche così rimarrebbe una bella varietà di pareri e soluzioni proposte da parte palestinese. Come sempre nei momenti critici, l’unità è difficile da trovare al livello della soluzione, sebbene sia facile da trovare nei comuni principi di partenza. Visto che nessuno di coloro che propongono una soluzione sono anche in possesso dei mezzi per ottenerla, si capisce che l’unità va cercata e ottenuta.
Vi sono principi palestinesi universali collegati dalla loro storia fisica e politica, condivisi dalla stragrande maggioranza e attraversando l’intero spettro palestinese. E’ vero che vi sono interessi particolari che mirano a escludere i milioni di palestinesi espatriati e rifugiati, in modo da poter consolidare il proprio ascendente e potere, locale e personale. Eppure, a parte questo trascurabile numero di disturbatori dell’unità palestinese, è difficile trovare palestinesi che dissentano dal fatto che lo scopo principale della loro causa sia il ritiro dei sionisti da tutti i territori occupati, inclusa Gerusalemme Est, la capitale della Palestina, e il diritto di rientro dei rifugiati.

La voce del popolo

E’ negli interessi della stessa Israele creare perplessità sia nei palestinesi che nella comunità internazionale riguardo a questi argomenti. Nel partecipare ai negoziati di Oslo, sin dal principio questo fu l’unico obiettivo di Israele. Da un punto di vista israeliano, fu un astuto “processo di rappacificazione”, che lasciò il tempo di lavorare su fatti compiuti, facendo in modo che i risultati fossero irreversibili. Quindi, è nell’interesse demografico e politico degli israeliani escludere i palestinesi espatriati dall’equazione, non solo sotto forma della loro assenza fisica, ma anche nel loro diritto di opinione e di rappresentazione come un’inalienabile parte del popolo palestinese.
Tristemente, l’entità sionista ha dimostrato di aver saputo ingraziarsi una manciata di palestinesi disposti a sostenere questa soluzione divisiva. Tuttavia, soltanto la pia illusione di qualche esaltato smanioso di potere potrebbe vedere in questo sparuto gruppo di aspiranti “leader” qualcosa che rappresenti la collettiva identità palestinese, per non tacer delle fantasie dei sionisti che mirano a conquistare e sottomettere l’intera Palestina storica. La verità è che la maggior parte dei palestinesi sono molto ben consci della loro provenienza, attraverso legami di famiglia e storie, e semplicemente non possono essere separati artificialmente per adattarsi alle mire personali di ambiziosi politici.
Quindi esiste sicuramente una voce popolare palestinese unificata, che trascende tutti i confini geografici e le segregazioni politiche – ma la stiamo ascoltando?

Nel vuoto politico che è stato lasciato dalla mancanza di unità politica palestinese, e in assenza di una chiara piattaforma per una voce non-politicizzata, osserviamo anche un crescente numero di oratori ebrei e israeliani, disposti a parlare in favore dei diritti palestinesi. Questo fenomeno può essere visto da una varietà di angolazioni, ed ha aspetti sia positivi che negativi.
Nei confronti della causa palestinese, può essere vantaggioso che alcune dichiarazioni politiche a favore dei diritti e dell’indipendenza palestinesi siano portate avanti da ebrei e israeliani, visto che sono percepiti come più credibili da un pubblico occidentale (provenienti direttamente dalla fonte, per così dire). Un altro vantaggio sta nel fatto che è rincuorante osservare che non tutti quelli nati all’interno dell’entità sionista sono razzisti. Ad un livello personale rappresentano una vittoria morale dei veri valori umani sopra ai bigotti valori di odio e avidità. Da un punto di vista più pragmatico, esattamente come la disomogeneità politica palestinese serve gli interessi dell’occupante israeliano, analogamente la diversità israeliana dovrebbe beneficiare la lotta palestinese per l’indipendenza.
Tuttavia, lo sconfinato entusiasmo rende facile il lasciarsi sfuggire uno svantaggio piuttosto evidente che scaturisce da simili sviluppi. Innanzitutto, rispetto all’obiettivo dell’indipendenza palestinese, corre in direzione opposta la necessità di dar voce a dei non-palestinesi, senza parlare di ottenere il risultato previsto della liberazione palestinese. Una crescente dipendenza da questi ebrei coscienziosi crea il risultato di dare l’impressione che i palestinesi siano un popolo impotente, incompetente e immaturo, incapace sia di gestire i loro stessi affari che di organizzare la loro stessa lotta, dipendendo dalla misericordia del loro stesso invasore per ottenere un qualsiasi risultato a loro vantaggio.
Quindi è di vitale importanza rendersi conto di quanto poco del parere pubblico israeliano di maggioranza sia rappresentato da questi ammirevoli attivisti. Raramente c’è stato un tempo in cui l’assenza di un vero movimento di pace israeliano si sia notata altrettanto come durante il massacro di Piombo Fuso a Gaza. Tuttavia, per quanto triste possa suonare, sarebbe davvero ingannevole dire che la presenza di attivisti israeliani fra gli attivisti anti-muro e fra i partecipanti alle proteste di Sheikh Jarrah rappresenti una voce israeliana numericamente significativa all’interno della loro società. Per fare un paragone azzardato: per la stragrande maggioranza degli israeliani, la posizione di questi attivisti nella società israeliana è considerata un’aberrazione, come il sopra-citato parere di Sari Nusseibah lo è fra i palestinesi. E’ pericoloso illudersi con simili percezioni romanzate.

Ritrovare la nostra voce

Considerando ciò che è stato sopra espresso, non dovrebbe mai essere sottovalutato un israeliano che venga eletto rappresentante di un movimento civile palestinese, o in un qualsiasi altro ruolo chiave. A prescindere dalle qualifiche o dalle intenzioni di quella persona, è un errore di giudizio strategico da parte di un simile movimento fare una scelta del genere. Sarebbe un esempio di autentica sciocchezza da parte dei palestinesi permettere che si concretizzi una situazione dove gli israeliani diventano sia colonizzatori che liberatori.
È richiesto un radicale cambiamento di mentalità anche a livello di sostegno internazionale dei diritti palestinesi. Gli attivisti che siano sinceri nel loro desiderio per l’indipendenza palestinese, dovrebbero sostenerla ad ogni livello. Ciò significa che dovrebbero iniziare a fare del loro meglio per preparare il palcoscenico per delle voci popolari palestinesi, e dare un’alta priorità ai loro oratori, scrittori, artisti e attivisti. C’è una forte tendenza a cadere in una romantica ammirazione degli israeliani coraggiosi che alzano la testa contro le violazioni dei diritti umani commesse da israeliani, dando in simultanea quasi nessun merito ai palestinesi che esprimono le loro vedute.
Dipende anche dai sostenitori internazionali scegliere i propri eroi palestinesi, se veramente vogliono fare sul serio. Se tutti coloro che ammirano sono ebrei o israeliani, da un punto di vista palestinese sarà difficile credere nell’autenticità delle loro intenzioni. Esistono centinaia di attivisti, scrittori e giornalisti palestinesi in tutto il mondo, come Ramzy Baroud, Mohammed Omer, Haitham Sabbah, Ali Abunimah e Khaled Amayreh (fate una ricerca con Google dei loro nomi dopo aver finito questo articolo), solo per menzionare una minuscola parte di quelli degni di nota. Sono oratori eccellenti e scrivono in perfetto inglese, sono capaci di presentare una narrativa equilibrata della loro causa, delle loro aspirazioni, e della giustezza della loro lotta.
Se quelli che sostengono i palestinesi in occidente si ritrovano a pendere soltanto dalle labbra di scrittori e oratori ebrei e israeliani, dovrebbero seriamente mettere in discussione il modo in cui pensano di credere nella vera causa palestinese. Sostengono la liberazione palestinese, oppure sono semplicemente promotori di una “Israele più morale”? Il primo e più cruciale passo che farebbe tutta la differenza, in modo da poter veramente iniziare ad aiutare e liberare i palestinesi, sarebbe quello di sfilare l’insensata museruola dalla voce popolare palestinese, permettendole di risuonare forte e chiara.
Come tutti i popoli colonizzati, i palestinesi sono caduti preda del vecchio adagio, “Divide et impera”. In questo senso, nulla è cambiato. Dunque, il primo passo verso la loro liberazione è lavorare per risolvere questa divisione, aspetto più importante per la continuazione dell’esistenza dell’identità nazionale palestinese che conquistarsi garanzie politiche da qualsiasi superpotenza al mondo. E siccome queste divisioni politiche non sono facilmente conquistabili (perché sono almeno parzialmente causate e mantenute in vita da influenze esterne), esiste un’azione primaria e facile da compiere, che non richiede nulla se non convinzione personale e visione. Sto parlando di un’azione semplice, che chiunque potrebbe compiere.
Si tratta semplicemente di riprenderci la lotta come qualcosa di nostro, ritrovando la nostra voce popolare, facendo in modo che venga sentita, parlando forte e chiaro per l’unità e la liberazione palestinese. Dovremmo anche sempre dare priorità agli oratori e gli scrittori palestinesi, anziché affrettarci ogni volta ad inoltrare articoli di Amira Hass e Gideon Levy nelle nostre mailing list, dando pochissimo rilievo o interesse agli scritti della nostra stessa gente. Ti sei accorto di aver fatto tutto ciò? Facciamo in modo di cambiare. Non abbiamo il lusso di poter competere uno contro l’altro – dovremmo rimpossessarci del nostro stesso potere d’influenza. La nostra stessa voce, quella palestinese, è insostituibile. Se permettiamo ad altri di parlare in nostro nome, abbiamo già ucciso la nostra indipendenza prima ancora che sia nata.

mercoledì 10 febbraio 2010

A rischio la principale fonte di cibo dei poveri: "Chiediamo all'Europa di non approvare il riso OGM della Bayer"

La Coalizione contro i pericoli derivanti dalla Bayer sollecita le Autorità Europee a rifiutare l'approvazione all'importazione del riso Liberty Link (LL62), prodotto da Bayer CropScience. Il riso LL62 è stato modificato con un gene che permette alle piante di resistere al glufosinato, un erbicida prodotto dalla Bayer con i marchi Basta e Liberty.
L'approvazione da parte dell'Europa all'importazione del riso geneticamente modificato, consentirebbe alla Bayer di promuoverne la coltivazione nei paesi in via di sviluppo. Questo potrebbe portare alla contaminazione dei tipi di riso coltivati nelle zone di origine, a una diminuzione della diversità e potrebbe addirittura mettere a rischio la principale fonte di cibo dei paesi poveri. L'impatto negativo ricadrebbe più pesantemente proprio sul settore più vulnerabile, quello dei poveri nelle aree rurali.
Carlos Latuff


Con il riso LL62, le dosi d'uso del glufosinato verrebbero aumentate aumentando così anche le possibilità che residui dell'erbicida rimangano nel riso. Secondo una valutazione dell'Autorità Europea per la sicurezza alimentare (EFSA), il glufosinato comporta un alto rischio per i mammiferi. La sostanza viene classificata come reprotossica. Il nuovo regolamento della UE mette al bando tutti i pesticidi CRM (cancerogeni, mutageni e reprotossici) delle categorie I e II. Il glufosinato è classificato tra i reprotossici di categoria II.
La Bayer ha fatto richiesta di poter importare il riso LL62, già nel 2003. La richiesta è stata respinta più volte dal Consiglio dei Ministri del Parlamento Europeo, ma non è ancora stata ritirata. La Bayer sta cercando di ottenere l'approvazione anche in Brasile, Sud Africa, India e Filippine. Fino ad oggi le approvazioni all'importazione in Europa sono state concesse principalmente per mangimi geneticamente modificati. Il riso Liberty Link sarebbe il primo prodotto OGM destinato al consumo umano diretto.
Negli Stati Uniti un tipo di riso geneticamente modificato simile al LL62, denominato LL601, è stato ritrovato in campioni di forniture destinate al consumo umano. La Bayer ha condotto esperimenti in pieno campo della varietà LL601 tra il 1998 e il 2001, ma non è chiaro come sia avvenuta l'attuale contaminazione. Come la varietà LL62, questo riso è resistente al diserbante Liberty prodotto dalla Bayer.
Philipp Mimkes della Coalizione contro i pericoli derivanti dalla Bayer (CBG), che da 30 anni sta monitorando la Bayer: “Chiediamo l'applicazione rigorosa del principio di precauzione nei confronti del riso geneticamente modificato, invitando a non approvare l'importazione nei paesi dell'Unione Europea del riso LL62 in quanto non ci sono prove sufficienti che tale riso non causi danni alla salute umana o all'ambiente”
Vedere anche:


Originale da: Staple food endangered: EU urged not to approve Bayer´s GM RiceArticolo originale pubblicato il 1-2-2010
L’autore
La Coalizione contro i pericoli derivanti dalla Bayer è un partner di Tlaxcala, la rete internazionale di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala:
http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=9984&lg=it


 

giovedì 4 febbraio 2010

Errori ricorrenti dell’attivismo e alcuni suggerimenti per correggerli


 Un editoriale di Palestine Think Tank- scritto da Yousef Abudayyeh, Mohamed Khodr, Mary Rizzo, Haitham Sabbah e Saja , 22-1-2010. Tradotto da Curzio Bettio, Tlaxcala
Originale : Common Activist Errors and Some Proposals to Rectify Them
Jihad Mansour
Recentemente, l’attivismo e gli attivisti in favore della Palestina sono stati al centro dell’attenzione dei media. Questa è decisamente una bella notizia. Si tratta di una opportunità che noi attivisti dobbiamo cogliere, specialmente dal momento che agli stessi Palestinesi sono negati spazi di comunicazione in quasi tutti i mezzi di informazione di massa.  Riflettendo su questo fatto, noi del “Palestine Think Tank” (PTT) abbiamo deciso di rendere pubbliche alcune nostre osservazioni, riflessioni e proposte in modo da valorizzare il lavoro di tutti gli attivisti, anche il nostro. Questa è una sintesi delle questioni che noi riteniamo riguardino certi errori ricorrenti dell’attivismo e anche una sintesi delle nostre proposte per evitare che gli errori producano danni. Nelle prossime settimane ognuno di questi punti verrà sviscerato in specifici saggi. Noi speriamo che le nostre osservazioni e le nostre proposte possano essere prese in considerazione da tutti coloro che impegnano il loro tempo e le loro energie in favore della causa palestinese. 
1. Unità, a cui non viene data la giusta importanza, e frazionismo nel nostro interno. Forse il problema prevalente che ha priorità su tutti gli altri è quello dell’unità.
Di Unità ve ne sono di due tipi: una è fondamentale, l’altra è meramente quella fra i sostenitori.  
Unità fondamentale è quella fra Palestinesi come popolo.
I Palestinesi hanno un nemico comune, l’occupante, l’avversario sionista, lo stato ebraico, e un comune obiettivo, che dovrebbe essere condiviso da tutti, il riconoscimento di tutti i loro diritti e la messa in applicazione degli stessi. Le divisioni settarie dovrebbero semplicemente essere superate, come vengono infatti superate nel campo sionista.  
I Palestinesi sono sparpagliati in giro per il mondo, e la maggior parte di essi vive in esilio.
La lotta sostenuta da loro negli ultimi 62 anni e il nome “Palestina” sono sopravvissuti per merito dei sacrifici dei Palestinesi in Libano, Giordania, Siria, negli Stati del Golfo, in Europa e in tante altre parti.
La loro lotta nazionale è una e una sola, ed è per la liberazione della loro patria, della loro Terra Madre. È per il ritorno alle loro case e ai loro villaggi e per conquistare un’esistenza pacifica e democratica.
Non dovremmo consentire che questa lotta nazionale si riduca ad una questione ormai segnata dal destino, di un governo di Hamas a Gaza e di uno “Stato” ad autogoverno decisamente limitato guidato da Abbas in quello che resta della West Bank.
Hamas e Fatah sono due fazioni politiche, che non rappresentano la suprema voce di tutti i Palestinesi nel mondo, e non possono proporre se stessi come tale. 
Proprio come in ogni altro paese nel mondo, lo spirito nazionale e il patriottismo non appartengono alle fazioni, ma al Popolo. 
È tragico che i contrasti fra queste fazioni abbiano portato fuori strada le aspirazioni dei Palestinesi e che oppositori dell’una e dell’altra parte siano stati costretti al silenzio, imprigionati e addirittura uccisi. Questo non è ciò per cui i Palestinesi hanno sacrificato le loro esistenze.
Nulla di buono può avvenire in Palestina finché Hamas e Fatah, ognuno con sostenitori esterni, restano divisi.    
Avere una popolazione palestinese divisa fra posizioni settarie provoca una situazione drammatica e dannosa e questa divisione è precisamente quello che Israele spera rimarrà, a favore della sua politica di “Divide et Impera”. Essere divisi serve agli interessi dei sionisti.
I Palestinesi devono assumere come prioritario il superamento delle differenze settarie. Se gli attuali dirigenti non vogliono questo, altri leader devono emergere e si guadagneranno un più diffuso appoggio.
Già molti dirigenti sono consapevoli del pubblico sentimento e delle richieste di dedicare le loro energie ad una riconciliazione, che non deve essere solo una promessa ma deve fondarsi su fatti, e i Palestinesi dovrebbero vincolare le dirigenze a questo obiettivo.
Una Palestina unita che ritorna ad essere uno Stato Arabo costituisce la più grave minaccia per Israele, e per questo devono essere indette elezioni, poiché i Palestinesi, come tutti gli altri popoli, hanno il diritto di scegliersi i loro dirigenti. 
Inoltre, noi dobbiamo distinguere fra elezioni che avvengono sotto occupazione, il cui scopo primario deve essere quello di rendere l’esistenza un po’ più facile per i Palestinesi che vivono sotto il brutale dominio Sionista, ed elezioni che invece coinvolgono tutti Palestinesi sparsi per il mondo, che dovrebbero in questo modo far emergere una loro dirigenza politica che sia in grado, che abbia la volontà e che sia pronta ad affrontare le questioni che stanno di fronte a TUTTI i Palestinesi: la liberazione della Palestina e il Ritorno dei Palestinesi alle loro case e ai loro villaggi di origine. 
I politici devono essere subordinati agli interessi nazionali e tutte le parti allora dovrebbero arrivare ad un accordo di collaborazione tutto rivolto alla realizzazione degli interessi della nazione, pur conservando la loro identità e le loro proposte. 
Come acquisire l’unità deve occupare la quantità di spazio più importante nel dibattito. Si tratta di un problema cruciale. 
L’unità dei non-palestinesi è differente. Questa loro unità deve essere messa al servizio degli obiettivi dei Palestinesi e deve sostenere le azioni che possono portare alla giustizia e alla libertà per questo popolo. Al momento, il principale obiettivo dovrebbe essere quello di lavorare per tutto quello che può facilitare l’unità dei Palestinesi e di rendere prioritaria l’agenda per uno Stato palestinese. 
2. Dobbiamo seguire le orme del metodo sionista Nel fare questo, siamo costretti ad essere “reattivi” e non “attivi”. Questo significa lasciar perdere la nostra impostazione individuale, non dare sviluppo alle nostre specifiche strategie.
Esiste una miriade di risposte individuali, ma poca coordinazione fra esse, anche a livello ideologico. Può risultare facile che le nostre risposte possano rivolgersi con l’essere controproduttive, se entrano in conflitto con altre risposte. Non esiste una interconnessione fra le nostre risposte, come avviene invece nella strategia Sionista.
I sionisti hanno una “narrazione”, i Palestinesi hanno la loro storia. Noi abbiamo bisogno di studiarla, ti tenerla al centro dell’attenzione e di essere in grado di difenderla con capacità.   
Molto è stato scritto sull’anti-sionismo, e l’argomento è stato esaurito al punto da risultare semplicemente ripetitivo. Ora, noi dobbiamo focalizzare la nostra attenzione sulle priorità e le strategie pro-palestinesi, un’area che è praticamente intatta e che si apre su “attivi” orizzonti.
I Palestinesi stanno sopportando la peggiore brutalità e noi dobbiamo appoggiarli con consigli e speranza ed ascoltare quali sono le loro idee. Noi dobbiamo proporre questo approccio “positivo ed attivo” a tutti gli attivisti nel mondo e continuare a diffondere questo punto di vista fino ad estenderlo al popolo della Palestina. 
3. Noi usiamo la terminologia sionista
Questo è un errore che commettiamo decisamente troppo spesso. Noi dobbiamo creare la nostra terminologia o arricchire il nostro bagaglio linguistico con un “migliore” lessico.
I Sionisti lo hanno fatto, possiedono i Manuali Hasbara (di Propaganda) e si addestrano alla propaganda. Se la nostra terminologia verrà ripetuta sufficientemente spesso, la gente inizierà a comprendere le questioni fondamentali.
Un esempio: noi usiamo i termini Gaza/West Bank come sostituti per Palestina, non realizzando che la Palestina è molto di più di tutto questo.
Inoltre, anche “Territori palestinesi” è una terminologia errata e ha creato un costrutto mentale tale che la Palestina risulta essere equivalente solo alle parti al di fuori della Linea Verde. Questa è un’idea che è stata imposta, ma che deve essere rigettata.
In ogni caso, noi dobbiamo fare riferimento a Gaza come a “Gaza, Palestina occupata”, come dobbiamo ricordarci di dire “Ramallah, Palestina occupata”, “Gerusalemme, Palestina occupata” ed anche “Tel Al-Rabie, Palestina occupata”. Sì, chiamando Tel Aviv con il suo nome originale può risultare radicale, ma forse necessario.
In buona sostanza, questo serve ad aprire una discussione di una qualche efficacia.
4. Noi non concentriamo le nostre energie
Sicuramente troppo spesso le nostre energie sono distratte in certi momenti verso questioni non attinenti, però considerate come importanti o correlate; queste sono orientate a servire come diversivi o ci portano su piani scivolosi, specialmente quando le indirizziamo su percorsi di “reazione”. 
Alcune di queste questioni sono l’Olocausto in Europa, il programma nucleare dell’Iran, le politiche identitarie ebraiche, le politiche identitarie musulmane. 
Allo stesso modo, troppo spesso ci dimentichiamo di interconnettere eventi globali  e politiche internazionali e di come tutto questo vada ad incidere sui Palestinesi.
Noi dobbiamo puntare la nostra attenzione sugli avvenimenti, sulla realtà e non su minacce presunte, su aggressioni preventive o sulla “edificazione di una nazione” imperialista. 
Noi dobbiamo toglierci i paraocchi e il culto degli eroi. Tutti i leader sono attenti ai loro specifici interessi, questo è sempre è avvenuto e non ci sono prove di qualche cambiamento.  Noi dobbiamo pensare a quegli interessi che coincidono con la causa della libertà dei Palestinesi e riflettere su chi “usa” questa causa.
Avendo più di un nemico, e un nemico in comune, questo non comporta la condivisione di tutte le cause, ma si segue l’opportunità. Questo ha costituito sempre un ostacolo verso la liberazione della Palestina.
Problemi globali e regionali sono spesso interconnessi con quello della Palestina, sebbene talvolta ciò non risulti immediatamente evidente. È importante individuare ciò che è vuota retorica, ciò che potrebbe essere propaganda al servizio della disinformazione, operazioni di falsa bandiera e diversioni da obiettivi e principi. La propaganda arriva dai nostri amici come dai nostri nemici, e allora abbiamo bisogno di esaminare con senso critico quello che ci arriva e lasciar filtrare solo quello che è utile e a beneficio della causa. 
Si possono generare contrasti su ciò che è vantaggioso, ma noi tutti siamo consapevoli che più le questioni sono distanti nel tempo e nello spazio dalla questione palestinese, più facilmente sono da considerarsi diversivi. 
5. Noi non analizziamo a dovere i mezzi di comunicazione di massa ebraici/israeliani, come l’Hasbara.
[N.d.tr.: L' Hasbara è strettamente intrecciata alla necessità dello Stato d'Israele di dover giustificare la propria esistenza tra le nazioni: un caso unico al mondo che richiede iniziative particolari. Si tratta di un termine sionista, spacciato per “informazione”, ossia propaganda di guerra e di sterminio]
Le nostre fonti sono decisamente ben lontane dagli organi di informazione dell’Hasbara. Là ci sono sicuramente alcuni giornalisti veramente buoni, scrupolosi nei confronti del popolo palestinese, e non tutto quello che si scrive nei giornali di Israele è propaganda, ma i giornali stessi lo SONO.
Il meglio di essi serve come una specie di foglia di fico.
Quali sono gli scopi per la maggior parte dei giornali israeliani? Quello di inculcare negli Israeliani la mentalità che “noi siamo sotto attacco” e quello di giustificare le loro “paure” confezionate a tavolino e le loro azioni contro i Palestinesi per porre fine a quelle paure. 
Se è necessaria qualche prova, uno sguardo sulla prima pagina del giornale più “progressista” di Israele di un giorno qualsiasi può cogliere annunci pubblicitari su Birthright [N.d.tr.: si tratta di un progetto nato alcuni anni fa per favorire ed incrementare le relazioni tra gli ebrei della Diaspora e Israele. È specialmente rivolto alla gioventù ebraica (ragazzi di età compresa tra i 18 e i 26 anni), per la quale vengono organizzati annualmente dei viaggi gratuiti in Terra d'Israele, in uno sforzo che ha consentito fino ad ora di portare 40.000 giovani], su Ahava, diverse immagini di Gilad Shalit (un soldato di Israele fatto prigioniero da un commando palestinese a Gaza), pubblicità per stazioni climatiche sul Golfo in Palestina ed altri richiami per gente che voglia arrivare dal di fuori a colonizzare la Palestina. 
Noi dobbiamo sapere quello che gli Israeliani scrivono, ma dobbiamo anche selezionare e capire gli obiettivi dei media israeliani. Infatti non dobbiamo mai dimenticarci che è così che Israele stabilisce la sua egemonia sull’area.
Si cerca di promuovere Israele come voce legittima dell’Occidente e della democrazia. Spesso questi giornali sono costruiti per rivolgersi più agli Occidentali che agli Israeliani.
Continuando questa riflessione, noi non prestiamo, come fanno gli Israeliani nei confronti dei loro media, lo stesso interesse o la stessa attenzione agli scrittori palestinesi/arabi, che senza dubbio meritano questo.
I giornali arabi non vengono quasi mai citati come fonti. Gli Occidentali ed anche molti attivisti impegnati non conoscono le elaborazioni degli scrittori o degli accademici palestinesi, perché questi non ottengono un’estesa diffusione per ragioni che possono essere definite solamente come una sorta di discriminazione. Ciò risulta evidente semplicemente andando a consultare siti web, dove Europei, Americani ed Israeliani dominano la discussione, a prescindere da qualsiasi posizione politica.
Un esempio eclatante della sordità nei confronti della voce araba è come è stato esposto il crimine dell’espianto e traffico di organi.
Da molti anni i Palestinesi denunciavano questo problema, non era quindi un segreto. Spesso ci si trovava di fronte ad una specie di “imbarazzo”, visto che le persone tacciavano queste notizie con “Io capisco, ma non avete alcuna prova da mostrare”.  
Quando un Occidentale [Donald Boström, fotografo e giornalista svedese] ha ribadito non solo quello che aveva pubblicato in precedenza in un libro ma anche quello che era già stato denunciato dai Palestinesi, allora la cosa è diventata “degna di notizia”.
 Ma il fatto curioso della questione è che non è stata una fonte palestinese a portare a galla il problema, ma un giornale sionista, il The Jerusalem Post.
Il giornale non aveva stampato l’articolo (è stata Tlaxcala [la rete di traduttori per la diversità linguistica], in cooperazione con l’autore, che ha tradotto in inglese il documento, qualche tempo dopo), ma l’organo di propaganda israeliano aveva alluso alla supposta vicenda come prova evidente di una delle peggiori calunnie e diffamazioni, lanciata proprio al momento giusto, quando la Conferenza Israeliana sui Pericoli dell’Antisemitismo in Europa prendeva l’avvio. 
Finalmente, questa questione è venuta allo scoperto, ma noi dobbiamo lavorare più duramente per essere proprio noi ad imporre il discorso, per i nostri obiettivi, e non per “reazione”.
I problemi non dovrebbero venire alla luce o spegnersi secondo la tabella di marcia israeliana/sionista, tantomeno servire per un qualche loro obiettivo.  
È cruciale avere il controllo dei mass media. Israele fa la parte del leone nel controllare lo spazio riservato al flusso delle comunicazioni e gli Occidentali in quello che riguarda i media che si pongono come alternativa. 
Noi dobbiamo puntare a mettere in maggior evidenza il quadro della causa palestinese, e usare con estrema cautela le fonti e diffondere con la medesima accortezza le informazioni.
Per la rapidità delle comunicazioni, vi è molta fretta e quindi si fanno pochi riscontri sui fatti. Noi dobbiamo a tutti i costi  evitare di diffondere informazioni che potrebbero configurarsi come operazioni poco chiare, elementi di guerra psicologica o come disinformazioni riguardanti il Medio Oriente.
 
6. Noi rinunciamo ad un pensiero critico per un pensiero carico di emotività Le emozioni fanno parte dell’umana esperienza, ma hanno poco peso nell’ambito dei tribunali e sono assenti nei documenti legali e nella legislazione.
Questa è una battaglia per la giustizia e i nostri punti di riferimento sono le leggi e i documenti, che naturalmente comprendono i regolamenti  procedurali/diplomatici/legali. Se noi insistiamo al nostro interno sul concetto di legalità e giustizia, dobbiamo anche attenerci a questi principi.
Il diritto internazionale, quantunque incrinato, è dalla parte del popolo della Palestina. Questo diritto assicura ai Palestinesi il diritto a resistere all’occupazione, il diritto al ritorno, il diritto alla protezione e ad altri diritti conseguenti.
Così noi possiamo essere di maggiore utilità, quando patrociniamo la causa della Palestina. Noi non possiamo appellarci alle emozioni (poiché questo non paga), ma nemmeno agire privi di emozioni (sebbene questo escluda una pianificazione strategica).  
Qual’è il mantra di Israele? “Israele ha il diritto di esistere”. Allora, se il diritto costituisce la loro scelta di campo di battaglia, e sicuramente risulta palese che loro non hanno tutto il diritto legittimo che conclamano, è anche evidente che stanno vincendo la guerra della propaganda usando il loro strumento migliore. Noi dobbiamo capovolgere questa situazione, completamente bloccarla.  D’altro canto, Israele ha raffinato ed investito nel suo sistema di Hasbara. Questo vale per tutti quelli che sostengono Israele, che influenzano la gente tramite un intenso ricatto emozionale, che viene messo in atto per mezzo della giustapposizione delle passate sofferenze degli Ebrei con l’attuale identità di Israele (una combinazione della mentalità sopravvissuto/vittima con l’immagine di uno stato democratico sul punto di venire sterminato nel bel mezzo di una regione nemica).
Ogni parte di questa imagine può essere promossa con estrema professionalità. Il ricorso alle emozioni è costante, ma noi dobbiamo mettere in evidenza che questi fattori scatenanti le emozioni sono costruiti a tavolino, sono il frutto di manipolazioni ed escogitati per catturare l’uditorio occidentale, che non va a scavare sotto la superficie per formarsi le proprie opinioni. 
Il bombardamento immagine/messaggio da Hollywood specialmente suscita una viscerale risposta emozionale che concede solo colpa o solidarietà.
Nel mondo palestinese non esiste nulla di paragonabile a questo tipo di conduzione di campagna propagandistica. Forse abbiamo bisogno di incanalare i richiami emotivi in efficaci strumenti educazionali piuttosto di piangerci addosso e meravigliarci che il mondo ci giri le spalle.   
Se noi continuiamo a far appello all’emozione, dobbiamo meditare come farlo. Proprio come i Sionisti hanno fatto, con pieno successo.
7. Noi non comprendiamo cosa interessa alla pubblica opinione.
In questo nostro tempo, noi non stiamo parlando tanto a “popolazioni” quanto ad un “pubblico” che è in qualche modo recettivo al messaggio. 
Se è vero che i massacri di Gaza dell’anno scorso e i massacri di tre anni e mezzo fa in Libano hanno potuto irrigidire il controllo su Gaza, stretta in una morsa, e hanno rinforzato il controllo dell’UNIFIL sul Libano (a tutto vantaggio di Israele), allora è chiaro al 100% che NULLA porrà in sintonia l’interesse della pubblica opinione al riguardo.
Noi cerchiamo di convincere il pubblico di cose che non lo interessano o che non è in grado di ben comprendere. È possibile che vi sia un così esteso lavaggio di cervelli, che la carneficina in pieno giorno di innocenti non provochi nessuna compassione o pietà, non susciti indignazione! 
Quanto conta la pubblica opinione? Serve a fornire il necessario consenso ai leader in modo che costoro possano esercitare e conservare il potere.
Allora, il consenso ai leader che forniscono appoggio ad Israele forse dovrebbe essere eroso con altri mezzi, specialmente quando gli interessi nazionali non coincidono con questo appoggio.
Per esempio, negli USA l’azione dovrebbe insistere sull’accentuazione del fatto che il coinvolgimento USA in molteplici conflitti all’estero è molto costoso e che le politiche interventiste vanno a detrimento per tutti gli USamericani. Se gli interventi verranno sempre meno sostenuti, i politici saranno costretti a cambiare, se vogliono conservare il loro potere domestico.
Di conseguenza, questo produrrà una riduzione degli aiuti indirizzati ad Israele e alla “GWOT” [Global War on Terrorism”, Guerra Mondiale al Terrorismo].
Noi abbiamo la responsabilità e il dovere di educare ed informare coloro con i quali entriamo in contatto. Associazioni di qualsiasi natura, in Palestina e all’estero, gruppi studenteschi, organizzazioni religiose e culturali possono influenzare le loro comunità e fornire occasioni per impegnarsi in azioni che possono avere un impatto sull’opinione pubblica, e alla fine sui politici. 
Le organizzazioni arabe sono particolarmente obbligate a prendersi le loro responsabilità e di allargarsi e di partecipare al pubblico dibattito mediante articoli, lettere, proteste e di fare informazione in modo che il mondo possa notare che queste questioni sono di interesse per gli Arabi e che il tempo di aspettare che sia il mondo a risolvere i nostri problemi all’ONU o alla Casa Bianca deve giungere al termine. 
8. Noi aspettiamo la risoluzione delle cose dai nostri dirigenti (o dalla bomba demografica). 
È inutile aspettarsi che i leader risolvano questo problema, anche se loro si credono i principi della pace e i salvatori del pianeta.  Essi stanno dove sono, solo per conservare il loro potere. Inoltre, assegnando loro questo compito non li autorizziamo alla resistenza, che, se strategicamente organizzata  sull’intero universo palestinese, potrebbe diventare veramente EFFICACE. 
Nel computo delle forze resistenti non sono solo le fazioni o una singola base ideologica. Ogni partito, fazione o movimento palestinese, ogni singolo Palestinese, dovunque egli risieda nel mondo, è un resistente. Sono gli sciocchi Sionisti ad affermare il contrario. Si tratta di una massa, di un numero enorme di persone ad essere coinvoltio, questo significa che non ci si può limitare ad un solo tipo di resistenza o di resistente. Unirsi nella lotta porterà altri ad essere solidali con la causa, compresi i popoli arabi, l’opinione pubblica internazionale non-araba, i movimenti di liberazione e per i diritti umani di tutto il mondo.
Azioni di solidarietà coordinate, commemorazioni, proteste, boicottaggi e sabotaggi di infrastrutture illegali di Israele, eventi e campagne mediatiche già avvengono e molti operano in maniera eccezionale, ma potrebbero fornire un’influenza più efficace, procurare una maggiore attenzione, se venisse condivisa almeno una stessa base comune. 
Focalizzare l’attenzione sull’urgenza di negoziati, sulla ricerca di soluzioni compromissorie, o sulla collaborazione e la coesistenza con i Sionisti presenta un fondamento che non può costituire l’obiettivo principale. Soluzioni a lungo termine non dovranno presentarsi, dato che i Palestinesi hanno già aspettato abbastanza.
Inoltre non è nemmeno una soluzione aspettare l’esplosione di una “bomba demografica”. Sono le persone ad avere il potere.
9. Differenti situazioni richiedono differenti soluzioni. 
Noi dobbiamo comprendere il contesto in cui stiamo operando. Differenti condizioni ambientali possono comportare una strategia completamente differente.
Ad esempio, se noi fossimo in Turchia, noi potremmo ovviare all’impegno di indurre l’attenzione pubblica ad una presa di posizione antisionista. Là, questo non è un problema. Se noi ci trovassimo in Germania, l’eredità del Nazismo gioca ancora un ruolo nell’identità nazionale e nelle relazioni tedesche con Israele. Negli Stati Uniti, il bilancio statale è pesantemente condizionato dalle spese militari e dal sostegno istituzionale concesso ad Israele. In molta parte dell’Occidente, il termine “terrorismo” viene associato all’“Islam”, e questi sono solo, fra i tantissimi, alcuni esempi di particolari questioni che influenzano le relazioni internazionali riguardanti la Palestina. 
Smontare le falsità, mentre allo stesso tempo tenere sempre puntati gli occhi sul diritto, la giustizia e anche sulle opportunità che l’opinione pubblica percepirà, questo è un dovere necessario e questo induce ad assumere posizioni diverse in ogni singola situazione ambientale.
Parimenti importante è la consapevolezza delle leggi/consuetudini nei posti in cui operiamo.
Se noi sappiamo che saremo filmati/fotografati/controllati, noi dobbiamo ricordare che i nostri manifesti, la presenza di stendardi, la profanazione di bandiere, travisamenti e coperture del volto, ecc., serviranno agli interessi propagandistici di Israele, mentre si violano le leggi/consuetudini o si viene tacciati di Anti-Semitismo.
In molti paesi, esistono norme rigorose per le assemblee pubbliche, i partecipanti vengono identificati ed anche violazioni minori possono essere fatali per il movimento. 
In Italia, per esempio, esiste una legge assurda che i bambini non possono essere “portati” a partecipare alle dimostrazioni!
Anche molte assemblee autorizzate possono provocare danno più che cose buone.
Un’assemblea di preghiera a Milano da parte di Musulmani che si teneva all’esterno della Cattedrale è stata un insuccesso. Infatti lo spazio era costituito dalla piazza più importante nel Nord Italia, ma trovandosi proprio davanti alla Cattedrale era cosa sicura che ci sarebbero stati attacchi sulla stampa e da parte di politici locali con una forte inclinazione islamofobica, come se fosse stata lanciata un’offesa alla Cristianità.
Nell’ambiente caldo di Milano, questo è stato il risultato e tutti lo potevano prevedere.
Le scelte devono essere ponderate strategicamente, per non andare incontro a fallimenti.  
Nel Nord America e in molti paesi dell’Europa, partiti palestinesi, politicamente legittimi, sono su una lista nera. Questo significa che è illegale fornire loro del denaro o impegnarli in scambi economici. Ogni raccolta di fondi per distribuirli direttamente ad alcuni di questi partiti, invece di essere utilizzati da organizzazioni non governative alternative o da organizzazioni specifiche, può risultare un colpo fatale per i donatori.
Ma questo è solo un esempio della necessità di conoscere l’ambiente dell’azione, dall’inizio alla fine. 
10. Noi cadiamo troppo spesso nelle trappole di Hasbara. Noi “dialoghiamo” secondo i loro termini. Noi subiamo il loro controllo con il costante inquadramento dei loro argomenti con l’esclusione dei nostri. Noi utilizziamo il loro linguaggio e i loro media. Noi non seguiamo la nostra agenda operativa. Dialogare è importante, ma se il dialogo non si basa su regole paritarie, o si perde di vista che l’obiettivo non è semplicemente comunicare ma provocare un cambiamento, allora diventa una perdita di tempo. E questo è il principale obiettivo di Hasbara; farci sprecare del tempo.
11. Questa non è una questione di religione.
Noi dimentichiamo troppo spesso che non siamo in presenza di una questione religiosa.
Si tratta del problema di una popolazione araba che è stata espulsa dalla sua terra per fare spazio alla colonizzazione europea delle terre arabe. Si tratta di un problema di diritti umani e di giustizia. Spesso, la religione colora il conflitto, con i Sionisti che usano la Bibbia per giustificare il furto della Terra di Palestina ed Hamas che usa il Corano per resistere. 
Quindi, non è, e non è mai stato, un problema di natura religiosa. Noi ci opponiamo ad Israele perché ha rubato la terra degli Arabi e ha spossessato il popolo arabo, e non perché Israele è ebreo.  Comunque, visto che la religione domina il discorso, giusto o sbagliato che sia, noi dobbiamo cercare le modalità per rendere questa connessione fruttuosa.
Noi dobbiamo collaborare con gruppi interconfessionali, se questi condividono i nostri obiettivi, specialmente con quei gruppi ebraici che stanno impegnandosi molto nell’educazione delle persone della stessa fede.
La maggioranza degli Ebrei nel mondo non fa parte della lobby di Israele e, scavalcandola, costruisce amicizia, solidarietà, strategie comuni e smonta i miti che si sentono spesso espressi nei media locali ebraici e nelle loro Sinagoghe, molte delle quali hanno la bandiera di Israele sul    Bimah (pulpito nella sinagoga dal quale vengono letti i testi sacri).
Ugualmente, i Cristiani in tutto il mondo dovrebbero conoscere che molti Palestinesi condividono la loro stessa fede e che molti Arabi, compresi i Palestinesi, hanno mantenuta viva la cristianità in Terra Santa. La situazione di questi Cristiani di Palestina, le cui sofferenze sono dovute alle leggi e alle pratiche razziste ed escludenti di Israele, dovrebbe essere resa nota a tutti i Cristiani, che troppo spesso sono esposti a miti e a false informazioni rispetto agli Arabi come nemici della Cristianità. 
12. Noi non adattiamo il nostro discorso.
Qualche volta noi sbagliamo ad indirizzare adeguatamente l’“auditorio”. Noi dobbiamo imparare a adeguare il nostro discorso per chi ci sta a sentire, e questo significa che dobbiamo sapere a chi ci stiamo rivolgendo e per quali motivi.
Mentre rifiutare l’uso del termine “Israele” è cosa bella in privato fra sostenitori della Palestina e i Palestinesi, noi dobbiamo realizzare che questa entità esiste nella realtà per il resto del mondo. Può creare confusione fare riferimento a questa entità in modo diverso, per esempio in una lettera che noi confidiamo vedere pubblicata nel Washington Post.
Noi dobbiamo spiegare quello che Israele fa, che tipo di storia ha, ma dobbiamo renderci conto anche di quello che risulta efficace per l’ascoltatore. 
Noi dovremmo essere strumenti di comunicazione con buon senso sufficiente da realizzare se il nostro discorso verrà scartato o preso in considerazione dagli editori e come adeguarlo di conseguenza per esprimere i punti che noi dobbiamo sottolineare. 
D’altro canto, non dobbiamo essere riluttanti dall’usare i termini “ebreo” o “giudeo”. Questi esprimono il “carattere nazionale” di Israele, che non è uno Stato democratico, ma al contrario escludente, fautore della sua supremazia, uno Stato razzista che estende i pieni diritti e i molti privilegi ai soli Ebrei.   
Ancora, l’IDF è l’esercito degli “Ebrei”. Non è un esercito “democratico”, che rappresenta il suo popolo, visto che molti Ebrei religiosi vi sono esclusi , un quinto della popolazione registrata è costituito da Palestinesi e vi sono molti altri immigrati che non vi hanno una loro rappresentanza. Questi possono essere “ammessi” solo dopo conversione o in speciali unità, indotti a servire nell’esercito come strada veloce per conquistare i pieni diritti di un Israeliano.
I Drusi sono una limitata eccezione, ancora, che prestano servizio così da ottenere diritti  a cui sono esclusi i cittadini comuni, non Ebrei, in uno Stato Ebraico.
I Palestinesi ed altri hanno il diritto di usare la opportuna terminologia senza essere per questo diffamati. Se l’IDF sta commettendo o ha commesso azioni odiose ed atroci, non è proprio sbagliato fare riferimento all’esercito come ad Ebrei che operano come branca militare e di controllo dello Stato Ebraico.
 
13. Noi abbiamo bisogno di essere ben accolti.
Noi avremo sempre più bisogno di incontrare e coinvolgere nuove persone in questa nostra causa. Quindi noi dobbiamo costruire ed organizzare reti, condividere le nostre conoscenze ed esperienze, contrapporci in maniera civile, ascoltare, imparare, farsi coinvolgere in altre lotte per autentico amore della libertà. 
Quindi, l’abitudine di escludere le persone a causa della loro religione, per le loro idee politiche, per le preferenze sessuali o per il loro stile di vita deve progressivamente essere eliminata.
Non possiamo trovarci d’accordo con tutti su ogni questione, ma non possiamo essere considerati troppo “sbagliati” per le cose in cui crediamo, per il fatto di rivendicare il nostro diritto ad essere considerati esseri umani. Noi non abbiamo diritto di giudicare gli altri per quel che sono, dobbiamo lavorare tutti insieme per servire la causa comune.
Coloro che utilizzano le loro relazioni per altri obiettivi stanno oltraggiando il popolo della Palestina e se ne servono. Può essere anche non immorale ricevere denaro per fare attivismo, ma gli onorari dovrebbero coprire i puri costi o essere devoluti ai profughi palestinesi.
La solidarietà non può trasformarsi in un’industria!
14. Noi poniamo condizioni alla solidarietà nei nostri confronti.
I Palestinesi non cercano di ricuperare briciole di compassione da ogni parte e non chiedono di subire imposizioni sul tipo di resistenza che dovrebbero mettere in atto o su chi fra di loro dovrebbe avere titoli per esprimere i loro bisogni. Che la loro lotta non sia solo una lotta per uguali diritti, ma una lotta di liberazione, è un fatto noto a tutti, e questo richiede una serie di azioni a vasto raggio, perché i Palestinesi possano sopravvivere e conservare la speranza di liberare se stessi.
Il fatto che molte delle loro azioni di resistenza siano state non-violente dovrebbe essere tenuto ben presente da quegli attivisti che frequentemente invocano a “trovare un Gandhi palestinese” o di abbandonare una forma di resistenza o un’altra o perfino dichiarare che esiste una sola forma di resistenza giusta. Tutte queste condizioni, giudizi e richieste sono ingiusti nei confronti dei Palestinesi e inadeguati.
La combinazione di ogni tipo di resistenza così come ogni azione di appoggio dall’esterno, ad esempio i boicottaggi, deve essere sostenuta, incondizionatamente.  
Mentre è con le migliori intenzioni che gli attivisti raffrontano l’Apartheid del Sud Africa con la Causa Palestinese, la realtà è ben differente. I Palestinesi stanno vivendo sotto una occupazione militare brutale e sono di fronte al genocidio del loro popolo. I Palestinesi non hanno ottenuto il sostegno delle organizzazioni internazionali e sono incoraggiati a scavare la loro via di uscita attraverso trattative sui loro diritti, quando sanno bene quali sono i loro diritti e sanno ugualmente bene anche quello che sembra la carta geografica della Palestina. Ai Palestinesi viene richiesto di fare concessioni, di dare sempre di più, quando quello che stanno tentando di fare è di rientrare in possesso della loro terra rubata, dei loro diritti e della libertà. 
Questo va al di là del problema di conseguire uguaglianza di diritti, è una questione del tutto semplice, si tratta di una lotta per liberarci dale catene dell’occupazione e di creare una società palestinese e un sistema di governo per un popolo che è stato disperso in tutto il mondo. 
I Palestinesi non hanno uno Stato, non hanno esercito, stanno combattendo per la loro vera e propria sopravvivenza e meritano la completa solidarietà nella difesa di loro stessi e nella costruzione della loro nazione. Domandare a noi stessi come possiamo essere loro utili, non come loro possono meritare la nostra solidarietà, questa è l’unica domanda cruciale da porci ancora e ancora, ed ogni volta, noi potremo ottenere risposte diverse.
Tenere sempre presente l’obiettivo della loro liberazione, questo è quello che serve! 
Perché il movimento diventi un genuino alleato e un vero sostenitore della Palestina, dei Palestinesi e della loro lotta per la libertà, è necessario ascoltare i Palestinesi che narrano la loro storia, che rivendicano la loro narrazione e delineano la loro lotta attraverso le loro parole. 
È stato veramente difficile per i filo-Palestinesi spiegare ai leader dei movimenti solidali con la Palestina negli USA e in Europa che la questione della Palestina non ha inizio solo nel 1967, e quindi la questione del Ritorno ha sollevato un problema difficile per molti di questi leader, provocando fratture all’interno del movimento in quasi due blocchi simmetrici.   
Noi dobbiamo riuscire a rendere certo che i nostri veri alleati capiscano che tutte le lotte sono connesse. Noi ci battiamo per la dignità umana e i diritti fondamentali e questo crea collegamenti fra le questioni della Palestina, del Libano e dell’Iraq. 
Per di più, noi non possiamo girare le spalle di fronte alle altre lotte dei cittadini statunitensi di New Orleans, del popolo di Haiti e di altri. Risulta essenziale porre tutto in connessione e comprendere come la nostra lotta abbia attinenza con le lotte di tutti gli altri popoli oppressi, ed anche in cosa le modalità di lotta differiscano.

mercoledì 3 febbraio 2010

Chiediamo alla Bayer di ritirare i pesticidi più pericolosi

La Coalizione contro i pericoli derivanti dalla Bayer (CBG) con sede in Germania, chiede alla multinazionale Bayer di ritirare i suoi pesticidi più pericolosi dal mercato mondiale. In particolare la Coalizione chiede alla Bayer di cessare le vendite di tutti i prodotti contenenti principi attivi presenti nella Classe 1 della classificazione dei pesticidi dell' OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità).

Carlos Latuff
La Bayer è il leader mondiale dei pesticidi, molti dei quali sono responsabili di inquinamenti e avvelenamenti in tutto il mondo. La stessa Bayer riconosce che "...i prodotti per la protezione dei raccolti possono non essere correttamente usati, in certe circostanze, in alcuni paesi del terzo mondo". La Bayer ha promesso, già nel suo Rapporto Annuale del 1995, di "sostituire i prodotti in Classe 1 dell'OMS, con altri a minore tossicità".
Un utilizzo sicuro dei pesticidi in Classe 1 non è possibile, specialmente nel Sud del mondo, a causa della povertà, dell'analfabetismo e di altre condizioni sociali, oltre alle condizioni climatiche tropicali che rendono praticamente impossibile l'uso di protezioni adeguate. L'OMS stima che il numero delle persone avvelenate ogni anno vada dai 3 ai 25 milioni e che almeno 40.000 muoiano accidentalmente a causa dei pesticidi. Molto più alto è il numero stimato dei casi che non vengono denunciati. I pesticidi della Bayer contribuiscono enormemente alle migliaia di morti e ai milioni di avvelenamenti da pesticidi che avvengono ogni anno.
Ciononostante la Compagnia non ha ancora mantenuto la sua promessa e la Bayer continua a vendere prodotti che contengono ingredienti in Classe 1a (estremamente pericolosi) e 1b (molto pericolosi) dell'OMS, tra cui Thiodicarb, Disulfoton, Triazophos, Fenamiphos e Methamidophos.
Sotto la forte pressione dell'opinione pubblica, la Bayer ha ritirato dal mercato parecchi prodotti in Classe 1, tra cui metil e etil-parathion, monocrothophos, oxydemeton-metile, azinphos-metile, amitraz and trichlorphon. E solo sei mesi fa la Bayer si è impegnata a sospendere la distribuzione del pesticida Endosulfan entro la fine del 2010. La decisione è venuta dopo anni di campagna mondiale contro questo pesticida molto persistente, che è stato messo in relazione con autismo, malformazioni alla nascita e danni al sistema riproduttivo maschile, oltre che alle morti e ai gravi danni alla salute tra gli agricoltori dovute al contatto diretto con la sostanza. Queste tragedie potrebbero essere ridotte in modo significativo con la sospensione delle vendite di tutti i prodotti in Classe 1.
La Coalizione contro i pericoli derivanti dalla Bayer (CBG) chiede anche un bando immediato dell'erbicida glufosinato e la sospensione di tutte le approvazioni a coltivazioni resistenti al glufosinato. Uno studio di valutazione della Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare afferma che il glufosinato è molto rischioso per i mammiferi. La sostanza è classificata come riprotossica (ossia dannosa alla riproduzione) e esperimenti di laboratorio hanno causato nei topi nascite premature, morti intrauterine e aborti. L'anno scorso, il Parlamento Europeo ha votato in favore del bando ai pesticidi classificati come cancerogeni, mutageni e dannosi alla riproduzione. I permessi di utilizzo di 22 sostanze, tra cui il glufosinato, non saranno rinnovati.
Vedere anche

Originale da: Gefährlichste BAYER-Pestizide vom Markt nehmen!Articolo originale pubblicato il 11-1-2010
L’autore
La Coalizione contro i pericoli derivanti dalla Bayer (CBG) è un partner di Tlaxcala, la rete internazionale di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala:
http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=9918&lg=it


  

lunedì 25 gennaio 2010

Appello per il Dr. Ebrahim Yazdi, prigioniero politico in Iran

Famiglia Yazdi, 18/1/2010. Tradotto da Tlaxcala
Altre lingue
Nel nome di Allah, l’Assoluto Benigno e Misericordioso.

Care sorelle e fratelli nell’Islam, Assalamu alaikum.

Noi ci appelliamo a voi per aiutare a salvare un vostro fratello e nostro padre, il Dr. Ebrahim Yazdi, in un momento di grande bisogno.

Se voi eravate negli Stati Uniti negli anni 1960 e 1970, allora sicuramente conoscerete già Ebrahim Yazdi come uno dei fondatori e primi dirigenti della “Muslim Students Association, MSA – Associazione degli studenti musulmani”, della “Islamic Society of Greater” nei pressi di Houston e dell’Associazione islamica di medicina. Voi dovreste ricordarvi della sua famiglia, Ebrahim, sua moglie Sourour e i loro sei bambini, come un essenziale punto di riferimento di tutti i congressi annuali della MSA. 

Forse voi ricorderete che, dal giorno in cui Ebrahim Yazdi è arrivato negli USA nel 1956, si è adoperato incessantemente e con musulmani di qualsiasi ambiente per costruire organizzazioni musulmane fondate sull’unità e sulla tolleranza.

Potrebbe darsi che qualcuno di voi abbia accompagnato attraverso tutti gli USA il Dr. Yazdi nelle sue trasferte per visitare musulmani in carcere, o nelle sue raccolte di fondi in favore di moschee.

Forse qualcuno di voi potrebbe essere stato collega del Dr. Yazdi presso il “Baylor College of Medicine” di Houston, o avere pregato con lui, al Centro medico del Texas.

Qualcuno di voi potrebbe essere forse una delle tante persone che lo hanno aiutato ad edificare la prima moschea di Houston o uno di coloro che hanno accompagnato il vostro fratello Ebrahim nei suoi dialoghi interreligiosi mensili a Houston con sacerdoti, rabbini e pastori locali.

Forse siete al corrente ugualmente che Ebrahim Yazdi, da 60 anni, è stato un leader nello sforzo di fare del suo paese natale, l’Iran, un posto dove le persone potessero trovare rifugio dalle ingiustizie e dall’oppressione.

Forse voi potete ancora ricordare che nel maggio 1978 ha abbandonato una vita agiata negli USA per andare a lavorare con i dirigenti del movimento islamico in Iran.

Forse vi ricordate di averlo visto alla televisione nel ruolo di ministro degli Affari Esteri subito dopo la rivoluzione. In questo ruolo, Ebrahim Yazdi ha lavorato senza tregua per unire le nazioni musulmane nel sostenere la causa dei musulmani vittime di ingiustizie nei loro paesi, come l’Afghanistan e la Palestina.
Come uomo di radicati principi e di fede musulmana, ha dato le dimissioni dal suo incarico nel novembre 1979 per protestare contro la cattura in Iran di diplomatici presi come ostaggi e contro la direzione autocratica che il nuovo regime stava prendendo.

Dopo il 1979, Ebrahim Yazdi ha consacrato la sua vita per orientare l’Iran verso la libertà e la democrazia, con quelle modalità che devono essere coerenti con la nostra fede islamica. Egli crede che la dittatura sia ingiusta, irrispettosa della dignità umana, e dunque non islamica. È stato una incrollabile voce della ragione e della tolleranza. Allo stesso modo, è stato un campione dei diritti dei gruppi etnici minoritari in Iran, come i Curdi e i Belucistani, e delle minoranze religiose, come i seguaci dell’Islam sunnita e del Sufismo.

Nel corso degli anni, Ebrahim Yazdi ha pagato un caro prezzo, ha subito aggressioni fisiche ripetute, catture, condanne e imprigionamenti. Ma oggi, alhamdulillah, la maggioranza dei dirigenti politici e religiosi dell’Iran, comprese le giovani generazioni, hanno finito per accettare la sua visione di un Iran libero, democratico ed islamico.

Disgraziatamente, una cricca minoritaria al potere si oppone ostinatamente alle riforme e ha attaccato ed arrestato tanti oppositori.
Ebrahim Yazdi, vostro fratello, nostro padre, è uno di quelli che sono tenuti in carcere a Téhéran.

A 78 anni, è sopravvissuto anche ad un cancro, è il più anziano fra i dissidenti imprigionati. È stato arrestato alle ore 15 del  27 dicembre 2009 presso il suo domicilio. L’unico suo crimine è stato quello di parlare e di scrivere la verità, con forza, ma pacificamente.

Il suo stato di salute è cattivo e in prigione subisce un deterioramento. Le sue cure mediche contro il cancro hanno reso necessario l’uso di un catetere e per questo Ebrahim viene esposto ad un rischio estremo nelle condizioni igieniche deplorevoli delle carceri iraniane. I medici curanti hanno presentato un’istanza presso le autorità per consentire un suo ricovero ospedaliero, o perché sia assegnato agli arresti domiciliari sotto sorveglianza, ma al presente questi appelli umanitari sono stati ignorati. 

Noi sappiamo che nostro padre si sta domandando se le sue sorelle e i suoi fratelli musulmani negli USA si ricordano ancora, o se si preoccupano, di lui.  Non occorre citarvi i numerosi versetti del nostro venerato Corano in cui veniamo incoraggiati a parlare in favore della giustizia e a liberare i prigionieri. Noi facciamo appello a voi, nostre sorelle e fratelli musulmani che vi trovate fuori dell’Iran, ad elevare la vostra voce in favore della liberazione di Ebrahim Yazdi.

Cosa potete fare? Scrivere una lettera, breve e semplice, diretta ai tre dirigenti della Repubblica islamica d’Iran indicati più avanti.  Tutto dimostra che questi dirigenti tengono bene in considerazione ciò che i musulmani del mondo intero pensano di loro.

La vostra lettera sarà più efficace se voi farete appello – con rispetto e sulla base dei principi islamici – a che Ebrahim Yazdi e altri prigionieri politici non violenti siano liberati immediatamente.

Vi preghiamo di incoraggiare le organizzazioni islamiche di vostra appartenenza a fare lo stesso.
Perciò, vi preghiamo di indirizzare le vostre lettere a queste tre persone:
• Ayatollah Syed Ali Khamenei, leader della Repubblica islamica d’Iran, Pastor Complex, Imam Khomeiny Street, Téhéran, Iran
• Dr Mahmoud Ahmadinejad, Presidente dell'Iran, Pastor Complex, Imam Khomeiny Street, Téhéran, Iran
• Dr Ali Lariani, Presidente del Majlis Shura Islami Iran, Pastor Complex, Imam Khomeiny Street, Téhéran, Iran
Per misura di sicurezza, vi invitiamo ad inviare una copia della vostra lettera a:
• M. Mohammad Khazaee, Rappresentante permanente della Repubblica islamica d’Iran presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite, 622 Third Ave, New York NY 10017
Siate certi che qualsiasi buona azione che voi farete a questo riguardo sarà vantaggiosa per voi e per tutti i musulmani. In questo modo, farete sapere a coloro che governano l’Iran che il mondo musulmano sta osservandoli e che noi siamo preoccupati dell’ingiustizia fatta alle nostre sorelle e ai nostri fratelli.

E, Inch'Allah, quando Ebrahim Yazdi e gli altri prigionieri politici saranno liberati, saranno più forti per il vostro appoggio.
Jazakumallahu khairan,
la Famiglia Yazdi
Per maggiori informazioni, per favore contattate FreeEbrahimYazdi@gmail.com 

martedì 19 gennaio 2010

Armi ad uranio, radioattività di “basso livello” e bimbi deformi


di Paul  ZIMMERMAN, 1-1-2010. Tradotto da Curzio Bettio, Tlaxcala
Originale :
Uranium Weapons, Low-Level Radiation and Deformed Babies

Un impressionante aumento nel numero di bambini nati con malformazioni congenite è stato di recente denunciato dai medici che operano a Falluja, Iraq [1]. Una delle cause suggerite per questa situazione preoccupante è l’esposizione della popolazione a radiazioni prodotte da armi ad uranio. La comunità internazionale per la protezione dalle radiazioni respinge questa spiegazione come completamente infondata dato che (1) la dose di radiazione a cui è sottoposta la popolazione dell’Iraq è troppo bassa e (2) non sono state riportate prove di malformazioni fetali fra i discendenti dei sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki.
Questa giustificazione cosiddetta scientifica è profondamente mistificante, in quanto non aderente con le attuali basi di conoscenza. Esistono prove abbondanti che dimostrano con chiarezza che malformazioni alla nascita sono state procurate da livelli di radiazione nell’ambiente stimati sicuri dalla comunità internazionale per la protezione dalle radiazioni.
Alla luce di queste conoscenze, la contaminazione da uranio non può essere sbrigativamente rigettata come fattore di rischio per i nascituri.

La distruzione del reattore nucleare di Chernobyl ha prodotto un tipo di esposizione radioattiva differente da quella rappresentata dalla bomba atomica.
In Giappone, le vittime furono esposte ad un flash istantaneo di radiazioni gamma e di neutroni che dall’esterno andò a colpire i loro corpi.
Al contrario, l’incidente di Chernobyl ha disseminato dal cuore del reattore attraverso l’Europa microscopiche particelle radioattive, che sono state poi inalate ed ingerite dalla popolazione.
In questa situazione, coloro che sono stati contaminati hanno cominciato ad essere esposti di continuo e dall’interno a radiazioni di “basso livello”. 
Secondo le attuali teorie sugli effetti radioattivi abbracciate dalla comunità internazionale per la protezione dalle radiazioni, non vi è differenza qualitativa fra i due tipi di esposizione. Quello che importa è la quantità totale di energia che arriva al corpo.
Quindi, gli effetti sulla salute esperimentati dai sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki possono venire considerati essere rappresentativi degli effetti sulla salute prodotti da una esposizione radioattiva di natura qualsiasi.
Nel caso di malformazioni fetali, questa presunzione si è dimostrata sbagliata. Come risultato dell’esposizione dall’esterno in Giappone, non vi è stato aumento di malformazioni fetali fra i bimbi i cui genitori erano stati esposti ai bombardamenti. [2]
In contrasto, malformazioni fetali indotte da radiazioni sono state documentate nelle popolazioni esposte a radiazioni di “basso livello” generate da contaminazione interna.
Alla luce di questi dati contrastanti, risulta ovvio che la teoria accettata sugli effetti radioattivi è erronea e necessita di correzioni. Le informazioni che seguiranno dimostreranno che il rischio per il nascituro viene generato da materiale radioattivo disperso nell’ambiente. 
Nel libro Chernobyl: 20 Years On, un capitolo è dedicato alla discussione sulle malformazioni fetali nei bambini che, mentre si trovavano in gestazione nel grembo delle loro madri, venivano esposti alla radioattività rilasciata dal reattore di Chernobyl [3].
L’autore fornisce una visione d’insieme di un gran numero di studi che confermano come “bassi livelli” di radiazione presenti in molte aree dell’Europa dopo Chernobyl sono stati responsabili per una larga varietà di malformazioni fetali.
Queste malformazioni sono avvenute dove l’esposizione alle radiazioni veniva giudicata dalle agenzie per la protezione radioattiva essere troppo debole per giustificare preoccupazione.
Sono citati quindici studi che dimostrano un aumento nell’incidenza di una grande varietà di malformazioni congenite. Altri studi citati confermavano l’aumento nella percentuale di nascite di bambini morti, di mortalità infantile, di aborti spontanei e di bimbi nati sottopeso. Inoltre veniva documentata un’elevata incidenza della sindrome di Down. In aggiunta, veniva registrato un eccesso di varietà di altri disturbi della salute, che comprendevano ritardo mentale ed altre sindromi mentali, malattie del sistema respiratorio e di quello circolatorio e asma. 
In un capitolo separato dello stesso libro, Alexey Yablokov dell’Accademia Russa delle Scienze forniva una rassegna di un corpo voluminoso di ricerche condotte dopo Chernobyl. 
Relativamente agli studi sulle malformazioni fetali, egli citava un’accresciuta frequenza nel numero di malformazioni congenite che comprendevano labbro e/o palato fesso (“labbro leporino”), raddoppio dei reni, polidattilia (dita delle mani e dei piedi in numero superiore), anomalie nello sviluppo dei sistemi nervoso ed ematico, amelia (anomalia segnata da arti ridotti), anencefalia (sviluppo subnormale del cervello), spina bifida (chiusura incompleta della colonna spinale), sindrome di Down, aperture anomale esofagee ed anali, e malformazioni multiple presenti simultaneamente [4]. 
Il largo spettro di malformazioni fetali prodotte dall’incidente di Chernobyl non può essere giustificato dai dati raccolti sui sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki.
Esiste un filone di prove convincenti che qualcosa è sbagliato nell’attuale campo della protezione da radiazioni.
Ma esiste un ulteriore problema. La dose limite di radiazione suggerita in grado di interferire con lo sviluppo del feto, sempre basata sulle ricerche dal Giappone, è tra le cinquanta e le cento volte più alta di quella che la comunità per la protezione dalle radiazioni insiste come tipica esposizione in quelle aree dell’Europa in cui comunque è stata documentata una elevata frequenza di malformazioni fetali. 
Come possiamo dare un senso a queste contraddizioni? Gli studi sui cromosomi condotti nelle regioni contaminate forniscono la risposta.
In individui esposti a radiazioni ionizzanti, in linfociti periferici, quei linfociti in circolazione nel sangue, si verifica un’elevata presenza di certi tipi di aberrazioni cromosomiche [3,5].
Di particolare interesse sono i cromosomi dicentrici che si producono quando una radiazione scinde entrambi i filamenti della doppia elica del DNA in due cromosomi contigui e poi il materiale genetico si ricombina in modo non corretto.
Un aumento nella relativa frequenza di queste strutture ricombinate in modo aberrante serve da indicatore biologico dell’esposizione radioattiva, questione indipendente ed immune da falsità e da propaganda politica. 
Andando nello specifico, l’aumento percentuale di queste aberrazioni è proporzionale alla dose di radiazioni ricevuta. Quindi, la loro frequenza può essere usata per determinare l’effettivo livello di esposizione in individui contaminati.
Studi di questa natura sono stati condotti in Europa in seguito all’incidente di Chernobyl [3].
Questi studi hanno dimostrato che le valutazioni ufficiali sulla dose di esposizione rese pubbliche dalle agenzie per la protezione dalle radiazioni erano deplorevolmente erronee, sottostimando in modo grossolano l’esatto livello di esposizione della gente in tutta Europa.  
Questa discrepanza getta ulteriori dubbi sull’onestà scientifica di queste organizzazioni che si suppone dovrebbero proteggere il mondo dall’inquinamento radioattivo. Quando si combinano gli studi sulle aberrazioni cromosomiche con gli studi sulle malformazioni genetiche, la scienza parla di per sé: la popolazione di molte zone dell’Europa ha ricevuto da Chernobyl dosi molto più alte di quelle dichiarate e le malformazioni fetali sono state indotte da dosi più basse di quelle suggerite dall’attuale scienza per la protezione dalle radiazioni.
Come la nube radioattiva da Chernobyl si diffondeva su tutto il pianeta, i governi trasmettevano rassicurazioni ai loro cittadini in ansia, che non vi era motivo di preoccupazione, che le dosi di radiazioni sulle persone erano troppo basse per produrre effetti nocivi sulla salute.
Politicamente motivate, queste comunicazioni erano malconcepite dal punto di vista medico. Quello che diveniva palese dopo l’incidente era che i bambini venivano esposti alla pioggia radioattiva di   Chernobyl, mentre si trovavano ancora nel grembo delle loro madri, questo comprovato da una elevata incidenza di sviluppo di leucemia, fin dalla prima ora della loro nascita [6,7].
Rilevante per questa discussione è il fatto che una mutazione genetica che avviene nell’utero è una causa della leucemia infantile [8,9].
In paesi, dove sono stati raccolti dati inconfutabili relativi ai livelli di ricaduta radioattiva depositata sull’ambiente, alle dosi di radiazione sulla popolazione e all’incidenza della leucemia infantile, è emerso un uniforme andamento inequivocabile: la popolazione, oggetto di studio, di bambini nati durante il periodo di 18 mesi successivi all’incidente soffriva in percentuale superiore di leucemia nel suo primo anno di vita rispetto ai bambini nati prima dell’incidente o a quelli nati dopo l’incidente, quando il livello della possibile contaminazione da parte delle madri era sicuramente diminuito.
Questo veniva confermato da cinque studi separati, condotti indipendentemente l’uno dall’altro: in Grecia [9], Germania [10], Scozia [11], Stati Uniti [12] e Galles [13].
Ancora qui vi è la prova che le malformazioni erano state indotte nei feti, come abbiamo riferito, cosa che la comunità per la protezione radioattiva afferma non essere possibile.
Secondo la Commissione Europea sui Rischi da Radiazione (ECRR), questi risultati forniscono la prova indiscutibile che il modello di rischio assunto dalla Commissione Internazionale per la Protezione Radiologica (ICRP) rispetto alla leucemia infantile è in errore per un fattore compreso fra le 100 e le 2000 volte; quest’ultima cifra porta a concludere per un’incidenza continuata in eccesso di leucemia, quando la popolazione dei bambini studiati continua ad aumentare di età. [6].
Sui cromosomi sono stati condotti altri tipi di studi, che dimostrano come la radioattività presente nell’ambiente produce sul DNA danni che si trasmettono alla prole futura.
I minisatelliti sono identiche corte sequenze di DNA che si iper-ripetono in serie lungo un cromosoma.  Queste sequenze di DNA non programmano la costruzione di qualche proteina.
Ciò che caratterizza questi minisatelliti è che assumono spontaneamente replicazioni tramite mutazione ad una frequenza che risulta 1.000 volte più alta di quella dei geni che codificano le normali proteine.
Il Dr. Yuri Dubrova, attualmente all’Università di Leicester, per primo ha riscontrato che queste sequenze di DNA possono essere utilizzate per registrare mutazioni genetiche indotte da radiazioni, dimostrando che la loro nota velocità di mutazione viene ad aumentare successivamente all’esposizione radioattiva.
Dubrova e i suoi collaboratori hanno studiato la frequenza delle mutazioni minisatellitari in famiglie che hanno vissuto in aree rurali pesantemente contaminate del distretto di Mogilev di Belarus dopo la catastrofe di Chernobyl [14]. È stato riscontrato che la frequenza delle mutazioni, trasferita dagli individui di sesso maschile ai loro discendenti, era quasi raddoppiata nelle famiglie esposte rispetto a gruppi famigliari di controllo. Fra quelle esposte, la frequenza di mutazione era significativamente più alta nelle famiglie con una più alta esposizione parentale. Questa scoperta era coerente con l’ipotesi che la radiazione poteva avere indotto mutazioni nelle cellule germinali riproduttive dei genitori e questo si trasmetteva ai loro nascituri. Questa era la prima prova conclusiva che la radioattività produce negli esseri umani mutazioni ereditabili.  
Inoltre sono stati condotti test sui minisatelliti di DNA anche sui bambini di “liquidatori” di Chernobyl, vale a dire di quelle persone che hanno partecipato alle operazioni di bonifica dopo l’incidente. Quando i nati dai liquidatori dopo l’incidente sono stati confrontati con i loro fratelli nati prima dell’incidente, è stato osservato un incremento sette volte più grave nel danno genetico riscontrato [15,16]. 
Come riportato dalla ECRR, “attraverso controlli eseguiti in loco, questi riscontri hanno evidenziato nel modello della ICRP relativo al danno genetico ereditabile un errore fra le 700 e le 2000 volte più elevato” [6]. La ECRR ha sottolineato questa ulteriore osservazione: “Risulta degno di nota che gli studi sui bambini di coloro che sono stati esposti alle radiazioni esterne ad Hiroshima mostrano effetti irrilevanti se non nulli, fattore che suggerisce una differenza fondamentale fra le modalità di esposizione [17].  Probabilmente la differenza maggiore consiste nel fatto che l’esposizione interna sui liquidatori di Chernobyl è stata la causa degli effetti.” 
Nel novembre 2009, Joseph Mangano del Progetto Sanità Pubblica e Radiazioni ha pubblicato uno studio sull’ipotiroidismo neonatale nella popolazione che vive nei pressi dei reattori nucleari di  Indian Point a Buchanan, New York [13].
L’ipotiroidismo è una malattia caratterizzata da un’insufficiente produzione dell’ormone tiroxina. Una causa di questo disturbo è l’esposizione allo iodio radioattivo che distrugge selettivamente le cellule nella ghiandola tiroidea.
Attualmente, l’unica fonte ambientale di iodio radioattivo sta nelle emissioni degli impianti nucleari per la produzione di energia.
Mangano osserva che quattro contee nello stato di New York fiancheggiano Indian Point e quasi tutti i residenti di queste contee vivono nel raggio di 20 miglia dal complesso dei reattori. Durante il periodo che va dal 1997 al 2007, il rapporto di ipotiroidismo neonatale nella popolazione considerata nell’insieme delle quattro contee era del 92,4% superiore, quindi quasi il doppio, che negli Stati Uniti. L’incidenza in ognuna delle quattro conteee prese separatamente superava quella degli Stati Uniti, e nel caso di due contee il rapporto era più del doppio del rapporto nazionale. Nel periodo 2005-2007, il rapporto delle quattro contee era del 151.4% superiore al rapporto nazionale. Questo riscontro era coerente con il fatto che l’incidenza locale di cancro alla tiroide è del 66% superiore al rapporto per gli Stati Uniti. [14]. 
Lo studio di Mangano solleva importanti interrogativi rispetto al nostro comune benessere. Noi viviamo con le assicurazioni da parte del governo e dell’industria che i reattori nucleari sono operativi all’interno di linee guida presentate da agenzie per la protezione dalle radiazioni. Le radiazioni che emettono non vengono prese in considerazione perché di “basso livello” per destare preoccupazione. Eppure, bambini nati da madri che vivono in prossimità di Indian Point soffrono in numero sempre crescente di ipotiroidismo. Allora, o il complesso dei reattori sta emettendo più radiazioni di quello che viene pubblicamente dichiarato, o, una volta ancora, sono errati i livelli standard di sicurezza fissati dalle organizzazioni per la protezione dalle radiazioni. 
Sono le armi che contengono uranio depleto una causa di preoccupazione per la produzione di malformazioni fetali? Dato che l’uranio all’interno del corpo umano prende come obiettivo il sistema riproduttivo, l’elevata percentuale di malformazioni fetali in Iraq suggerisce fortemente che l’esposizione al DU è implicata.
Negli animali da esperimento esposti ai composti di uranio, si è riscontrato un accumulo di uranio nei testicoli [20]. Fra i veterani della Gurra del Golfo feriti da schegge ad uranio depleto, sono stati riscontrate elevate concentrazioni di uranio nel loro seme. [21].
Alla luce di questa scoperta, la Royal Society mette in guardia che questo fa aumentare “la possibilità di effetti negativi sullo sperma, effetti chimici dell’uranio sul materiale genetico, o mediante le particelle alfa diffuse dal DU, o per la tossicità chimica dell’uranio [21].”
In esperimenti sulle femmine di topo è stato trovato che l’uranio aveva attraversato la placenta ed era andato a concentrarsi nei tessuti dei feti [20,21,22]. 
Quando particelle di DU venivano impiantate in femmine di topo gravide, veniva osservata una relazione diretta tra la quantità di contaminazione nella madre e la quantità di contaminazione nella placenta e nei feti [23,24].
Di grandissima importanza, quando passa in soluzione all’interno del corpo, la specie chimica principale dell’uranio è lo ione uranile UO2++Questo composto di uranio ha un’affinità per il DNA e si lega con questa struttura in modo forte. [25]. Questo fatto da solo dovrebbe essere sufficiente per arrestare la diffusione di DU, sotto forma di aerosol, fra le popolazioni. L’uranio internalizzato nel corpo umano prende come obiettivo il materiale genetico! Inutile dire, questo fatto è totalmente ignorato dalla Commissione Internazionale per la Protezione Radiologica e dalle organizzazioni collegate, quando determinano i livelli di sicurezza per l’esposizione all’uranio e valutano i fattori di rischio nell’indurre le malformazioni fetali da parte dell’uranio.  
Nei neonati, l’idrocefalia è una condizione caratterizzata da accresciuta forma della testa e da atrofia del cervello. La frequenza di questa malformazione è accreciuta drammaticamente in Iraq dalla Prima Guerra del Golfo [26]. Una ricerca limitata e certamente incompleta condotta negli Stati Uniti conferisce credito all’ipotesi che l’esposizione al DU sia l’agente causativo [26].
La Contea di Socorro, rurale e a bassa densità di popolazione, è localizzata nelle adiacenze di un sito per testare armamenti a DU, la “Terminal Effects Research and Analysis Division of the New Mexico Institute of Mining and Technology”. In media, nella Contea avvengono 250 nascite all’anno. Un’indagine di un’organizzazione di attivisti ha rivelato che tra il 1984 e il 1986, sono nati cinque bambini con idrocefalia. (Il normale rapporto di idrocefali è un caso per ogni 500 nati vivi). Secondo la registrazione delle malformazioni fetali dello Stato del New Mexico,per difettopletaione delle malformazioni fetali vivi). Secondo l' sono nati cinque bambini con idrocefaliafrequenza di questa m provatamente incompleta per difetto, tra il 1984 e il 1988 sono nati con la sindrome 19 bambini a livello statale, tre di questi nella Contea di Socorro. Indifferentemente da quale valutazione sia corretta, i risultati sono preoccupanti dato che Socorro contiene meno dell’1% della popolazione dello stato.
Per concludere, l’attuale dogma che riguarda gli effetti delle radiazioni non può giustificare l’aumento delle malformazioni genetiche nelle popolazioni esposte internamente a bassi livelli di radiazione. Qualcosa è profondamente sbagliato rispetto alla scienza attuale sulla sicurezza dalle radiazioni. Stabilito questo, le asserzioni da parte delle organizzazioni per la protezione dalle radiazioni rispetto all’impossibilità che bassi livelli di uranio possano causare malformazioni fetali risultano sospette.  Numerosi studi dimostrano che l’uranio produce un ampio spettro di malformazioni fetali nella sperimentazione con animali [20,26]. Per di più, numerose ricerche in vitro e in vivo condotte negli ultimi venti anni provano che l’uranio è genotossico (in grado di danneggiare il DNA), citotossico (velenoso per le cellule), e mutagenico (in grado di indurre mutazioni genetiche) [27]. Questi effetti sono prodotti o dalla radioattività dell’uranio o dai suoi effetti chimici o dall’interazione sinergica fra radioattività e chimismo.
Queste scoperte conferiscono plausibilità all’idea che l’osservata incidenza accresciuta di bambini deformi in Iraq è una conseguenza del munizionamento ad uranio depleto [26]. 
Ø Una presentazione più tecnica, completa di riferimenti, delle idee presentate in questo articolo può essere trovata nel libro dell'autore A Primer in the Art of Deception:  The Cult of Nuclearists, Uranium Weapons and Fraudulent Science – Un piccolo manuale nell’arte dell’inganno: il culto dei nuclearisti, armamenti all’uranio e scienza fraudolenta. Brani scelti disponibili a: www.du-deceptions.com.
Note
[1]  Chulov M.  Huge Rise in Birth Defects in Falluja.  guardian.co.uk.  November 13, 2009. 
http://www.guardian.co.uk/world/2009/nov/13/falluja-cancer-children-birth-defects#history-byline
[2]  Nakamura N.  Genetic Effects of Radiation in Atomic-bomb Survivors and Their Children: Past, Present and Future.  Journal of Radiation Research.  2006; 47(Supplement):B67-B73.
[3]  Schmitz-Feurerhake I.  Radiation-Induced Effects in Humans After in utero Exposure:  Conclusions from Findings After the Chernobyl Accident.  In C.C. Busby, A.V.Yablokov (eds.):  Chernobyl: 20 Years On.  European Committee on Radiation Risk.  Aberystwyth, United Kingdom: Green Audit Press; 2006.
[4]  Yablokov A.V.  The Chernobyl Catastrophe -- 20 Years After (a meta-review).  In C.C. Busby, A.V. Yablokov (eds.):   Chernobyl: 20 Years On.  European Committee on Radiation Risk.  Aberystwyth, United Kingdom: Green Audit Press; 2006.
[5]  Hoffmann W., Schmitz-Feuerhake I.  How Radiation-specific is the Dicentric  Assay?  Journal of Exposure Analysis and Environmental Epidemiology. 1999; 2:113-133.
[6]  European Committee on Radiation Risk (ECRR).  Recommendations of the European Committee on Radiation Risk: the Health Effects of Ionising Radiation Exposure at Low Doses for Radiation Protection Purposes. Regulators' Edition.  Brussels; 2003.  www.euradcom.org.
[7]  Low Level Radiation Campaign (LLRC).  Infant Leukemia After Chernobyl.  Radioactive Times: The Journal of the Low Level Radiation Campaign.  2005;  6(1):13.
[8]  Busby C.C.  Very Low Dose Fetal Exposure to Chernobyl Contamination Resulted in Increases in Infant Leukemia in Europe and Raises Questions about Current Radiation Risk Models.  International Journal of Environmental Research and Public Health.  2009; 6:3105-3114.
[9]  Petridou E., Trichopoulos D., Dessypris N., Flytzani V., Haidas S., Kalmanti M.K., Koliouskas D., Kosmidis H., Piperolou F., Tzortzatou F.  Infant Leukemia After In Utero Exposure to Radiation From Chernobyl.   Nature.  1996; 382:352-353.
[10]  Michaelis J., Kaletsch U., Burkart W., Grosche B.  Infant Leukemia After the Chernobyl Accident.  Nature.  1997; 387:246.
[11]  Gibson B.E.S., Eden O.B., Barrett A., Stiller C.A., Draper G.J.  Leukemia in Young Children in Scotland. Lancet. 1988; 2(8611):630.
[12]  Mangano J.J.  Childhood Leukemia in the US May Have Risen Due to Fallout From Chernobyl.  British Medical Journal.  1997; 314:1200.
[13]  Busby C, Scott Cato M.  Increases in Leukemia in Infants in Wales and Scotland Following Chernobyl: Evidence for Errors in Statutory Risk Estimates.  Energy and Environment.  2000; 11(2):127-139.
[14]  Dubrova Y.E., Nesterov V.N., Jeffreys A.J., et al.  Further Evidence for Elevated Human Minisatellite Mutation Rate in Belarus Eight Years After the Chernobyl Accident.  Mutation Research.  1997; 381:267-278.
[15]  Weinberg H.S., Korol A.B., Kiezhner V.M., Avavivi A., Fahima T., Nevo E., Shapiro S., Rennert G., Piatak O., Stepanova E.I., Skarskaja E.  Very High Mutation Rate in Offspring of Chernobyl Accident Liquidators.  Proceedings of the Royal Society. London.  2001;  D, 266:1001-1005.
[16]  Dubrova Y.E., et al.  Human Minisatellite Mutation Rate after the Chernobyl Accident.  Nature. 1996; 380:683-686.
[17]   Satoh C., Kodaira M.  Effects of Radiation on Children.  Nature.  1996; 383:226.
[18]  Mangano J.  Newborn Hypothyroidism Near the Indian Point Nuclear Plant.  Radiation and Public Health Project.  November 25, 2009. www.radiation.org
[19]  Mangano J.  Geographic Variation in U.S. Thyroid Cancer Incidence and a Cluster Near Nuclear Reactors in New Jersey, New York, and Pennsylvania.   International Journal of Health Services.  2009; 39(4):643-661.
[20]  Agency for Toxic Substances and Disease Registry (ATSDR).  Toxicological Profile for Uranium.  U.S. Department of Health and Human Services; 1999. http://www.atsdr.cdc.gov/toxprofiles/tp150.html
[21]  Royal Society.  Health Hazards of Depleted Uranium Munitions: Part II.  London: Royal Society, March 2002.
[22]  Albina L., Belles M., Gomez M., Sanchez D.J., Domingo J.L.  Influence of Maternal Stress on Uranium-Induced Developmental Toxicity in Rats.  Experimental Biology and Medicine.  2003; 228( 9):1072-1077.
[23]  Arfsten D.P., Still K.R., Ritchie G.D.  A Review of the Effects of Uranium and Depleted Uranium Exposure on Reproduction and Fetal Development.  Toxicology and Industrial Health.  2001; 17:180-191.
[24]  Domingo J.  Reproductive and Developmental Toxicity of Natural and Depleted Uranium: A Review.  Reproductive Toxicology.  2001; 15:603-609.
[25]  Wu O., Cheng X., et al.  Specific Metal Oligonucleotide Binding Studied By High Resolution Tandem Mass Spectrometry.  Journal of Mass Spectrometry.  1996; 321(6) 669-675.
[26]  Hindin R., Brugge D., Panikkar B.  Teratogenicity of Depleted Uranium Aerosols: A Review from an Epidemiological Perspective.  Environmental Health.  2005; 26(4):17.
[27]  Zimmerman P.  A Primer in the Art of Deception: The Cult of Nuclearists, Uranium Weapons and Fraudulent Science.  2009.  www.du-deceptions.com                                           
Nota del traduttore: a complemento dell’articolo di Zimmerman, riporto una conversazione con il Dr. Doug Rokke di Baltimora, medico dell'esercito USA che per primo rivelò lo scandalo dell'uranio impoverito riversato sull'Iraq.
Uranio Depleto, DU: una calamità assassina?
Scienzaepace mailing list, 28 dicembre 2002
Il Dr. Doug Rokke di Baltimora afferma: “Quando si va in guerra, l’obiettivo è quello di ammazzare, e il DU è il mezzo più valido che noi abbiamo a disposizione”  
Il Dr. Doug Rokke ha la fastidiosa abitudine di mettersi a ridere, quando probabilmente vorrebbe mettersi a gridare. Lui ride quando parla di campi di battaglia contaminati da scorie radioattive.
Non può smettere di ridere quando afferma che la questione è sotto copertura stretta del governo. Continua a ridere quando tratta dei suoi problemi di salute, che lui attribuisce alla negligenza deliberata dell’Esercito, e che probabilmente lo condurranno a morire. 
 La conversazione telefonica con Rokke  è abbastanza disturbata, anche senza le sue risate su questi orrori. Una eco insolita accompagna ogni espressione. Quando gli viene fatto notare questo strano risuonare, Rokke dichiara di non essere sorpreso: pensa che il suo telefono sia sotto controllo da anni.
È possibile tentare di liquidare Rokke come un instabile o un teorico del complotto, ma invece Rokke è un veterano da 35 anni dell’Esercito USA, e non è proprio un musone sempre malcontento.
Rokke ha seguito il progetto dell’Esercito USA sull’Uranio Depleto fin dalla metà degli anni Novanta, ed aveva ricevuto l’incarico per la bonifica del DU da parte dell’Esercito, dopo la Guerra del Golfo Persico. Inoltre ha diretto i laboratori di radiologia “Edwin R. Bradley” a Fort McClellan, Alabama.
Ora, se voi inserite il nome di Rokke in un motore di ricerca su un qualsiasi sito web di natura militare, non troverete alcuna risposta, come se Rokke non fosse mai esistito.
Se voi andate a leggere centinaia di pagine di documenti governativi e di innumerevoli trascrizioni di audizioni ufficiali riguardanti l’uso militare dell’Uranio Depleto, non troverete alcun riferimento su questo argomento a suo nome.
Questo è più di una cosa insolita, di scarsa rilevanza, dato che Rokke e il suo gruppo di lavoro erano in prima linea per cercare di stabilire i  potenziali rischi sulla salute e sull’ambiente generati dall’uso del DU sul campo di battaglia.
“Noi eravamo i migliori che avevano”, afferma Rokke. Non si sta vantando, ma sogghigna ancora.
L’uso del DU in combattimento è un’innovazione abbastanza recente. È stato usato per la prima volta durante la Guerra del Golfo Persico come componente indispensabile del munizionamento per perforare le armature dei mezzi blindati, per distruggere i carri armati.
I proiettili con DU, all’impatto, bruciano e sono così pesanti e caldi che dirompono con facilità attraverso l’acciaio. “È come prendere una matita e spingerla attraverso un foglio di carta,” ha affermato Rokke.
Allora, questa “matita” di Uranio esplode all’interno del suo obiettivo, creando una implacabile “tempesta di fuoco”. Rokke continua: “Questa roba è grandiosa come arma anticarro. Mette in grado le truppe USA di far fuori a lungo raggio i carri armati del nemico.”      
Secondo il sito web del Deployment Health Support Directorate, il DU è un “sottoprodotto del processo attraverso cui l’Uranio viene arricchito per produrre il combustibile nucleare e componenti di armi nucleari.” In altre parole, il DU è una scoria nucleare di basso livello. Secondo lo stesso sito web, il DU può contenere anche quantità in tracce di “nettunio, plutonio, americio, tecnezio-99 ed uranio-236.”  
Durante la Guerra del Golfo, è stato sparato un totale di 320 tonnellate di munizioni al DU.
Il compito di Rokke era di riuscire a capire come ripulire i carri armati USA, come aiutare le sfortunate vittime del “fuoco amico”, che erano incappate in colpi al DU. 
Dopo anni di lavoro di questa natura, in Kuwait e in Arabia Saudita, e su poligoni di esercitazione negli USA, nel 1996 Rokke arrivava a questa conclusione, comunicata agli alti gradi dell’Esercito, che il DU era così pericoloso che doveva essere bandito immediatamente dalle armi da combattimento.
Questa conclusione, Rokke ne è convinto, gli costò la carriera.
“La contaminazione era dappertutto”, sui carri bruciati, sui campi petroliferi in fiamme, sui corpi bruciati. Questo era il Kuwait dopo la Guerra del Golfo.
Rokke aveva un compito da assolvere, la decontaminazione dei carri armati USA contaminati da DU. Quello che Rokke rilevò, lo atterrì. “Dio mio! Questo è l’unico modo per descrivere tutto questo, la contaminazione era dappertutto.”       
Rokke e il suo gruppo stavano misurando livelli impressionanti di radiazioni oltre i 50 metri dai carri armati interessati: superiori ai 300 millirems all’ora per le radiazioni beta e gamma, e per la radiazione alfa dalle migliaia ai milioni di impulsi per minuto (CPM) su un contatore Geiger.
“L’intera area è stata inquinata. Sicuramente qui fa ancora ‘più caldo’ che all’inferno. Questa cosa non può più continuare!”
Questa squadra ha impiegato tre mesi per pulire 24 tanks per trasportarli di ritorno negli USA, e l’Esercito ha impiegato altri tre anni per decontaminarli del tutto.  
Ma i carri armati contaminati non sono l’unico problema.
Nel periodo di 72 ore dalle loro ricognizioni, Rokke e i componenti della sua squadra hanno cominciato a sentirsi male. Comunque, hanno continuato nel loro lavoro. Sono ritornati negli USA per eseguire test sulle basi dell’Esercito. Deliberatamente facevano saltare in aria carri armati con proiettili a DU, quindi correvano sul posto mentre i carri stavano ancora bruciando.
Videoregistravano le nuvole di ossido di uranio che si sprigionavano e misuravano la radioattività che veniva emessa.
Rokke ha dichiarato che nell’ultimo decennio 30 dei 100 suoi collaboratori in queste operazioni sono morti. 
I polmoni e i reni di Rokke sono pregiudicati. Lui ritiene che la polvere di ossido di uranio si sia “intrappolata” in permanenza all’interno dei suoi polmoni. Ha lesioni al cervello, pustole sulla sua pelle. Soffre per una sindrome di stanchezza cronica. Ha disturbi virulenti alle vie respiratorie, che comportano accessi di asma e di tosse, e soffre per mancanza di respiro quando fa esercizio fisico. Inoltre ha una fibromialgia, una patologia che gli causa una sofferenza cronica ai muscoli, ai legamenti e ai tendini.
Nel 1994, l’Ente di assistenza agli ex combattenti (VA) ha sottoposto Rokke a test per rilevare la presenza di uranio nel suo corpo; Rokke ha ricevuto l’esito di queste indagini dopo due anni e mezzo. Le sue urine contenevano 5000 volte la quantità consentita di uranio. 
Dopo anni di battaglie con il VA, Rokke  è riuscito ad ottenere una disabilità del 40%, ma non esistono dichiarazioni ufficiali che la sua malattia sia stata causata dal suo lavoro sul DU.
L’Esercito e il Pentagono continuano ad insistere che il DU è sicuro! Rokke afferma che sanno che non è così, dato che lui ha fornito loro le prove. Lui dichiara che loro non vogliono ammettere le prove dei pericoli del DU, visto che “loro si aspettano cose diverse e sbagliate, e stanno usando procedure erronee.”
Rokke ha dichiarato che il problema con il DU sta nel fatto che si sprigiona quando un proiettile scoppia e si infiamma. Il proiettile comincia a bruciare immediatamente, e più del 70 % del DU si ossida. Questo ossido di uranio polverizzato, sotto forma di aerosol, è la cosa realmente pericolosa, particolarmente quando viene inalato.       
Rokke insiste che lui e i suoi uomini indossavano un equipaggiamento di protezione, o che avrebbe dovuto proteggerli. Ma le loro maschere antigas erano in grado di filtrare particelle solo di 10 microns o di diametro maggiore. Secondo l’Esercito e il Pentagono, queste sono le dimensioni del diametro delle particelle di DU.
Per Rokke, invece, queste particelle hanno diametro inferiore ai 3 microns, e gli scienziati dei laboratori di Livermore hanno misurato essere addirittura di diametro inferiore ad 1 micron: quindi, le misure di precauzione che attualmente vengono applicate sono completamente inutili.
(Nota del traduttore: la dimensione del diametro delle nanoparticelle di DU è inferiore al diametro degli alveoli polmonari e quindi le particelle, oltre ad insediarsi con grande probabilità nei tessuti del sistema respiratorio, si riversano nel flusso sanguigno. Nel giro di una sessantina di secondi possono andare ad insediarsi in un qualsiasi organo più o meno recettivo del corpo e lì cominciare ad irradiare i tessuti circostanti con radiazioni corpuscolari α. Le particelle alfa o raggi alfa consistono di due protoni e due neutroni legati insieme, quindi sono una forma di radiazione corpuscolare altamente ionizzante e con un basso potere di penetrazione. I raggi alfa, a causa della loro carica elettrica, interagiscono fortemente con la materia e quindi vengono facilmente assorbiti dai materiali e possono viaggiare solo per pochi centimetri nell’aria. Possono essere assorbiti dagli strati più esterni della pelle umana e così generalmente non sono pericolosi per la vita, a meno che la sorgente non venga inalata o ingerita. In questo caso i danni sarebbero invece maggiori di quelli causati da qualsiasi altra radiazione ionizzante. Se il dosaggio fosse abbastanza elevato comparirebbero tutti i sintomi tipici dell'avvelenamento da radiazione.
Circa un quarto dei 700.000 soldati inviati alla Guerra del Golfo Persico hanno riportato un qualche tipo di malattia relativa alla Guerra del Golfo, e Rokke è persuaso che il DU ha qualche attinenza con tutto questo, associato con la grande quantità di sostanze chimiche alle quali le truppe sono state esposte, compresi bassi livelli di gas sarin, nubi tossiche da impianti petroliferi in fiamme, innumerevoli pesticidi, per non parlare delle tavolette anti gas nervini che i soldati sono costretti ad ingerire.
Se Rokke ha ragione sui pericoli del DU, perché il Ministero della Difesa lo continua ad usare ed insiste che questo è sicuro?   
“Quando si va in guerra, l’obiettivo è quello di ammazzare, e il DU è il mezzo più valido che noi abbiamo a disposizione”, così ha affermato Rokke.   
Rokke ritiene che l’esercito USA sta ponendo maggior attenzione sulla potenza di fuoco piuttosto che sulla salute e sulla sicurezza delle sue truppe.
Egli ha fatto suo un memorandum dei primi anni Novanta, che a suo dire comprova le sue affermazioni. 
Datato 1 marzo 1991, il memorandum é stato scritto dal Ten. Col. M.V. Ziehmn dei Laboratori di Los Alamos nel New Mexico.
“Vi é stata e continua ad esserci la preoccupazione che concerne l’impatto del dU [sic] sull’ambiente. Quindi, anche se non ci sono dubbi sull’efficacia del dU sul campo di battaglia, i proiettili al dU possono essere inaccettabili dal punto di vista politico e, perciò, dovrebbero essere eliminati dagli arsenali,” questo recita il memorandum. “Visto che le bombe perforanti al dU hanno fornito tutto il loro potenziale durante le nostre recenti attività di combattimento, allora noi dobbiamo garantirci sulla loro futura esistenza (fino a che non venga sviluppato qualcosa di meglio) tramite il servizio rifornimenti del Ministero della Difesa. Se questo non verrà garantito, è possibile che noi ci troviamo davanti alla perdita di una considerevole potenzialità di combattimento. Io penso che dobbiamo tenere a mente questo delicato problema.”
Per Rokke, il significato di questo memorandum è del tutto chiaro. Dato che le munizioni a DU sono tanto efficaci, devono continuare ad essere usate in combattimento, senza tanti riguardi per l’ambiente o per le conseguenze sulla salute.
L’altro problema è di natura finanziaria. Noti gli effetti reali del DU, i costi della bonifica diventerebbero assolutamente sbalorditivi. 
Le aree contaminate dal DU si estendono molto più oltre ai campi di battaglia del Golfo Persico. Rokke  ha ammesso che il DU è regolarmente usato nelle esercitazioni sul campo negli USA, in particolare negli Stati dell’Indiana, Florida, New Mexico, Massachusetts, Maryland
e Puerto Rico. Per non parlare del Kosovo, dove proiettili al DU sono stati usati per mettere fuori uso i carri armati dei Serbi.
Quando gli USA stavano sul punto di intraprendere un’altra guerra con l’Iraq, Rokke dichiarava che era sua intenzione mettere in guardia l’opinione pubblica Americana che questa guerra sarebbe stata ben peggiore della prima, e che il numero di soldati che si sarebbero ammalati a causa del DU probabilmente sarebbe stato molto maggiore.  
Rokke insiste di non essere un pacifista. “Io sono un combattente ed un patriota. Se si verificasse una minaccia contro gli USA, non esiterei un solo istante per andare a combattere.”
Ma afferma anche di voler parlare chiaro e tondo per il bene dei soldati americani, e per qualsiasi altra persona, anche per i soldati e i civili Iracheni, che potrebbero essere esposti all’azione del DU.
“Sto propagandando la pace, oggi? Sì, lo sto facendo.”
Rokke affermava che prima che si prendesse in considerazione l’eventualità di una nuova guerra contro l’Iraq, il DU doveva essere rimosso da ogni arsenale nel mondo.
Comunque, perché questo avvenisse, il Pentagono avrebbe dovuto ammettere che Doug Rokke era nel giusto, e avrebbe dovuto pagare un prezzo molto caro, fuori da ogni immaginazione.
Ma il denaro poteva ripagare le vite di coloro che erano morti, secondo Rokke, per causa del DU e il denaro avrebbe potuto espellere l’ossido di uranio dai polmoni di coloro che erano stati contaminati?
Rokke denuncia che al Pentagono c’è della gente che si rende conto di tutto questo, e che giudica tutte queste domande come inconcepibili. “Questo è assolutamente da criminali!”